Intervista a Stefano Crupi, autore napoletano di Ad ogni santo la sua candela

Ad ogni santo la sua candela di Stefano Crupi è un romanzo che decisamente merita una particolare attenzione, tanto che qualche tempo fa noi di Terre di Campania ci siamo occupati di recensirlo. La storia, edita da Mondadori, di un ragazzo dei quartieri di Napoli che tenta di scalare la vetta del successo mediante ogni mezzo, dal più convenzionale al meno ortodosso, con l’aiuto della madre onnipresente e quello di un grande santo alle sue spalle è solo uno dei livello su cui il lavoro di Crupi può essere interpretato. I personaggi son infatti psicologicamente molto complessi, come lo sono anche le dinamiche dei loro rapporti. Abbiamo quindi chiesto all’autore qualche approfondimento sulla natura del suo lavoro e sul suo pensiero verso la realtà odierna.

N: Ad ogni santo la sua candela è il suo secondo romanzo dopo Cazzimma. Entrambi testimoniano una passione per temi fortemente attuali, che si collega chiaramente alla sua esperienza da giornalista. In che misura il mondo del giornalismo si differenzia, secondo lei, da quello della narrativa nel raccontare l’attualità? Quale dei due raggiunge lo scopo dell’informazione in maniera realmente più immediata e profonda e soprattutto, lei in quale si riconosce?

Stefano Crupi: Mi reputo soprattutto uno scrittore che ogni tanto si dedica a scrivere qualche articolo per i giornali che lo richiedono. Da scrittore però penso che la letteratura debba maggiormente occuparsi di temi attuali, che non sia più il tempo di guardarsi l’ombelico ma piuttosto che lo scrittore debba sporcarsi le mani, metterci la faccia, prendere posizione, entrare nel dibattito politico. “A ogni santo la sua candela” è un romanzo provocatorio, che racconta una storia limite e che ha avuto il merito di aprire delle discussioni. Nelle sue pagine però c’è solo raccontata una storia, non c’è una voce narrante che si erge a spiegare cosa sia giusto o sbagliato, questo spetta al lettore.

N: Il titolo del romanzo è indubbiamente enigmatico. Il paragone tra i santi celesti e quelli terreni è contraddittorio ma vero, in particolare in una città come Napoli dove, com’è noto, il tema della fede sfocia spesso nel profano. Considera blasfemo affermare che oggi porti più grazie accendere candele ai santi terreni che a san Gennaro (Tutti sapevano che era a san Gennaro che bisognava rivolgersi, che non c’era alternativa, invece adesso pure il grande santo è entrato in crisi.)?

Stefano Crupi: Quella di affidarsi a un santo terreno è una pratica molto diffusa, che fa ormai parte del nostro costume nazionale. Nelle case dei camorristi ci sono grandi statue di Padre Pio, le processioni fanno l’inchino davanti le abitazioni dei boss, insomma sacro e profano si mischiano ma ciò accade per una particolare ragione sociologica: i simboli della religiosità possono essere visti come simboli di potere, per questo interessano a chi vuole mostrare la propria forza.

N: Nel romanzo il protagonista, spinto dalla madre Maristella e dalla forte competizione sociale, ricorre a tutti gli stratagemmi per entrare nelle grazie del suo dirigente al fine di scalare a vetta del successo, non senza pesanti conseguenze. Può Ernesto essere considerato una vittima o è semplicemente una persona senza scrupoli? E’ davvero lui il protagonista della storia?

Stefano Crupi: Ernesto è vittima della sua mentalità, ne è schiavo. Sua madre Maristella, istruendolo a quel modo, lo priva della libertà di esprimersi davvero, che poi è la nostra libertà più grande.

N: Qual è la differenza tra l’amore di Sisto per Carmela e il rapporto di Ernesto con Cristina? Le due donne, uniche figure femminili a parte quella materna, che ruolo hanno all’interno delle due storie?

Stefano Crupi: Carmela per Sisto è la chiave d’accesso per un mondo nuovo, in cui Sisto può essere salvo. Cristina invece per Ernesto è solo un modo per mostrare il suo successo, nella convinzione perversa che anche l’amore e la bellezza possano comprarsi. Certo suona davvero ironico che una prostituta sia l’unica figura portatrice di una moralità, che manca in tutti gli altri personaggi.

N: Ciò che emerge dalla storia è affascinante e deprimente, ma non è un fenomeno unicamente napoletano. Come ha già sottolineato, fa parte di un degrado tutto italiano. Ha scelto la città di Napoli soltanto perché l’ha conosciuta da vicino? Crede che il romanzo sarebbe stato totalmente diverso se ambientato a Milano?

Stefano Crupi: Racconto il lato oscuro di una nazione, non di una città. Il romanzo per questo sarebbe stato molto simile se ambientato a Milano come a Roma. Mi interessava raccontare l’Ernesto che è in ognuno di noi.

N: In un’intervista ha dichiarato che è a favore della cosiddetta “fuga di cervelli”, in quanto in Italia non esiste meritocrazia. Come mai lei ha deciso di restare?

Stefano Crupi: Anche fare lo scrittore in Italia non è facile. Gli italiani leggono poco e male. Gli scrittori, quelli veri, godono di scarsa considerazione, mentre si considerano scrittori personaggi che in realtà non lo sono. Ma scrivere è un mestiere diverso da tutti gli altri, chi lo pratica oggi dimostra molto coraggio, lo stesso coraggio probabilmente di chi resta con l’intento di cambiare le cose.

 

Laureanda in Scienze della traduzione presso l’università La Sapienza di Roma, dove si interessa di traduzioni dalla lingua russa e ceca. Appassionata di scrittura, cinema e teatro, rivede nella sua terra le più ampie espressioni tradizionali ed innovative dell’arte.

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