Incontro con la musica essenziale, malinconica e intima di un cantautore napoletano dall’animo folk: il Befolko ci parla di Isola Metropoli

In una luminosa mattinata di luglio, in una delle piazze più note di Napoli, centro della vita culturale della città, piazza Dante, abbiamo incontrato Roberto Guardi, giovane artista polistrumentista napoletano che dal 2015 ha intrapreso un  nuovo percorso cantautoriale con il nome Il Befolko. Fra bancarelle piene di libri  e turisti che passeggiano in centro, Roberto ci viene incontro, con la sua barba incolta, i capelli lunghi raccolti in una coda e una larga T-shirt: è così che si presenta Il befolko ed è un po’ così anche la sua musica: semplice, essenziale, diretta, intima. 

– Ciao Roberto. Raccontaci come e quando è iniziato il tuo rapporto con la musica. 

Possiamo dire che mio amore per la musica è iniziato poco dopo aver imparato a parlare. Avevo circa quattro anni ed ero al mare con i miei genitori. Sulla spiaggia c’erano dei ragazzi che avevano un bongo. Così mi impossessai dello strumento e fu allora che scoprii la mia passione per le percussioni. Per molti anni, fino al liceo, ho suonato soltanto percussioni, solo in seguito ho iniziato ad avvicinarmi a questo strumento meraviglioso che è la chitarra. In quegli anni, durante l’adolescenza, stavo attraversando quella fase della vita in cui si avverte molto il bisogno di essere accettati, integrati nel gruppo di cui si vuole far parte. E la musica, in particolare la chitarra, era un po’ il mio ponte verso le altre persone, soprattutto verso i miei coetanei. Finito il liceo mi sono iscritto alla facoltà di Lettere ed è stato proprio all’università che ho conosciuto Roberto Colella, con cui ho stretto un rapporto di amicizia. Ho iniziato a suonare come percussionista con il suo gruppo, La maschera, con cui ho firmato il fortunato album di esordio.

– Poi però ti sei distaccato dal gruppo La Maschera e nel 2015 hai iniziato un percorso da solista… Cosa significa per te essere Befolko?

Dopo l’uscita dell’album d’esordio de La maschera nel 2014, con il passare del tempo, ho iniziato ad avvertire l’esigenza di intraprendere un percorso diverso, che rispondesse di più alle mie tendenze musicali, per dare voce alle mie emozioni e cantare i brani che già da alcuni anni scrivevo…  Il nome Il befolko è nato un po’ per gioco, perchè sono un bifolco anche nella vita: non mi preoccupo molto del mio aspetto esteriore (ho sempre la barba incolta e i capelli spettinati) e cerco sempre di essere me stesso, in ogni situazione, anche e soprattutto durante i live. Essere befolko per me significa essere libero, nel senso più profondo del termine: non sentire il bisogno di indossare alcun filtro, alcuna maschera. Quindi la scelta di un nome d’arte non è dovuta alla volontà di costruire un personaggio da portare sul palco. Anzi, il momento in cui canto è il momento in cui metto a nudo le mie fragilità, la mia interiorità e mi mostro per ciò che sono. Ho scelto questo nome anche perchè è come una dichiarazione d’intenti: significa essere folk. Infatti  il folk americano degli anni Settanta è il genere a cui mi ispiro. Autori come Jim Croce, Gordon Lightfoot, Don Mc Lean, James Taylor… sono stati come dei fari nel mio percorso di formazione. Tra i cantautori italiani, invece, mi ispiro soprattutto a Fabio Concato e Claudio Lolli.

– Il tuo album d’eesordio è stato pubblicato lo scorso dicembre e si chiama Isola Metropoli. Da dove nasce questo titolo?

Isola metropoli è la metafora del cantautore. Il titolo è nato da una riflessne sul mio rapporto con la città. Ogni cantautore, nel momento in cui scrive, è completamente solo, è un’isola, quindi, poiché ha un modo unico di sentire e di esprimere. Ma nessuna isola è completamente separata dal resto del mondo, perché circondata dal mare, continuamente lambita dalle onde. Queste onde sono le suggestioni che vengono dal mondo esterno, dalla città. Quindi se è vero che per scrivere c’è bisogno di solitudine, io sento anche un profondo bisogno di essere a contatto con la metropoli, con le sue mille immagini, con la sua caoticità e contraddittorietà. Ogni brano è frutto di una riflessione personale e unica, ma al tempo stesso, in ogni canzone entrano inevitabilmente i dettagli del mondo esteriore, gli stimoli e i pensieri che suscitano le storie degli altri, le conversazioni e le esperienze che ci riguardano in maniera più o meno diretta. L’album è stato registrato allo studio Stereo8 di Napoli insieme a  Noemi de Simone (cori, diamonica, glockenspiel) e Marco Ricciulli (basso). Conclusa la registrazione di Isola Metropoli,  a Noemi e Marco si sono aggiunti Mattia Intignano (batteria) e Marcello Mastrocola (chitarra elettrica) , con cui ho formato una band: Guardi e Ladri. Attualmente, però questa band non esiste più e la nostra ultima esibizione è stata al Nadir Festival, lo scorso luglio.

– I brani che compongono l’album sono tutti in lingua napoletana, come mai questa scelta?

La mia è una scrittura caratterizzata da una grande immediatezza. A volte mi bastano pochi minuti per scrivere l’intero testo di una canzone. Poi naturalmente posso rivederlo, modificarlo in parte, ma sono solito scrivere di getto. E questo mi è possibile solo in napoletano, perchè il napoletano è la lingua dei miei pensieri, della mia interiorità: quindi mi consente la massima semplicità espressiva e inoltre la trovo una lingua molto melodiosa, armonica. Inoltre la scelta del napoletano rappresenta anche un elemento di innovazione, un modo per inserirmi nell’ambito folk in maniera indipendente e fuori dagli schemi  classici, non usando la lingua inglese.

– Nelle tue canzoni spesso parli di storie d’amore che non hanno avuto un epilogo felice, come in ‘O bigliettino, oppure dell’aspro sapore della delusione (in piatto vacante). Non canti mai di momenti felici? Che valore ha per te la scrittura nell’elaborazione di un dolore? 

La mia visione della scrittura è molto vicina all’idea che ne aveva Italo Svevo: per me la scrittura ha un valore  terapeutico, liberatorio, catartico. Credo che la felicità più che essere cantata o scritta vada vissuta. ED è per questo che nei momenti in cui sono felice non avverto il bisogno di scrivere, che sorge invece quando voglio ripercorrere in qualche modo un’esperienza di dolore, guardarla attraverso la lente d’ingrandimento della malinconia, che è un sentimento ben diverso dalla tristezza, anche se spesso viene confusa con quest’ultima.

– Fra le tracce presenti in Isola Metropoli ce n’è una completamente strumentale, dal titolo un po’ particolare: IC 727. Com’è nato questo brano? 

IC 727 era il codice di un regionale su cui viaggiavo, qualche anno fa, per raggiungere la mia fidanzata che viveva in Sicilia. Mi ritrovai in quello stato d’animo in cui ci si sente spesso quando si è circondati da persone sconosciute e, sebbene non ci sia silenzio all’esterno, è come se ci fosse perchè si resta senza parlare. Così, nel silenzio di quel vagone, iniziai a suonare e pian piano è nato questo brano. Riascoltandolo, sembra che gli arpeggi della chitarra, le note che si susseguono una dopo l’altra, mi riportino indietro nel tempo, su quei binari che non avrei più percorso.

– Spesso nelle tue canzoni troviamo oggetti di uso comune, che fanno parte della vita quotidiana. Hanno un valore simbolico? Come nascono questi brani? Penso per esempio, a  tracce come ‘A lavatrice, ‘O bigliettino, ‘O ‘mbrell, una piccola perla di tenerezza…

Mi piace osservare i piccoli oggetti della vita quotidiana, e provare a immaginare il loro punto di vista. Per esempio ‘O ‘mbrello esprime il desiderio di un ragazzo di proteggere la donna amata da una pioggia metaforica, simbolo della vita.

“vulesse ca pe tte ce stesse semp’ ‘o sole ma semp’ chiovarrà, si chiovarrà pe ssemp’ je me nfongo pe tte”

O bilgiettino, invece, è una canzone che ho scritto ripensando a una storia ormai finita da tempo. Un giorno a casa ho ritrovato un biglietto da visita, con il numero di un agente immobiliare… Alcuni anni fa infatti ero fidanzato con una ragazza che viveva lontano, ma che aveva deciso di trasferirsi a Napoli. Così per molti giorni mi impegnai a cercarle una casa…  Alla fine però, la nostra storia d’amore è finita prima che lei venisse a vivere qui. E mi è rimasto soltanto questo bigliettino che mi ha dato l’ispirazione per la canzone.

‘A lavatrice è invece una canzone che ho composto di notte, quando non riuscivo a dormire a causa dei rumori della lavatrice di una vicina di casa. Così, questo è stato lo stimolo, la suggestione che mi ha portato a scrivere una canzone che in realtà parla dell’esistenza umana: per tanti motivi inevitabilmente, ci sporchiamo nel corso della vita, ma poi arriva sempre qualcosa, qualcuno, che ci aiuta a lavare via le macchie, proprio come fa una lavatrice.

– Nel mondo contemporaneo in cui vige l’egemonia dei like e delle visualizzazioni, quanta importanza ha per te il successo? E cosa significa per te avere successo, quali sono i tuoi obiettivi primari?

Per me l’unico vero successo è quello di riuscire ad arrivare al cuore delle persone. Non mi interessa essere riconosciuto per strada, raggiungere la fama, avere migliaia di visualizzazioni… Quello che veramente mi rende felice è sapere di essere riuscito a creare un filo diretto con i miei ascoltatori, quasi una linea invisibile che è come un punto di incontro tra cantante e pubblico. La musica è innanzitutto un modo per comunicare emozioni, sentimenti, ma anche per scoprire di non essere, soli, perché c’è qualcuno che con una chitarra e delle parole è riuscito a dare voce al groviglio di emozioni che ognuno si porta dentro.

– Che rapporto hai con i live e con il pubblico? Riesci a gestire facilmente le tue emozioni quando ti esibisci?

Inizialmente balbettavo, non riuscivo a controllare molto la mia emotività e questo naturalmente mi portava a fare degli errori tecnici… Con il tempo ho imparato ad avere un maggiore auto controllo, anche se, per fortuna sbaglio ancora. Per fortuna mi emoziono ancora.

Nata nel ’97 a Bologna, mi sono trasferita da bambina in un paesino dei Monti Lattari. Grazie alle persone che ho incontrato, ho iniziato ad amare questa terra meravigliosa, troppo spesso vista attraverso la lente del pregiudizio. Sono appassionata di letteratura, fotografia e arte, in tutte le sue manifestazioni. La lettura del libro “In viaggio con Erodoto”, di Ryzdard Kapuscinsky, mi ha insegnato il valore e la bellezza della diversità. Studio arabo e inglese presso la facoltà di mediazione linguistica e culturale.

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