Lunga e approfondita intervista con Pasquale Napolitano, uno dei membri fondatori dell’associazione La Carrozza D’oro, sul teatro, l’arte e le realtà di provincia.

Conosco Pasquale Napolitano e la realtà associativa de La Carrozza d’Oro da alcuni anni, ho seguito il loro percorso, ho avuto la fortuna di collaborare con loro e di vederli all’opera in diverse occasioni. Ho potuto saggiare la grande capacità sociale del teatro e soprattutto la bravura dei membri e degli allievi di questa realtà teatrale di provincia. Durante un piacevole incontro per un caffè, offerto da Pasquale Napolitano, ho avuto il piacere e la fortuna di scambiare due chiacchiere con lui riguardo al mondo del teatro, l’arte in generale e la provincia.

Pasquale, membro fondatore de La Carrozza d’Oro, è una persona appassionata che, insieme ai suoi soci, porta avanti un discorso teatrale particolare, maturo e allo stesso tempo vicino alla realtà provinciale, concentrato in primis sull’obiettivo di far avvicinare i ragazzi al teatro.

Seduti a tavolino, sorseggiando un espresso le domande – e le risposte –  sono uscite spontanee.

– Da quanto tempo siete nel mondo del teatro come associazione , e prima ancora come singoli?

Siamo tre soci “storici”, io, Luana Martucci e Alfredo Giraldi. L’associazione esiste dal 2011, quest’anno saranno i primi 5 anni, in realtà siamo assieme dal 2010 ma abbiamo ufficializzato il tutto l’anno successivo. Venivamo da realtà associative precedenti e di fatto facciamo Teatro insieme dal 1999, da quando ci siamo incontrati per la prima volta nello stesso ambiente universitario: la facoltà di lettere alla Federico II. Da allora abbiamo iniziato a parlare di teatro, anche se singolarmente avevamo già delle nostre esperienze di Teatro. Abbiamo fatto un po’ di percorso formativo insieme, abbiamo collaborato con diverse realtà, ma sempre con l’idea folle di fare delle cose nostre.

14449741_1239554709400073_2229664488259156975_n– Qual è il vostro rapporto col mondo del rapporto napoletano? Come vi relazionate con gli autori e attori che vivono il mondo del teatro di Napoli centro?

Io e Luana siamo stati collaboratori dell’ICRA project di Michele Monetta e Lina Salvatore, che è sia una struttura formativa che una compagnia teatrale. Con loro abbiamo avuto diverse esperienze in giro per l’Italia come collaboratori, io nello specifico come aiuto-regista, sia in rappresentazioni teatrali, sia negli spettacoli per bambini. Ricordo che allora collaboravamo con la Cooperativa dei Magazzini di Fine Millennio, che cura da anni una rassegna di Teatro-ragazzi a Napoli. In queste occasioni lavoravamo sia a spettacoli nostri che non. Quindi siamo stati spesso sul circuito napoletano, anche recentemente quando abbiamo curato la stagione teatrale dello spazio ZTL.

– Dunque avete lavorato anche a livelli piuttosto alti, uscendo anche fuori dall’ambito napoletano…

Sì, riusciamo a lavorare molto fuori dal napoletano

– E dalla regione?

Anche. È da qualche anno che curiamo i progetti del centro universitario teatrale di Benevento. Con il quale abbiamo fatto alcuni spettacoli che sono stati all’estero, in Francia.

– Recitati da voi?

Recitati dai ragazzi, ma la cura della regia e dello spettacolo era interamente nostra. Abbiamo recitato sia in Italiano che in napoletano.

14470556_1241295315892679_7322935479557023880_n– Il teatro Italiano all’estero, recitato in Italiano, è apprezzato?

In realtà il limite linguistico è tutto nostro. Se qui arriva uno spettacolo in lingua ci sono delle grosse resistenze da parte del pubblico, mentre all’estero no. Ricordo che un nostro spettacolo, “La giostra furiosa”, ispirato all'”Orlando Furioso”, vinse anche un premio all’estero. Addirittura, durante un festival universitario nelle vicinanze di Parigi, osservammo lo spettacolo di una compagnia di russi, che recitò per intero in grammelot, una lingua inventata in cui gli attori fingevano di parlare varie lingue, e per l’occasione hanno raccontato una storia senza parlare.

Quindi il teatro è un linguaggio che supera il testo e la lingua stessa?

Assolutamente, un esempio è Dario Fo che recitava nella sua lingua a livello internazionale. Il testo è importante, ma non è tutto.

– L’associazione La Carrozza D’oro, si è inserita fin da subito nel panorama sciscanese o ci sono stati tappe intermedie?

Inizialmente ci appoggiavamo in una palestra a Scisciano, mentre in contemporanea portavamo avanti la rassegna Torrefazione a Somma Vesuviana. L’anno dopo siamo stati ospiti, con entrambe le realtà, dell’associazione Yabasta. Lavorando qui abbiamo iniziato a capire che la provincia è un po’ abbandonata a se stessa dal punto di vista del teatro. Molto è lasciato al teatro comico, o come lo chiamo io “televisivo”, un teatro concepito per un pubblico abituato allo spettacolo televisivo. C’è poco spazio per la sperimentazione e l’educazione teatrale. Negli anni, però, c’è stata evoluzione.

– In questi anni avete fatto un profondo lavoro di sensibilizzazione al teatro. A che livelli siete arrivati?

C’è stata una crescita graduale e dopo qualche difficoltà iniziale, l’entusiasmo di alcuni allievi ci ha spinto a perfezionare un percorso di educazione teatrale specifico che ha portato alla creazione di una compagnia teatrale. C’è crescita specialmente tra i ragazzi di 14-20 anni. Lavoriamo anche con laboratori per bambini di diversa età con classi di sei o sette anni.

– E il pubblico?

Stesso discorso, i numeri sono aumentati man mano che la realtà prendeva piede sul territorio. Non parliamo di grandi numeri, spesso facciamo spettacoli per pochi, ragionando in modo shakespeariano, cercando di creare un rapporto diretto tra attore e pubblico, addirittura coinvolgendolo.

11204915_643318809101230_6992631719969629927_n– Cosa avete studiato per arrivare qui, e a cosa vi siete ispirati? E quanto ha di sperimentale il vostro teatro?

Cercherò di essere breve, parlerò più di me che per gli altri, credo sia giusto possano dire la loro in momenti differenti. In ogni caso darò qualche accenno per tutti e tre. Il mio primo approccio col teatro fu uno spettacolo in parrocchia. Avevo 14 anni e rappresentavo la maschera di pulcinella – in modo molto amatoriale -. Da lì avevo deciso di dover far teatro. Iscritto all’università ho portato avanti, parallelamente, il percorso formativo teatrale. C’era il problema, allora, del non riconoscimento del ruolo di teatrante. M’iscrissi a lettere, laureandomi nel settore musica e spettacolo, e parallelamente frequentavo questa accademia che si appoggiava all’Augusteo. Sono stato lì per 4 anni, e alla fine ebbi la mia prima esperienza teatrale di livello professionale, in uno spettacolo in cui fu coinvolto anche Gigi Savoia, un Notre Dam De Paris uscito quasi contemporaneamente con il musical di Cocciante. Per un po’ abbandonai l’idea di far teatro, ma quando incontrai Luana e Alfredo ricominciai a far teatro. Feci uno stage con Eugenio Barba a Scilla, in Calabria, e in seguito a quest’esperienza io e Luana decidemmo di iscriverci all’ICRA, che è una scuola di mimo e movimento corporeo. La scuola durava due anni e poi c’era il L.E.D.A. (Labororatori Espressivi Dramma Arte) lavorando sul teatro surreale, sul dadaismo. Luana aveva avuto esperienze di teatro fin dalle superiori grazie a corsi di teatro organizzati con professionisti, e stage all’estero (organizzati sempre dall’istituto superiore). Anche Alfredo ha seguito i corsi dell’ICRA, ma lui veniva da realtà teatrali differenti in cui aveva già avuto i suoi discreti riscontri.

Per quanto riguarda il livello di sperimentazione del nostro teatro posso dirti che a mio parere ogni lavoro è sperimentale. Sono un estimatore dei classici, amo Shakespeare, ma credo che quando si affronta un testo bisogna interpretarlo in modo personale, studiarlo e poi capire come rappresentarlo. C’è un’idea che regge tutto lo spettacolo, bisogna trovare quell’idea e a mano a mano svilupparla. Più si va avanti e più si allontana dall’idea iniziale. La sperimentazione è intrinseca in ognuno di noi, sta nel modo in cui si fanno arrivare le idee al pubblico.

– Personalmente sono una persona che si è approcciata al mondo del teatro grazie alla scuola. Ho avuto la fortuna di vedere molto teatro, ma prettamente italiano e napoletano. Perché non si fa vedere il teatro straniero ai ragazzi?

Avanzo un ipotesi. Credo che culturalmente siamo ancora alla questione tra classici e moderni. C’è stato un momento, all’inizio novecento, in cui siamo andati avanti, ma già negli anni ’20 eravamo nuovamente immobili. Penso che bisogna allargare i propri orizzonti, conoscendo tutto. Se si pensa a Shakespeare, per capirne la grandezza, bisogna leggere i suoi contemporanei – altrettanto grandi -. In Campania una possibilità di apertura viene dal Napoli Teatro Festival, che effettivamente rompe l’abitudine visiva degli spettatori proponendo registi di livello internazionale.

– Come si abbatte questa “forza dell’abitudine”?

Tramite la resistenza. Resistenza a se stessi, a riciclarsi, a fossilizzarsi. Bisogna sempre rinnovarsi e rinnovare.

– Su quali temi si focalizzano i vostri corsi? Cercate di dare una formazione che rompa l’abitudine?

I vari corsi, a più livelli sono legati tra oro da un’idea comune. Lavoriamo in primis per mettere in risalto la passione dei nostri allievi. Non ci piace parlare di “insegnamento del teatro”, la nostra idea è quella di trasmettere, di travasare il teatro proprio come se parlassimo di vino. Noi facciamo del vino, da anni, con una ricca tradizione alle spalle, ma dobbiamo pur sempre metterlo in una botte nuova e dobbiamo vedere come questo vino si adatta al nuovo contenitore, come cambia. Proviamo a trasmettere delle conoscenze, alcune di tipo tecnico, ma ciò che ha principale importanza è il senso del gioco. Vivere un ruolo, giocare una parte, anche improvvisare: sono fattori importanti. Cerchiamo di trasmettere il senso di libertà, le tecniche ci servono per donare agli allievi la consapevolezza degli strumenti a propria disposizione. Il nostro è un sistema circolare, diverso da quello frontale scolastico, ogni allievo è diverso e ha abilità particolari, al di fuori del talento.

– Cosa ne pensi del cinema? Inteso come arte singola?

Di certo ho visto più cinema che teatro, ma esclusivamente perché è un tipo di esperienza più facile, più a portata di mano. Sicuramente il cinema deve molto al teatro, essendo il secondo la prima forma d’arte rappresentativa. Il cinema ha un meccanismo molto più potente del teatro sul piano della verità, nel senso che chi vede cinema crede di vivere quelle storie, mentre nel teatro la finzione è evidente. Non a caso con la nascita del cinema, nel novecento, il teatro deve reinventarsi, e si evolve – vedi il teatro surrealista -; non si può più solo dare l’illusione della realtà, ma deve andare avanti.

– Cosa ne pensi, invece, della reinterpretazione? Credi che il prodotto finale sia una copia o una rivisitazione del regista cinematografico?

Sicuramente, come a teatro esistono le reinterpretazioni così nel cinema. Ogni regista lavora secondo il proprio occhio, in modo diverso. Ovunque si mettono in scena classici, sono tali perché parlano di umanità, dunque la stessa li vive, li mette in scena, perché riflette su se stessa, ognuno secondo la propria sensibilità. Al cinema è uguale, se qualcuno vuole raccontare una storia, lo fa secondo il proprio punto di vista. Kurosawa per esempio ha sconvolto Shakespeare, inserendolo nel suo contesto culturale. Credo sia molto interessante quando il cinema riprende il teatro dal punto di vista tecnico, un po’ come in Dogville di Lars Von Trier.

– Quanto c’è di politico nel teatro?

Il teatro è politico, il teatro è un atto sociale. Non è partitico, ma è un atto sociale. Il teatro può far pensare, alla vita, all’universo al sociale.

– Come insegnante, come amante del teatro, come addetto ai lavori, credi che i ragazzi di oggi possano percepire il teatro in modo diverso rispetto ad anni fa?

Non so se la percezione sarà in salita o in discesa, ma di certo lo percepiscono in modo diverso. Gli adolescenti di oggi hanno stimoli diversi rispetto al passato, perché le cose cambiano e noi viviamo un periodo di forte accelerazione tecnologica. Noi accendendo la televisione, e avevamo De Filippo. Su di lui si può dire di tutto, ma è certo che ha dato nuova vita al teatro, rinnovandolo. A causa sua abbiamo perso Viviani, e ancora Bracco, ma Eduardo è stato uno degli autori più rappresentati in Italia e all’estero. Avevamo Fame, saranno famosi, un appuntamento fisso alla tv. Grazie a queste fonti d’ispirazione noi avevamo dei modelli differenti. Il teatro era uno spettacolo fatto con tanti attori, difficile da farsi, presupponeva lo studio, presupponeva un lavoro d’insieme. Attualmente non credo che ci sia molto teatro in TV, i canali tematici non bastano, Saranno famosi è diventata una competizione basata sull’individuo, non sul gruppo. Ciò che cerchiamo di spiegare è che il teatro è fatto d’insieme, è appunto un atto sociale.

– Due cose, non che fanno un attore, ma che secondo te, in base alla tua esperienza, consiglieresti ad una persona per fare teatro?

Di sicuro bisogna studiare. E soprattutto bisogna volerlo fare, non basta provare, bisogna volerlo.

 

Grazie infinite a Pasquale e a La Carrozza d’Oro, realtà come questa saranno ciò che salverà la provincia.

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