Descrivere Anna Maria Ortese: quando l’amore si disfà delle illusioni

Anna Maria Ortese (Roma, 13 giugno 1914 – Rapallo, 9 marzo 1998) è stata una scrittrice italiana, una delle più riconosciute del XX secolo. Nasce a Roma, ma vive a Napoli per molto tempo, tanto da potersi considerare adottiva della città (anche se, come dirà lei stessa, non si sentirà mai veramente a casa in nessun luogo).

Il suo soggiorno partenopeo è stato marchiato con inchiostro nella sua opera intitolata Il mare non bagna Napoli”. Si tratta di una raccolta di cinque racconti, di cui alcuni sono per lo più reportage giornalistici, resa pubblica per la prima volta nel 1953 e che ha avuto due tipi di reazioni nel pubblico: è stata amata quando capita, odiata quando fraintesa. L’ultimo racconto, in particolare, intitolato “Il silenzio della ragione” e rivolto ad alcuni scrittori napoletani del suo tempo, accusati dalla scrittrice di essersi imborghesiti, è stato il bersaglio di critiche feroci. Le reazioni negative sono state molte, tanto da causare l’abbandono, anche se solo fisico, della città da parte della scrittrice. Un abbandono fisico ma non mentale, come è dimostrato dalle sue opere successive in cui Napoli viene citata, raccontata, spulciata, in modi diversi.

“Il mare non bagna Napoli” racconta, tramite scene di vita quotidiana, di una Napoli consumata dalla violenza e dalla fame, che ora, nel post-guerra, si ritrova ad essere una città svigorita, come un uomo in fin di vita. Le parole usate dalla Ortese sono pesanti ed indulgenti, gli scenari sono tetri, sudici, malsani. Sembra non esistere una parola buona per la Napoli tanto sorridente e dinamica dell’immaginario collettivo, la scrittrice non perdona la mostruosità che le si presenta agli occhi. Il suo è un realismo visionario, ovvero il risultato di una trascrizione su carta dell’essenza di una città che, proprio come un organismo vivente, sta attraversando una fase di degrado, alla quale sembra non esserci soluzione, ma che rappresenta precisamente la fase finale di morte. Riusciamo ad immaginare chiaramente il volto di questa Napoli: trasandato, deperito e cupo, in fin di vita.

Ma per quale motivo la donna che aveva dichiarato, in precedenza, di sentirsi fortunata per aver vissuto a Napoli, le riserva in seguito  tale trattamento? Può sembrare un atteggiamento contraddittorio, ma, invece, la chiave di lettura è nascosta e difficilmente visibile al pubblico. Il perno intorno la quale gira la narrazione è individuabile in un sostantivodelusione. Come una madre piuttosto ragionevole e razionale, Anna Maria Ortese, non si risparmia affatto un duro ed energico rimprovero alla sua amata Napoli, che l’ha delusa profondamente. Nonostante ciò, l’amore perdura, e ne è dimostrazione il fatto stesso che la scrittrice ha la forza di parlarne ancora, in modo nuovo.

Il mare non bagna Napoli, perché bisogna guardare in faccia la realtà senza i paraocchi, senza ornamenti o belle parole che hanno senso solo perché ripetute all’infinito da più persone. Napoli non è solo “mare, pizza, e sole”, non è nemmeno solo illegalità, ma è molto altro, o semplicemente è quello che è, in questo momento. Il realismo di Anna Maria Ortese fa combaciare letteratura e la geografia, tanto che i vari personaggi che popolano la sua opera smettono di essere i veri soggetti, per fare posto ad un luogo, l’ambiente, che interpreta il ruolo principale. I racconti non fanno altro che smascherare la natura illusoria del racconto stesso, il suo essere illusione di realtà. Ma il suo realismo è soprattutto un inno all’amore maturo di una madre verso un figlio un pò sregolato, ma non per questo da abbandonare.

 

 

 

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