La grande bellezza è un film del regista napoletano Paolo Sorrentino. Vincitore del Premio Oscar (miglior film internazionale), la pellicola è del 2013.

Dopo aver trattato di un altro film da vedere in quarantena, sempre dello stesso regista, è giunto il momento di discorrere del capolavoro cinematografico di Sorrentino: La grande bellezza. In gran forma, Paolo Sorrentino ha costruito un film, nel 2013, che ha ottenuto numerosi riconoscimenti (tra cui l’Oscar e il Golden Globe per la categoria “miglior film straniero” e ben 9 David di Donatello).

La grande bellezza: il bello e il grottesco nella capitale (contiene spoiler del film)

Jep Gambardella (un immenso Toni Servillo) è un napoletano trapiantato nella capitale italiana a 26 anni. Uomo affascinante, carismatico e dalla sottile intelligenza, Jep si è subito inserito nella Roma da bere, fatta di cocktail, gente ricca, grandi feste. Fautore della mondanità allo stato puro, Jep è un giornalista di costume e un critico teatrale. Jep ha scritto solo un libro (L’apparato umano) e poi non è più riuscito a scrivere romanzi. L’uomo è circondato di personaggi, amici suoi, su lunghezze d’onda solo apparentemente uguali: Romano (Carlo Verdone) è un attore sull’orlo del fallimento, molto tenero e fan numero uno di Jep; Lello (Carlo Buccirosso) è un venditore di giocattoli scaltro ed infedele; Dadina (Giovanna Vignola) è la direttrice nana del giornale per cui Jep scrive; Viola (Pamela Villoresi) è la più ricca del circolo di amici; Stefania (Galatea Ranzi) è una scrittrice.

Un canto raffinato di donne, in una splendida chiesa. Poi, un urlo. È l’urlo sfrenato di una donna in preda al divertimento, durante la festa di compleanno di Jep. La dicotomia bello-grottesco è il fattore caratterizzante de La grande bellezza. Jep compie 65 anni, e avverte un’evoluzione in lui. Certo, continua a partecipare, a realizzare magnifiche quanto grottesche feste, continua a vivere di notte e a dormire di giorno, ma qualcosa è cambiato. Attraversato da malinconie essenziali, Jep abbraccia la senilità. Parte del mondo di Gambardella è la rappresentazione del vacuo, del superficiale. La Roma che lui amava, quella del passato, è a parer suo ormai estinta.

Grottesco, deformità, volgarità ben truccata da bei vestiti e belle case, tutto questo si nota nei numerosi party. Si nota la solitudine di Dadina, al compleanno di Jep: ci si diverte tanto, si balla, si fanno i trenini. Poi la festa finisce, Dadina è sola, chiama a gran voce gli amici, ma non è rimasto nessuno. Dalle parole di Stefania (letteralmente umiliata dalla brutale schiettezza di Jep) traspare una finta sicurezza di sé, da suscitare prima antipatia, poi tenerezza. Dalle parole di Romano, emerge un candore così forte, che cozza tremendamente e a disagio con la maliziosità di una grande città come Roma. Romano, infatti, a differenza di Jep, sceglierà di tornare “al paese”, dai propri genitori: Roma lo ha profondamente deluso. Non si può affermare che Jep sia completamente contento della sua città. Ma il suo viaggio è più profondo, è più interiore.

Roma è un magnifico ed importante fattore, ma è Jep il vero protagonista de La grande bellezza. L’incontro con Ramona (Sabrina Ferilli) rappresenterà un momento delicato e dolce della vita dello scrittore. Ramona non è ricca, non è borghese, non è una scrittrice. Però Ramona è buona, ancora si stupisce del mondo, sia nel bene che nel male. Un tremendo male, purtroppo, stroncherà la vita di questa fondamentale presenza nella vita di Jep. Turbato dall’assenza di anima, di cultura, di arte nell’arte che lo circonda, Jep si sente smarrito.

Jep e Ramona.


Altri elementi importanti del film sono gli uomini e le donne della Chiesa. Jep non riesce ad addolcire le parole, è fatto così, è evidente quando non stima qualcuno. Ad una cena con il cardinale Bellucci, con Lello, con l’emblematica Suor Maria “la Santa” ed altri, Jep svilisce notevolmente la persona del cardinale, prodotto ben confezionato di una fede a poco prezzo e mediocre. Suor Maria la Santa, invece, aiuterà Jep a comprendere cosa sia la grande bellezza. La donna ha lavorato nel terzo mondo, conosce l’orrore, la povertà, la sofferenza. Suor Maria non sa cosa sia la mondanità, non sa cosa sia la superbia, lo sfarzo, l’ostentazione. Con poche parole, la Santa farà comprendere che tutto ciò che ha circondato Jep è sempre stato … il niente. E Jep lo ha sempre saputo. Jep, parlando con la sua domestica, ha detto che neanche Flaubert è riuscito a scrivere sul niente, quindi come poteva riuscirci lui? E allora ha poi compreso.

 “Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”. Queste sono le parole emblematiche del monologo finale di Jep. La bellezza è Elisa, la ragazza amata da Jep e ricordata nella bella scena finale. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza sono Ramona , in pura estasi nei bei palazzi romani, il “Maestro Cinema” (presente nelle scene tagliate) che racconta a Jep di quanto fu stupito dal primo semaforo posto a Milano. Bellezza è Madame Ambart, la quale (nella scena tagliata) parla d’amore con Jep. Perché no, bellezza è anche la delusione di Romano, che vuole tornare alla semplicità del suo paese, scappando dalla illusoria Roma.

Ma La grande bellezza è un film labirintico, del resto, posto a numerose interpretazioni. Jep Gambardella, uomo dal riso che sembra un pianto trattenuto, sceglie di restare a Roma, sceglie di analizzare un mondo di cui conosce perfettamente la superficialità, la vanità. Eppure, Jep sfugge anche dal mondo a cui in qualche modo appartiene. Perché Jep ha sempre detto che “Non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire.” Mondano sì, ma sempre profondo e malinconico, Jep torna finalmente a scrivere.

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