La storia di Carlo Sellitto, del suo approdo al caravaggismo, e descrizione di “Santa Cecilia all’organo”

Napoli nel ‘600 era la seconda città più grande d’Europa, dopo Parigi, ed accoglieva un milione e mezzo di persone, di cui un decimo erano suore e sacerdoti. Essendo poi una dominazione spagnola in terra italica, molti criminali vi trovavano rifugio dalle autorità delle proprie patrie. Era dunque una città concitata, violenta, già caravaggesca. Caravaggio, infatti, ha avuto una fortuna critica altalenante negli ultimi secoli, già a Roma non gli si risparmiarono critiche, “Era venuto per distruggere la pittura” disse Poussin poco dopo la sua morte, ma questo a Napoli non successe: ogni sua nuova opera, tra il 1606 e il 1610, fu un frammento d’arte e rivoluzione che Napoli accoglieva e comprendeva. Così, per poetica contraddizione, Caravaggio non ha mai avuto una propria scuola, Napoli ha avuto una “Scuola Caravaggesca”.
Il primo caravaggista, secondo la tradizione, fu Carlo Sellitto, al secolo Carlo Infantino, nato a Napoli nel 1581 da genitori di origini montemurrresi. Figlio d’arte, si formò in ambito post-manierista presso il pittore fiammingo Loise Croys e mostrò subito un notevole talento per i ritratti, divenendo ben presto richiestissimo dall’aristocrazia partenopea. Sellitto, tuttavia, era persona passionale e, così come abbandonò Claudia, promessa sposa e figlia del suo maestro, per convivere con una certa Porsia Pirrone, altrettanto istintivamente lasciò la facile e proficua carriera di ritrattista per imbracciare il nuovo corso portato a Napoli dal Merisi.
Dell’esiguo catalogo che ci è rimasto di Sellitto oggi ricorderemo “Santa Cecilia all’organo” che ben ci mostra la spontaneità e la tangibile umanità del suo caravaggismo. L’opera, conservata al Museo di Capodimonte, presenta una composizione apparentemente semplice ed immediata che va studiata attraverso le espressività dei protagonisti. In un ambiente spoglio, il cui buio vien infranto solo quel tanto che basta a illuminare i personaggi, siede Santa Cecilia su un seggio, suonando assorta un organo di semplice legno, attorniata da figure angeliche. Alle sue spalle, degradando verso l’oscurità, vi sono angeli belli e senza ali di cui il primo, da sinistra, guarda dritto all’osservatore, al di fuori del quadro, “sfondando” la dimensione della tela, il secondo dirige lo sguardo verso l’alto, come la Santa, il terzo e il quarto son dediti ai loro strumenti. Più bello di tutti è però il cherubino alato, nudo e inondato di luce, che maneggia con pronta diligenza il tubicino pneumatico alle spalle dell’organo. Naturalezze di gesti e sentimenti che il caravaggismo per primo ha donato alla storia dell’arte coniugandolo con maestria tecnica e tematiche “alte” come quelle religiose.
La sorte però può essere ironicamente crudele e lo fu di più con Caravaggio e i suoi “seguaci”; Carlo Sellitto morì improvvisamente nel 1613, nello stesso anno in cui sposò Porsia e il Pio Monte della Misericordia gli commissionò un’opera prestigiosa.
Nel prossimo articolo parleremo del pittore che sostituì Sellitto presso il Pio Monte e che fu un eccellente interprete di quella corrente pittorica, ispirata dal Merisi, che era ormai già pronta a conquistare l’Europa.

Scrittore e critico d’arte, convinto che la scrittura debba andare oltre le relatività del presente.

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