Walter Benjamin parla di Napoli. Lo sguardo attento di un cittadino-caserma.

Walter Benjamin (Charlottenburg, 15 luglio 1892 – Portbou, 26 Settembre 1940) è stato un filosofo, scrittore e critico tedesco. Tra le varie opere da attribuire allo studioso vi è una raccolta di saggi brevi, intitolata “Immagini di città”, pubblicata per la prima volta nel 1925. La raccolta contiene emozioni e sensazioni provate dall’autore stesso durante la sua permanenza in alcune città europee. Tra quelle descritte (Mosca, Parigi e Marsiglia), l’immagine della città di Napoli ci catapulta in un universo vivido dal quale è difficile distaccarsi.

La lettura del racconto dedicato alla città partenopea ci rende protagonisti di un viaggio fatto di essenzialità che lo scrittore ritrova nei dettagli negletti e nelle piccole nuances. Da vero flâneur, Benjamin vaga per i vicoli stretti napoletani senza una meta particolare, sentendo vibrare nel suo corpo anche il più impercettibile suono della città, riuscendo a penetrare il significato diretto ed immediato di un luogo, allora come oggi, complesso e contraddittorio. La Napoli di Benjamin è frammentaria, discontinua, fatta di incompletezze, così come frammentarie sono le emozioni che Napoli riflette in lui.

È pubblica, comunitaria e collettiva.

La vita privata non è affare napoletano, dice:

L’esistere, che per l’europeo del nord rappresenta la più privata delle faccende, è qui, come nel kraal degli ottentotti, una questione collettiva. Così la casa non è tanto il rifugio in cui gli uomini si ritirano, quanto l’inesauribile serbatoio da cui escono a fiotti. Non solo dalle porte prorompe la vita, non solo sulla piazza antistante dove la gente fa il suo lavoro seduta su una sedia (poiché ha la capacità di trasformare in tavolo il proprio corpo).

Il filosofo tedesco, con intelligenza emotiva, è riuscito ad inglobare una caratteristica fisica della città partenopea ad una caratteristica sociale e culturale con una sola parola: porosa. Napoli è porosa nella sua architettura, per lo più fatta di tufo, così come nella sua identità sociale e comunitaria: il napoletano si comporta in modo “poroso”, non è mai compatto, ma rustico ed anarchico. Napoli non è lineare, né regolare, ma formata da angoli e curve indecise. Nulla è mai definitivo.

Per orientarsi, nessuno usa i numeri civici. I punti di riferimento sono dati da negozi, fontane e chiese, ma neanche questi sono sempre chiari. Infatti la tipica chiesa napoletana non campeggia su una grande piazza, ben visibile, con tanto di edifici trasversali, coro e cupola.

Queste parole sembrano confermare che Benjamin, pur non essendo autoctono, pur provenendo da una città-caserma, è riuscito a scoperchiare il vaso di Pandora, è riuscito cioè a captare il senso di Napoli: una città condannata, e allo stesso tempo graziata, dal principio dell’improvvisazione. Come in un teatro vivo, attori protagonisti, antagonisti e comparse si muovono su un territorio che bolle, e che per questo motivo richiede movimento e dinamicità.

Poche persone riescono a guardare la mia città dalla prospettiva adeguata, interiorizzandola nella sua imperfezione, Walter Benjamin è sicuramente stato uno di queste.

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