Intervista a Dario Sansone, cantante dei Foja e uno dei quattro registi di Gatta Cenerentola, il film by Mad Entertainment e Rai Cinema.

Dopo il grande successo di Venezia e la candidatura agli oscar, Gatta Cenerentola continua ad ottenere consensi sia da parte del pubblico sia da parte della critica. Avendo visionato il film e dopo esserci lasciati ammaliare dalla bellezza della pellicola abbiamo intervistato Dario Sansone, uno dei quattro registi che hanno lavorato al film.

– Ciao Dario, grazie per il tuo tempo. Cominciamo subito con la prima domanda: questa volta in compagnia di Alessandro Rak hai lavorato al film in qualità di ideatore. Com’è vedere la propria creatura prendere forma?

Il lungometraggio Gatta Cenerentola, è realizzato da quattro registi oltre me e Rak, il film è stato diretto da Ivan Cappiello e Marino Guarnieri, nell’ambito dell’animazione il lavoro di squadra è fondamentale, e i processi creativi e realizzativi sono un continuo scambio di idee con lo staff.

Osservare i personaggi che man mano assumono carattere e “anima” è sicuramente un momento emozionante, dove i disegni prendono vita propria e iniziano ad indirizzare la storia verso trame narrative inaspettate.

– A Gatta Cenerentola avete lavorato a lungo, più di due anni se non erro. Si vede che per creare prodotti di qualità c’è bisogno di molto tempo e concentrazione. Quali difficoltà avete incontrato durante la realizzazione della pellicola?

La lavorazione è durata circa tre anni, un tempo non insolito per un lavoro di animazione, la reale difficoltà ma anche la nostra forza è stata quella di aver affrontato un impegno che solitamente viene realizzato con budget e staff molto più grandi, con una squadra di sole 15 persone e un’economia molto limitata.

La qualità è sempre stata il nostro obiettivo primario, realizzare con pochi mezzi prodotti che possano competere con i colossi internazionali.

– La musica ha un ruolo portante nel film, quasi tutti i personaggi principali, da Angelica al “Re”, cantano e lasciano che la musica esprima meglio i propri pensieri. Del resto Napoli è legata a doppio filo con questo tipo di musica schietto e intimista allo stesso tempo. La scelta delle musiche è stata davvero oculata e precisa. I Guappecartò, Francesco Di Bella, I Virtuosi di San Martino, Marlboro Recording Society, Daniele Sepe, Enzo Gragnaniello, Ilaria Graziano e Francesco Forni, e agli immancabili Foja; le musiche originali di Antonio Fresa e Luigi Scialdone. Cosa puoi dirci di questo calderone melodico stupefacente?

La musica è un personaggio importante nel nostro film, ci siamo avvalsi della generosità di tanti autori partenopei e non, sulle musiche originali di Fresa e Scialdone, si sono avvicendati brani inediti e classici della cultura napoletana, il nostro intento era quello di realizzare un ponte tra la tradizione e la modernità, laddove la musica a supporto delle immagini, riesce ad amplificare suggestioni narrative ed atmosfere.

– Vieni dall’esperienza di Capitan capitone dove il senso di collaborazione è diventato un motore fortissimo per la produzione artistica, ma anche con i Foja ci sono state importanti collaborazioni. Sembra quasi che l’ambiente culturale di Napoli riesca a sopravvivere e ad emergere solo se si unisce, come le dita della mano che formano un pugno. Cosa ne pensi?

Napoli è sempre stata musicalmente viva, è un ambiente sonoro eterogeneo, e lo scambio creativo per me è sempre stata una componente fondamentale, solo dalla miscela delle diversità nascono le vere novità, sono felice che la mia città in questo momento stia creando un pubblico affamato di canzoni e musica dal vivo, credo che anni di lavoro e proposte stiano in questo momento vedendo la realizzazione di un piccolo sogno.

– Tornando alla favola noir, Gatta Cenerentola è un miracolo visivo, una storia post-moderna che però parla di attualità. Salvatore Lo Giusto è uno dei classici sciacalli che preferisce sfruttare gli stereotipi e la decadenza napoletana invece di fare qualcosa per migliorarla. Credi che il popolo campano si stia muovendo nella giusta direzione o segui ancora il modello di Salvatore?

Non sono in grado di “giudicare” un intero popolo, so che nei nostri luoghi si può ammirare l’intera umanità, dalle più grandi barbarie ai più grandi gesti di nobiltà, e forse questa continua ricerca nelle nostre radici di alti retaggi culturali può indicare una via salvifica per la nostra comunità, la mia percezione è che ci sono ancora delle grandi separazioni sociali, come se il nostro territorio vivesse più anime distanti da loro, occorre maggiore unione e scambio per abbattere gli stereotipi a cui siamo abituati.

– Nel film, il Re, dice – parafrasando – che i cambiamenti devono essere fatti a misura della città in cui avvengono. Anche se detta dall’antagonista, è una frase ricca di significato. Forse, a volte, però, c’è bisogno di essere totalmente rivoluzionari, no?

La rivoluzione è nel compiere atti verso la comunità, cercando di battersi per la libertà di espressione propria e della collettività, con le nostre scelte artistiche e di vita ogni giorno abbiamo ben chiara questa missione, e la nostra città così anarchica e contraddittoria è continua fonte di ispirazione in tal senso.

– Tutti i personaggi, dalle sorellastre alla gatta, da Gemito, fino ad Angelica, sono ben caratterizzati, e riescono a creare un’armonia sottolineata più volte nel film. Partendo dalla base di Basile, quanto avete stravolto?

Ci siamo attenuti all’impianto archetipo della favola, riscrivendola con il nostro bagaglio culturale ed il nostro gusto visivo partendo da “La Gatta Cenerentola” contenuta ne “Lo cunti de’ li cunti”, conservandone l’atmosfera cruda e cupa, ed alcuni elementi come la scarpetta, la presenza della nave e quella del Re.

– Perché la scelta di ammutolire La gatta? Espediente narrativo?

Cenerentola è un po’ come la nostra città, in balìa del suo destino, incapace a volte di urlare e con tante possibilità dinnanzi a se, inoltre l’assenza di una voce per la nostra protagonista ci ha spinto a caricare di espressioni ed emotività il personaggio.

– A differenza del precedente film, a cui anche tu hai collaborato, l’Arte della Felicità, questa pellicola risulta meno intimista, ma più dinamica e allo stesso tempo cruda. Dopo la riflessione, c’è bisogno di agire?

Sicuramente l’aspetto “Action” era qualcosa di cui ne sentivamo il bisogno, è un film al contempo riflessivo e composto da sequenze ritmate, avevamo l’esigenza di confrontarci con scene movimentate e con una narrazione più serrata che potesse coinvolgere al massimo lo spettatore.

– Selezionati tra i 14 possibili candidati agli Oscar, un grande successo a Venezia. Vi aspettavate un riscontro simile?

Quando finisci un lavoro che per tre anni ha fatto parte della tua vita, in cui hai messo tutto te stesso, non ti poni la questione su cosa accadrà dopo, ogni singolo complimento o gesto di apprezzamento nei confronti del tuo lavoro è qualcosa che ti stupisce ed emoziona. I riconoscimenti ci fanno capire che probabilmente abbiamo imboccato la strada giusta e ci spingono a una continua ricerca di miglioramento.

Sergio Mario Ottaiano, classe '93, Dottore in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia Federico II di Napoli. Musicista, giornalista, scrittore, Social Media Manager, Digital PR e Copywriter. Presidente del giornale Terre di Campania. Collabora per Music Coast To Coast, Fumettologica, BeQuietNight e MusicRaiser. Ha pubblicato svariati racconti e poesie in diverse antologie; pubblica con Genesi Editrice il romanzo dal titolo "Un'Ucronìa" Il 1/4/2014; pubblica con Rudis Edizione il saggio dal titolo "Che lingua parla il comics?" il 23/1/17.

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