Sessantacinque anni di lotte e parole, sessantacinque anni di Erri De Luca.

Nel 1950 Napoli diede alla luce un bambino. Sarà stata quella, una giornata soleggiata e senza nuvole perché come egli stesso scrisse qualche tempo dopo “le peggiori cose si fanno a ciel sereno”. Dacché fu al mondo Erri De Luca non si perse in chiacchiere. Le chiacchiere le scrisse, ma solo più tardi. Prima nella sua Napoli, poi in giro per il mondo, fece i lavori più disparati, frequentò gli ambienti di estrema sinistra di Lotta Continua, fino a pubblicare il suo primo romanzo “Non ora, non qui” nel 1989, ormai quarantenne.

Quasi un romanza all’anno, in ordine sentimentale. Se Non ora, non qui, è la rievocazione dell’infanzia spesa tra i vicoletti napoletani, “Tu, mio” è la descrizione della nascita vera e propria, anch’esso consumato sulle sponde della terra natia, stavolta Ischia, non più Napoli. Isola, figlia del mare. E se nel primo romanzo vediamo una madre vigile come la Vergine, in Tu, mio, la figura della donna è più misteriosa e delicata. Nel suo (forse) romanzo più bello, quello in cui esplode l’elemento deluchiano, Il giorno prima della felicità, la donna è invece carne scoperta e passione, ma anche nostalgia e stupore. E’ in questo romanzo che si trovano anche le tematiche antifasciste, la crisi del dopoguerra (già presente in Tu, mio), l’evoluzione in personaggi già maturi come Don Gaetano. A Napoli e alla lotta ha dedicato la maggior parte dei suoi lavori, senza dimenticare l’attaccamento all’elemento religioso che lo ha portato allo studio dell’ebraico, grazie al quale ha tradotto testi della Bibbia come Vita di Noè.

Il suo intenso rapporto con la natura, l’esperienza politica e l’indole drammatica lo hanno portato a delle scelte letterarie e di vita ben precise. Sulla lotta per i beni comuni ad esempio disse: “Chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”, denotando una posizione politica ben precisa e schierata.

Qualcuno lo ha definito spocchioso, violento. E forse lo è. Lo è stato, almeno. Violento, sicuramente. Ma negli anni ’70 non c’era molto da scegliersi le parti. O rosso o nero. Le sfumature le hanno lasciate ai posteri. E quel rosso, Erri De Luca lo ha portato addosso per tanto tempo, sulle sue spalle di scrittore e attivista. Nelle mani, ora raggrinzite ma ancora ferme, il rosso fuoco della verità, della solitudine e della malinconia triste e rude, nel cuore l’avventatezza della gioventù che di politica ne vuole sapere ancora, sempre, nonostante l’età della ragione sia ormai arrivata.

Erri ha descritto un mondo di vicoletti e “pazzielle”, di sapori antichi eppure così freschi nella sua mente da farci dimenticare il presente e il futuro. Una scrittura frammentaria eppure maneggevole. La leggerezza di Napoli coi suoi ardenti dolori, e poi l’Italia, e poi l’est Europa con la sua guerra, che tanti amici gli ha portato via.

Un po’ Eduardo, senza nulla togliere al maestro, un po’ Montale di “Ho sceso un milione di scale”, De Luca ha maneggiato con cura la prosa, essendo prima poeta e poi scrittore, permeando le sue opere di quell’aurea novecentesca, tenuta ai margini dalla veloce scrittura contemporanea.

La più bella immagine sarà un poeta tra due mondi, tirato indietro alla sua terra salata, sospinto in alto, sulle vette dell’Himalaya, perennemente in guerra contro le ingiustizie. Perché Erri si è sempre definito, e sempre sarà cittadino del mondo.

Un suo grande amico, Izet Sarajlic disse così di Sarajevo: “Tutte le volte che la mia città avrà bisogno di una parola buona, io ci sarò”. Erri de Luca rispose: “Anch’io”. Forse Napoli non la salveranno i poeti, ma una buona parola non le farà male.

2 pensieri riguardo “Erri De Luca, “Ero uno, anche meno di uno, però amavo”

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