“Visioni tourette”: la mostra-incontro con Alfredo Troise, pittore capace di trasformare il disagio in arte. Al caffè letterario Il tempo del vino e delle rose

Ogni opera d’arte è innanzitutto un incontro, tessere un legame, un filo invisibile fatto di emozioni, tra l’autore, colui che vi profonde il proprio talento e le persone che ricevono l’opera, interpretandola in maniera diversa a seconda del proprio punto di vista e della propria irripetibile esperienza umana. Accostarsi a un’opera d’arte significa entrare in contatto, ad un livello profondo, con l’animo e la sensibilità dell’autore e conoscere aspetti della sua personalità che le sue opere rivelano in maniera del tutto autentica, priva di qualsiasi velo o maschera, per il misterioso potere che ha l’arte, nel suo essere finzione e imitazione della realtà, di svelare, mettere a nudo l’anima dell’artista.

Talvolta quest’incontro ideale che avviene nel campo definito dall’arte, dalle emozioni e dalle impressioni, può prendere forma in uno spazio reale: si ha così l’opportunità di scoprire, attraverso il racconto diretto dell’artista, il labirinto ignoto che si cela dietro ogni opera.

È ciò che avverrà al finissage della personale “Visioni tourettiche” del pittore napoletano Alfredo Troise, che si terrà l’8 gennaio alle 19,00 presso il caffè letterario Il tempo del vino e delle rose, in piazza Dante, a Napoli. Il dibattito sarà moderato dal giornalista Riccardo Bruno e nel corso della serata ci sarà spazio per un angolo poetico a cura di Marco Melillo.

Il pittore, affetto da sindrome di Tourette, risponderà alle domande del pubblico, affrontando i nodi essenziali della sua vicenda umana e artistica e spiegando l’inscindibile legame fra la sua sindrome e la sua arte. Le opere esposte non sono che una piccola testimonianza del complesso percorso umano e artistico del pittore.

Nato nel 1976 a Napoli, all’età di sei anni Alfredo Troise ha iniziato a manifestare i primi sintomi del disturbo neurologico di Tourette, caratterizzato da tic motori e fonici e dalla coprolalia, l’incoercibile pulsione a proferire parole e frasi oscene. Non molto nota, la sindrome è stata sapientemente raccontata nel film “La mia fedele compagna”, ispirato al libro autobiografico di Brad Cohen “Front off the class: how Tourette syndrome made me the teacher I never had”.

Questo disturbo neurologico, che porta il nome del neurologo francese da cui fu scoperto, non presenta un quadro patologico molto complesso, tuttavia pone le persone che ne sono affette in una situazione di grave disagio relazionale. L’ostacolo principale verso una vita serena, quindi, non è la malattia in sé ma il modo in cui gli altri dall’esterno la percepiscono, spesso condannando ad una condizione di emarginazione le persone tourettiche. Tuttavia spesso queste persone scoprono in sè un’invincibile forza creativa, che nasce proprio da quella condizione di disagio. Alfredo Troise ha saputo trasformare la sindrome di Tourette in uno strumento fondamentale nell’elaborazione della sua arte, facendo proprio della sua maggiore debolezza un ingrediente essenziale nella realizzazione delle opere. Le Visioni tourettiche di Troise sono dipinti in cui confluiscono la sofferenza, la frustrazione e la rabbia verso un mondo troppo spesso incline all’emarginazione e alla condanna del diverso. Raccontano il cammino di un’anima che ha sperimentato il dolore, la solitudine e le ferite cocenti del pregiudizio.

Protagonisti delle sue opere sono gli occhi che spesso occupano l’interno spazio della tela, come se tutto il mondo circostante scomparisse e restassero solo gli sguardi, spietatamente sinceri. Sono sguardi sprezzanti, sdegnosi, privi di empatia di chi non sa ascoltare altro che la propria voce e non sa guardare il mondo se non dalla propria prospettiva, considerando la diversità un limite, quasi difetto da eliminare anziché una straordinaria fonte di ricchezza umana e culturale.

Accanto ai dipinti raffiguranti sguardi, non mancano anche opere paesaggistiche, vedute del Vesuvio e scenari marittimi. Un duplice punto di vista, dunque: da un lato tutto il peso degli sguardi della gente taglienti come lame affilate, dall’altro invece, lo sguardo del pittore sul mondo circostante e il suo modo mai banale di interpretarlo e rielaborarlo attraverso le più varie tecniche artistiche.

Trovarsi di fronte a un’opera di Troise, al suo microcosmo di fatto di colori sgargianti, pennellate talora violente talora più delicate, significa non solo conoscere la sua storia attraverso il potere evocativo dell’arte, ma significa anche scoprire che su quelle tele sono raffigurati anche i fantasmi che di annidano negli abissi dell’anima e che spesso tentiamo invano di ignorare, di nascondere perfino a noi stessi.

Troise, invece, con la sua pittura ci insegna che l’unico modo possibile per convivere con il dolore che ciascuno porta dentro di sé è quello di accettarlo, provando a trasformarlo in un’energia positiva, allo stesso modo in cui un pittore miscela i colori per ottenere sfumature sempre nuove.

 

Nata nel ’97 a Bologna, mi sono trasferita da bambina in un paesino dei Monti Lattari. Grazie alle persone che ho incontrato, ho iniziato ad amare questa terra meravigliosa, troppo spesso vista attraverso la lente del pregiudizio. Sono appassionata di letteratura, fotografia e arte, in tutte le sue manifestazioni. La lettura del libro “In viaggio con Erodoto”, di Ryzdard Kapuscinsky, mi ha insegnato il valore e la bellezza della diversità. Studio arabo e inglese presso la facoltà di mediazione linguistica e culturale.

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