Il talentuoso fumettista stabiese racconta le sue ultime fatiche

Classe 1984, Claudio Avella ha già dato ottima prova di sé. Originario di Castellammare di Stabia, dopo il liceo artistico si è dedicato a una ricerca sempre più mirata che lo ha condotto dall’Accademia alla Scuola di Comix di Napoli, passando per le prime collaborazioni: Coniglio Editore, NBM, la casa statunitense Zenescope. E poi le autoproduzioni, come “47 Deadman Talking”, una fresca reinterpretazione dello zombie comic in chiave napoletana, frutto del lavoro congiunto del collettivo Artsteady guidato da Andrea Errico; ma soprattutto “Demon’s Daughter”, storia tra l’horror e il supereroistico sospesa tra i tetti di Brooklyn. Notate le sue capacità, l’editore americano Aspen Comics gli affida la veste grafica di “Fathom Blue”.
Ora Claudio si affaccia al genere cyberpunk con “Junky Cable”, opera ammiccante e vivace, una summa dell’esperienza maturata negli ultimi anni di cui oggi gli abbiamo chiesto di parlarci.

Leggi la recensione di Junky Cable

Ciao Claudio. Iniziamo da zero: quando hai deciso di dedicarti al fumetto, e cosa ti ha spinto a farne la tua carriera?
Non so bene dove sia iniziata, gli anime, i fumetti americani che compravano i miei fratelli e quella necessità quando leggevo di voler a mia volta raccontare.
Sicuramente da piccolissimo volevo fare del disegno un lavoro.

Dalla lettura di Junky Cable (Shockdom, 128 pp. col., 12 Euro) emerge una grande ammirazione per la cultura pop giapponese. Quali sono le tue maggiori influenze?
Ne sono davvero molte, provo ad elencarle, limitandomi solo alla parte nipponica ma di certo dimenticherò qualcosa:
La musica dei Toe e la Vaporwave (nel più recente), Kurosawa, i giochi di Matsuno e non solo, Alita, Akira, Ghost in the shell, svariate letture di leggende e folclore, Akira Toriyama, Masakazu Katsura, lo studio Trigger, no davvero potrei non finirla più.

Si intravedono anche diversi riferimenti a diverse serie di videogiochi (Pokémon, Shin Megami Tensei, ecc.). Trovi che l’universo videoludico sia stato una buona fonte di ispirazione per Junky Cable e per la tua arte in generale?
Assolutamente sì, una gran parte delle emozioni, del divertimento mi è stato trasmesso dai giochi da te citati e molti altri, inoltre oramai il videogioco è cultura, tramite di esso possiamo sapere e dire tanto.

La forza del genere cyberpunk risiede nella possibilità di creare commistioni inedite. Malgrado l’ambientazione futuristica e le impressioni nipponiche, in Junky Cable non mancano elementi molto familiari a un lettore campano, come la proverbiale macchinetta del caffè già pronta sul fornello, o il venditore di fazzoletti sempre in agguato. Quanto della tua terra hai voluto trasferire nella tua opera?
Molto, Napoli è totalmente cyberpunk, in essa vivono svariate culture, quella retrograda e quella apertissima, ha una parte bassa, fatta di emozioni pure, di malavita, di degrado e di umanità ed una parte alta, perbene.
Il tutto però trasportato e ispirato a ciò che ho potuto vedere fuori da essa.
La fusione delle cose mi è sembrata che fosse la cosa più naturale del mondo.

Questo si specchia anche nel registro linguistico dei tuoi personaggi, composto tanto di termini fantasiosi e avveniristici quanto di regionalismi ben radicati nella realtà del quotidiano. Consideri il napoletano uno strumento utile per ottenere una maggiore potenza espressiva?
Considero il napoletano e il napoletanismo il massimo dell’espressività e se non bastasse, ci aiutiamo col nostro famoso gesticolare.
Non so se arrivi maggiormente grazie ad esso, ma certamente mi divertiva ed era un desiderio forte quello di renderlo parte integrante.

Il tono della narrazione è leggero, spensierato, ma in pieno stile cyberpunk, non mancano critiche al sistema economico ultrastacanovista da te dipinto. Pensi sia questa la direzione in cui si dirige la nostra società?
Credo che oramai ci siamo totalmente dentro, il cyberpunk è sempre stato un genere che per assurdi criticava la realtà attuale, e oggi noi in Italia siamo in una fase pessima.
Io però descrivo anche un mondo in cui il razzismo che sia di razza o di scelte sessuali non esiste più, se non per scherzo, e il mio augurio è che nel futuro tutte queste sciocchezze senza fondamenta si estinguano.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ho realizzato un artbook Vaporwave-erotico che si chiama Colors – ways to bliss, che potete visualizzare sulla mia pagina personale oppure qui.
Al momento lavoro per vari progetti italiani e americani, e spero di potervene parlare presto.
grazie!

 

Antonio Vangone (1995) studia per diventare odontoiatra, legge e scrive quanto può. Finalista al Premio Raduga 2017, suoi racconti sono apparsi su Pastrengo, Firmamento, Storie Bizzarre e altre riviste letterarie.

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