Amore e furto, Bob Dylan e poi i grandi classici, Generale, La donna cannone, Rimmel. Ospite d’onore con De Gregori, uno straordinario Enzo Avitabile.
De Gregori
Una foto dal concerto

La tradusse con Fabrizio De André nel 1974, per l’album Canzoni, e ne tirò fuori un capolavoro: Desolation Row, in italiano Via della povertà, è la canzone di Bob Dylan che apre questo concerto di Francesco De Gregori, in una traduzione nuova, ancora più precisa di quella storica contenuta nell’album di Faber, ugualmente bella. Via della povertà dura undici minuti, è una galleria grottesca di personaggi in un mondo al rovescio in cui il commissario cieco legge la sfortuna e Cenerentola è facile proprio tale e quale a Bette Davis.

L’Augusteo è pieno. Francesco ha appena pubblicato Amore e furto, in cui ha tradotto, oltre che Via della povertà per la seconda volta, altre 10 canzoni di Bob Dylan, autore di cui è storicamente innamorato, e a cui è stato anche accostato. «In Amore e Furto lui dichiarava il furto di quelle canzoni, e questa volta lo ho usato io. Visto che sono anni che mi accostano a Dylan, da Buonanotte fiorellino, ecco: adesso si può dire che gli ho pure rubato il titolo», ha spiegato De Gregori in un’intervista.

Ci sono Sweetheart like you, che è diventata la meravigliosa Un angioletto come te; Subterranean Homesick Blues che si trasforma in Acido seminterrato; Political World che diventa Mondo politico; Servire qualcuno (Gotta serve somebody). Alcune delle canzoni più belle del menestrello di Duluth: non le più conosciute.

Francesco ne suona 8 di Dylan. A Via della povertà seguono Acido seminterrato, Non è buio ancora, Servire qualcuno, Non dirle che non è così, Mondo politico, Un angioletto come te e Come il giorno. Quando è il momento di Mondo politico, tutti si alzano in piedi, perché nella sorpresa generale Francesco De Gregori chiama sul palco Enzo Avitabile, che si inserisce fra le strofe della canzone con intermezzi in napoletano, tratti dai suoi testi più belli, incredibilmente calzanti con il testo dylaniano, in una sonorità a metà fra la musica popolare profana e il rap.

 

“[…] Viviamo in un mondo politico
nelle città dove ci tocca stare
sopraffatti dalla paura
ma ci sei nato non te ne puoi andare.

è ‘na fotografia? no, è ‘a verità.
è ‘na fotografia? no, è ‘a verità.
è ‘na fotografia? no, è ‘a verità.
è ‘na fotografia? no, è ‘a verità.   (da ‘A nnomme ‘e Ddio)

viviamo in un mondo politico
analizzati da mattina a sera
siamo la corda che basta per impiccarci
nel cortile della galera

è ‘nu munno ‘e ‘mbruoglie:
cchiù speriscie e cchiù t’attacche
cchiù t’arravuoglie.   (da ‘A peste)
[…]”

 

Dopo una pausa, è il turno delle sue canzoni, in una scaletta che i più appassionati fan hanno definito… emotivamente illegale. Inizia con A pa, la canzone scritta per Pasolini, e poi ci sono Adelante, adelante!, L’agnello di Dio, Santa Lucia. Le più attuali, forse, fra le decine di canzoni del cantautore. Grande assente, La leva calcistica della classe ‘68, forse la canzone più nota di De Gregori per il celeberrimo ritornello, viene sostituita dalle meravigliose Cose, In onda, Buonanotte fiorellino. Durante In onda, torna Enzo Avitabile con un assolo di clarinetto, mentre De Gregori chiede al pubblico la standing ovation per lui: «Siamo a Napoli, non a Venezia!». Poi, in chiusura, i tre capolavori: Pablo, Rimmel, La donna cannone, in tre arrangiamenti straordinari, con un’introduzione acustica di Rimmel bellissima e durata un minuto e mezzo. Alla fine dell bis, che compende proprio La donna cannone e una versione “da banda” di Buonanotte fiorellino, De Gregori saluta tutti e va via con il suo gruppo.

Scaletta De Gregori
La scaletta

L’emozione di fine concerto è quella giusta: soddisfazione semplice e spensierata. Alcune canzoni non le faceva da anni, le traduzioni di Dylan sono eccezionali e i suoi grandi classici riescono a commuovere.

L’esperimento è riuscito. L’Augusteo è soddisfatto.

De Gregori, invece, speriamo torni presto.

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Un pensiero riguardo “Francesco De Gregori al Teatro Augusteo

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