Nel nuovo libro di Antonella Cilento, La Madonna dei mandarini, uno sguardo disincantato su Napoli e sulla società contemporanea.

La Madonna dei mandarini, in una poesia di Fernando Russo, è colei che nottetempo faceva visita all’angiulillo recluso in punizione, eludendo la sorveglianza di Dio e di San Pietro, che pure hanno il gravoso compito di mantenere l’ordine in Paradiso. Così, un’umanità dimenticata dagli uomini e da Dio ripone le sue estreme speranze in una figura femminile atavicamente salvifica, al di là del Bene e del Male.

Antonella Cilento, nel suo La Madonna dei mandarini, dà a quest’umanità i volti che si incontrano in una associazione di volontariato napoletana. Ragazze madri, giovani disabili, genitori spesso soli, volontari persi nelle frustrazioni personali. E poi, la carità, una passerella per anestetizzare le coscienze delle signore altoborghesi della Napoli bene e per fomentare la vanità dei viscidi dirigenti dell’associazione, un avvocato e un prete.

La desolante quotidianità dell’associazione è sconvolta di un episodio di violenza: una delle ragazze madri taglia la gola al giovane “direttore”, in realtà guidato e conteso dall’avvocato e dal prete.

Il lavoro dell’associazione deve andare avanti, quel teatro di ipocrisia è pur sempre necessario. Le vicende finiranno per incentrarsi sulla madre di uno dei ragazzi disabili, per poi esplodere in un finale “tragico”, nel senso più tecnico del termine, quando si apre una finestra sui demoni che da sempre si agitano nella nostra coscienza.

Non c’è spazio per nessuna redenzione, ma nel dolore sempiterno non smette di aleggiare la Madonna dei mandarini, che può addirittura sovrapporsi a una mamma che non può essere delusa, a una nonna che dispensa perle di rassegnata saggezza, a una mamma che non può deludere.

Ancora una volta l’universo napoletano ci viene restituito nelle sue contraddizioni, che nessun cliché appiattirà mai. I protagonisti si muovono tra le vie di un centro storico tentacolare, i palazzi del Vomero e le ville di Posillipo. Vi trova spazio anche un conflitto di classe acre e senza evidenti sovrastrutture ideologiche, che sfuma nei complessi personali in attesa di essere suturati da una ambizione che non si appaga mai. La solidarietà e perfino le velleità letterarie non sono altro che appigli in questa strenua scalata. Semmai, sarà la catarsi artistica a far scaricare la rabbia accumulatasi nelle generazioni. Nella quotidianità, resta solo la Madonna dei mandarini a polarizzare le speranze di chi soffre.

La tragicomicità teatrale di Napoli, quasi istintiva e inconsapevole, è in realtà l’effetto di un sapiente uso dell’indiretto libero e del gioco delle focalizzazioni. Concorre, in questo modo, a narrare la storia nella sua crudezza, senza quella retorica pizza e mandulino che ogni artista napoletano coscienzioso teme.

Antonella Cilento, con La Madonna dei mandarini, edito da NN editore, incastra nel mondo secolare della carità religiosa napoletana una storia dolorosamente contemporanea, di disagio sociale, vanità e ambizioni senza tempo, a ben guardare.

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