Viaggio alle origini di uno dei più grandi movimenti pittorici del ‘600

Anno 1606: Michelangelo Merisi da Caravaggio fu condannato per omicidio dalle autorità pontificie, la pena era la decapitazione. Non bastava aver rivoluzionato l’arte a Roma gettando il pathos e le teatralità del Barocco in caustiche ambientazioni quotidiane e bui realismi, Caravaggio fu costretto a  scappare.

Alla discesa nel proprio personale inferno corrispose una discesa geografica fino a quel di Malta passando per Napoli, dove Caravaggio visse fino al 1610 nei Quartieri Spagnoli (salvo le brevi permanenze a Malta e Siracusa). Sembra quasi che una città come Napoli, mitica e contraddittoria, fosse una tappa obbligata nel destino maledetto di Caravaggio e subito tra l’artista e la città si creò una misteriosa e fruttuosa alchimia. Caravaggio morì proprio nel 1610, cercando disperatamente di ritornare a Roma, e profondissimo fu il segno lasciato dal maestro lombardo nella Napoli del ‘600, dove il suo retaggio fu raccolto dalla nuova generazione di pittori.

Ma prima di approfondire  quella straordinaria stagione artistica che fu il Caravaggismocampano, non posso non parlare di uno dei più grandi capolavori conservati a Napoli. Una passeggiata natalizia sul decumano maggiore mi ha portato nei meandri del Pio Monte della Misericordia. È qui, sull’altare maggiore della Chiesa, che viene conservata “Sette opere di misericordia”, opera sublime e controversa del Caravaggio, sussulto di un animo alla ricerca della salvezza fisica e spirituale. Su una sola grande tela è dipinto lo scorcio di un “vascio” dove si accalcano angeli cadenti, figure isteriche, nudità improvvise e losche attività. A ben vedere nulla manca; tra muscolature e panneggi resi con polverosa concretezza, in una luce rivelante ma non salvifica, sono raffigurate puntualmente e con sintesi rara le sette opere di misericordia corporale: “Seppellire i morti” (i piedi del cadavere, il diacono con fiaccola e il portatore), “Visitare i carcerati” e “Dar da mangiare agli affamati” (Pero visita il padre Cimone in carcere e lo nutre dal seno), “Vestire gli ignudi” (il cavaliere che veste l’uomo nudo di spalle), “Dar da bere agli assetati” (Sansone beve da una mascella d’asino), “Ospitare i pellegrini” (l’uomo sull’estrema sinistra che indica la strada ad un pellegrino con conchiglia sul cappello).

Non c’è altro da fare che rimanere ad osservare per non lasciarsi sfuggire la minuscola goccia di latte sulla barba del carcerato, per notare le ombre degli angeli, veri corpi che irrompono sulla scena, e riscoprire un’altra grande presenza, quella di Napoli, Napoli viva e popolare, sanguigna ed autentica, come traspare dalla descrizione dell’opera che fece Roberto Longhi, storico dell’arte:

La camera scura è trovata all’imbrunire, in un quadrivio napoletano sotto il volo degli angeli lazzari che fanno la “voltatella” all’altezza dei primi piani, nello sgocciolio delle lenzuola lavate alla peggio e sventolanti a festone sotto la finestra da cui ora si affaccia una “nostra donna col bambino”, belli entrambi come un Raffaello “senza seggiola” perché ripresi dalla verità nuda di Forcella o di Pizzofalcone. 

Scrittore e critico d’arte, convinto che la scrittura debba andare oltre le relatività del presente.

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