Un film auto-prodotto di alto livello

Se li poteste realmente incontrare per la strada non dareste nemmeno un soldo bucato a questi protagonisti, perché fondamentalmente tutto quello che sono è celato sotto una cupa e triste indifferenza. Figli di Medea del regista Mauro di Rosa in collaborazione con l’associazione culturale EN ART è capace di lasciare senza parole, proprio perché rende evidente ciò che non si vede, è paradossale, ma è realmente così.

È difficile esprimersi su un lavoro che tocca così tanti punti contemporaneamente. Innanzitutto, la scelta del quartiere di Monteruscello per effettuare le riprese è fondamentale. In primis perché rappresenta una realtà scottante e problematica che tutt’oggi persiste, ahimè, anche nel nostro territorio. In secondo luogo a causa del fatto che lo scenario è elevato al ruolo di protagonista, mostrando impietosamente la cruda realtà psicologica che accompagna le vicende.

Allo stesso tempo, però, la macchina da presa riesce ad andare oltre i confini di ciò che è tangibile. Regala attimi quasi impercettibili di sollievo, tanto da far immaginare, anche solo per un istante, che sia tutto solo un brutto sogno. Di questo rilievo psicologico, nettamente in contrasto con la disillusa quotidianità dei personaggi, è artefice il sapiente montaggio delle riprese. L’intimità che si riesce a raggiungere con gli attori nelle diverse inquadrature porta lo spettatore direttamente al centro dei fatti, permettendo di scovare ogni minima espressione sui volti dei protagonisti.

La trama prende spunto da fatti tristemente noti della cronaca locale. Sparatorie, scarico di rifiuti tossici e raccomandazione sono dei temi non nuovi, ma sicuramente sono trattati in maniera diversa da come fatto precedentemente. Perché a Medea, nonostante tutto, c’è chi non si arrende, e, anche se non lo dà a vedere, ha voglia di cambiare. Nelle varie vicende mostrate, differenti tra loro, vi è un’unica forza contrapposta alla squallidezza della realtà, la speranza.

Le interpretazioni degli attori, non certo (o almeno quasi tutti) alla prima esperienza, rivelano una grande attenzione di molti particolari. I loro volti sono molto più sinceri di quanto sembrano e fanno trasparire, oltre alla sofferenza di una vita condannata alla mediocrità, la loro abilità nel voler trascendere da tutto ciò, fuggendo, se non proprio fisicamente, almeno col pensiero.

Questo cortometraggio si concentra, quindi, sulle grida silenziose che lanciano coloro i quali hanno avuto la sfortuna di nascere in un determinato luogo, ma che non ne sono e mai ne saranno succubi. Figli di Medea rappresenta, quindi, non una denuncia, bensì uno sprono a rinascere.

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