In nome della Madre, di Erri de Luca: un Magnificat laico di sconvolgente bellezza che racconta la più grande storia d’amore di tutti i tempi.

L’ho letta e riletta almeno 6 volte, la seconda edizione Feltrinelli (febbraio 2020) di questo breve, immenso libro di Erri De Luca, e ogni volta vi ho trovato suggestioni, spunti e immagini diverse.

La storia è apparentemente semplice: l’enorme mistero della maternità divina di Maria, narrata da lei stessa.

Credo, in realtà, che sia un Magnificat laico di sconvolgente bellezza. Miriàm/Maria si racconta, in quattro “stanze” e tre canti, come mai i Vangeli e gli scritti sacri l’hanno raccontata.

Miriàm/Maria è una ragazza ebrea, giovanissima e fortunata: sì, fortunata, perché benedetta da Dio con il dono di un duplice amore, quello suo per Iosef, “bello e compatto da baciarsi le dita”  e di Iosef per lei, “che sa dire di sì a me e no a tutto il resto del mondo”; ma anche benedetta con l’amore di Dio che la sceglie per farne la Madre di suo figlio. Miriàm /Maria si sente un recipiente, una pentola per contenere quel figlio che è entrato dentro di lei con un soffio di vento. Come sceglie bene le parole da mettere in bocca a Miriàm, De Luca! Una pentola, un vaso (le pentole dei poveri, all’epoca, erano di terracotta) che Dio modella e che a sua volta modella dentro di sé quel Figlio destinato a cambiare la storia del mondo.

E il vento che feconda, quello pneuma, principio vitale cosciente che dà origine all’avventura più difficile e meravigliosa che Miriàm/Maria avrebbe mai potuto immaginare. Nove mesi straordinari, a partire dall’esperienza di una confessione sincera e libera da ogni timore al suo Iosef, che le crede senza ombra di dubbio quando lei gli racconta l’incredibile visita dell’angelo, passando per il colloquio, intimo e continuo, con quel figlio per ora solo immaginato, che le dà la forza di attendere con gioia, di imparare dalla madre come fare a partorire, la pazienza di rinunciare ai desiderati “baci di Iosef sugli occhi”, che dopo il matrimonio l’abbraccia per la prima volta per aiutarla a salire sull’asina che li porterà a Betlemme per il censimento. Miriàm/Maria che è piena di grazia, che sparge grazia, come le dice Iosef, con “parole da meritarsi abbracci”, lui che è “innamorato cotto”. Miriàm/Maria che partorisce da sola, mentre Iosef aspetta fuori dalla stalla, perché gli uomini d’Israele non possono assistere al parto; Miriàm/Maria che trascorre la prima notte con il figlio Ieshu, il salvato, e ora che è madre intuisce ciò che dovrà soffrire quando questo figlio non sarà più suo, quando quel “vaso di frasi” nato nella città del pane dovrà diventare offerta per il mondo.

È allora che pronuncia una strana preghiera alla rovescia, chiedendo a Dio di dimenticarsi di quel figlio che le ha donato, di non strapparglielo, conscia che non sarà esaudita. L’ultima stanza si chiude con il lirismo della presentazione di Ieshu al giusto che lo crescerà con lei, Iosef, e dunque al mondo; lo scrittore chiude il Magnificat laico di Miriàm /Maria con l’accettazione, ancora una volta, della volontà divina. A noi rimane la partecipazione ad una gioia imprevista che è anche il dolore immenso di una ragazza scelta per realizzare in semplicità l’evento più grande di tutta la Storia.

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