Fede’n’Marlen. Il duo tutto al femminile, intimo ed essenziale, accompagnate da due chitarre o la fisarmonica e molti colori dati da piccole percussioni.

Quello che subito attira, oltre la loro presenza scenica e l’innata sensualità, è la commistione delle voci, così particolari e profonde. Le abbiamo intervistate nell’ambito della manifestazione intitolata “Alla Corte del Gusto”:

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– Due ragazze nel segno della musica, un unione di due anime, due donne: come e dove nascono Fede’n’Marlen?

Frequentavamo la stessa università e come spesso accade le energie forti e simili all’inizio si respingono. Ci sono voluti 7 anni, di viaggi, scoperte e ricerche per farci rincontrare, questa volta pronte per fondere le nostre energie. Tutto sta nel trovarsi al posto giusto, nello stesso momento, così è stato per noi… obiettivi e sogni in comune e la strada si è scritta da sé!

– Parliamo del cantautorato femminile. Cosa ne pensate sia nel panorama italiano che in quello campano?

In Italia la musica scritta da donne si limitata negli anni a pochi grandi nomi, avendo noi una grande tradizione di interpreti. Negli ultimi anni la scena si sta riempiendo di donne che si sono svincolate dal ruolo di cantanti e hanno preteso un ruolo nella musica d’autore.

– Quali sono le influenze culturali che vi hanno ispirato? Cosa c’è di diverso tra il cantautorato donna e quello “maschile”?

Abbiamo avuto molti tipi di influenze culturali diverse e molti altri ne stanno arrivando nella nostra pentola. La cultura è come una spezia. Stai per cucinare la tua vita attraverso la tua arte e la condisci con tutte le spezie che ami di più. Per noi c’è stata la musica sud americana, la cultura delle radici napoletana, la musica araba, tutto ciò che avesse un anima riconoscibile e palese. Per quanto riguarda il cantautorato femminile o maschile non troviamo grandi differenze. Se vogliamo Fossati sembra abbia a volte una penna femminile e infatti spesso le sue canzoni le cantano le donne. Ma i modi di scrivere sono “intersessuali”.

– Come mai scrivete in dialetto e spesso unite lingua italiana, spagnola e napoletana? Soprattutto pensando che la vostra musica gira tutta la penisola.

Scegliere una lingua per scrivere ha molto a che fare con l’ispirazione più che con la consapevolezza. Le lingue raccontano di per sé storie, suggeriscono con il suono delle immagini o delle sensazioni. Così accade per noi, ci sono alcune storie, così radicate nel sangue che tradurle sarebbe impossibile, senza quantomeno perdere un pezzo importante del messaggio. Per semplificare: la lingua è per noi uno strumento comunicativo in più , che insieme a testo e musica aiuta nel trasferimento di un’emozione. In tutta Italia il napoletano è accolto con grande gioia, una specie di rispetto profondo per le radici che portiamo a spasso. Stessa cosa per lo spagnolo, che usiamo per i viaggi fatti in questi anni. È comunque sempre nostra premura spiegare i brani non in italiano per coinvolgere l’ascoltatore nel nostro mondo. Le persone che ci vengono ad ascoltare sono per la maggior parte persone curiose, attente che apprezzano questo tipo di scelta.. apprezzano la nostra istintività. Ultimamente abbiamo trovato un’altra chiave per spiegare questa cosa, ovvero che in noi ci sono tante lingue, ma un unico linguaggio.

– Come fate a scrivere in due e in generale come si coniugano le esigenze di scrittura in un duo?

Crediamo che il modo migliore per coniugare la scrittura di due persone sia non farlo insieme!!! Sì, nel senso che non scriviamo mai insieme un pezzo. È successo solo per “respiro”. In generale una delle due porta un brano “finito” di musica e parole, l’altra ci canta a volte ci scrive sopra una melodia, uno special…. è un po’ come un quadro su cui l’altra butta giù le sue pennellate.. è una danza, ma insieme una lotta. Per questo il quadro, la canzone, non è più né di Fede né di Marlen, ma dall’intreccio delle due nasce una terza canzone.

Qual è il vostro sguardo politico e sociale riguardo la Campania?

Siamo molto solidali con i regni del Sud, come la Campania, terra con una ricchezza gigantesca che è stata profondamente maltrattata dalla malapolitica. Noi cerchiamo di conoscere e dare valore al territorio che spesso le istituzioni abbandonano a se stesso. Culturalmente c’è grande fermento, che però si genera e alimenta da solo. A parte la rinascita di Napoli appoggiata da un sindaco degno di questa città, noi abbiamo conosciuto tantissimi luoghi della Campania con un patrimonio sconosciuto, vedi il Sannio per la natura ad esempio. Ma gli interessi economici invece che valorizzare cercano di trarre il profitto in maniera più immediata possibile.

– Mandorle,  il titolo dell’album Com’è nato questo lavoro?

Il progetto di un disco non più acustico, e dove potessimo essere accompagnate da una band nasce un anno fa. Forse nei nostri cuori anche prima, ma ci contraddistingue un certo ascolto della vita e un’attesa non ansiosa del momento giusto. Ed è arrivato con EurophoneRecords, la nostra etichetta, con cui abbiamo firmato il nostro primo vero contratto discografico. Il nostro produttore artistico, Arcangelo Michele Caso, ha arrangiato i  dodici brani dell’ LP, vestendo ognuno cercando di enfatizzare l’essenziale senza la sua nudità, tipica invece di Stalattiti il precedente EP. Nel disco ci sono archi, arpa, percussioni, basso, chitarre elettriche… insomma non ci siamo volute far mancare nulla. Per noi è stato un po’ un salto nel vuoto, alla ricerca del nostro sound. Amiamo “mandorle” , ma siamo già pronte per il prossimo!

– Quali sono i vostri progetti futuri

E chi lo sa!!! Forse in questi tre anni di live la nostra arma vincente è stata proprio questa: essere totalmente ancorate al presente. Non abbiamo “progetti”. Più che altro alcuni desideri, come  un tour nei teatri, o un tour all’estero, insomma che si possano aprire per noi le strade per esperienze nuove. Ma in realtà prima di questo c’è sempre per noi “la verità”. Fare questo lavoro col cuore, non perdere l’ispirazione e la gioia di scrivere e cantare.

 

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