Il film che sta lasciando un segno indelebile nel cinema italiano visto dal suo regista: Gabriele Mainetti racconta Lo chiamavano Jeeg Robot al Comicon 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot è un successone. Molti, fra cui io, si azzardano nel definirlo il miglior film italiano degli ultimi anni per spunti e trovate, innovazione, coinvolgimento… bellezza. Gabriele Mainetti, giovanissimo regista esordiente, è un conoscitore e appassionato di cinema, e ha lottato 5 anni per farselo produrre (senza riuscirci), prima di riuscire a produrselo da solo, girarlo e distribuirlo in tutte le sale italiane, dove il film ha convinto tutti: pubblico, critica, addetti ai lavori.

Il film ha generato un fenomeno mai accaduto prima in Italia: un intero movimento teso a rendere Enzo Ceccotti, l’Hiroshi Shiba che chiamavano Jeeg Robot, un’icona, un nuovo supereroe cult, un personaggio destinato a durare e non a esaurirsi dopo le due ore piene ed emozionanti della pellicola.

In occasione del Comicon 2016, sabato 23 aprile, Gabriele Mainetti ha incontrato il pubblico dopo una proiezione speciale di Lo chiamavano Jeeg Robot. Ha dialogato col direttore di Best Movie, ma soprattutto ha risposto alle domande del pubblico, rilasciando importanti dichiarazioni e rivelazioni.

Proveremo a riassumervele di seguito (e attenzione a qualche spoiler!):

D: La strada per arrivare a Lo chiamavano Jeeg Robot è stata dura?

G.M.: Quando per la prima volta ho portato il progetto davanti a delle case di produzione era il 2010. Alcuni mi liquidavano con “ti faremo sapere” (e non si sono più fatti vivi), altri più schiettamente “senti, lascia stare, queste cose lasciamole fare agli americani”, a volte anche dubitando che io potessi avere le capacità pratiche di filmare una storia così complessa da raccontare. Una volta, in particolare, il produttore mi mise davanti il copione di una commedia, chiedendomi se conoscessi qualcuno di bravo a cui farla girare o qualcuno disposto a investirci del denaro, mentre io ero andato lì a chiedere i soldi necessari a produrre Jeeg. In quel momento, più che negli altri, ho capito che dovevo farcela da solo. E ci abbiamo messo anni, io e gli sceneggiatori, per far sì che il progetto potesse diventare un film vero e proprio.

D: Perché proprio Jeeg Robot e non Mazinga o Goldrake?

G.M.: Jeeg Robot è l’unico mega che non è governato da un uomo, ma è un uomo. Hiroshi Shiba si trasforma nella testa di Jeeg, e una ragazza gli lancia i componenti. Così anche Enzo Ceccotti ha bisogno di Alessia per aprirsi, per mostrare un lato sepolto di sé.

D: Come hai scelto gli attori?

G.M.: Conosco Claudio Santamaria da una vita, siamo amici. Lui è un attore bravissimo, ma è un po’ pigro. Quando gli ho fatto leggere la storia di Lo chiamavano Jeeg Robot, era entusiasta. Gli ho fatto fare tre provini, e al terzo mi ha convinto. Le prime due volte mi sembrava ancora troppo acerbo, e gli dissi: forse non hai il peso di questo personaggio. Claudio ha una trasparenza emotiva incredibile, si esprime molto con i gesti e sa trasmettere una gamma di emozioni molto ampia e intensa; Enzo Ceccotti invece è un personaggio piantato sempre a terra, di poche parole, con una corazza quasi impenetrabile addosso che solo Alessia sarà capace di far aprire. Dopo dieci giorni, Claudio mi invitò a salire da lui: era ingrassato di 8 kg. In quel momento capii che era davvero motivato e pronto per lavorare al film. Per me, il suo David di Donatello è giustissimo, visto tutto il lavoro di costruzione che ha fatto.

D: Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli?

G.M.:Luca è un attore incredibile. Per il ruolo dello Zingaro ho fatto provini a decine di attori: lui mi ha convinto perché è stato l’unico a non pensare al cattivo. Altri attori hanno portato proposte per il personaggio molto legate all’idea stereotipata del cattivolui invece ha pensato un personaggio molto sottile, pieno di manie e fisse molto particolari, altamente altalenante. L’interpretazione gli ha dato ragione. Ilenia è stata una scommessa vinta, forse la più grande di tutte. Ai provini è venuta senza neanche sapere bene di cosa parlasse il film, e mentre giravamo io pensavo sempre: non può essere così brava, non può. E invece lo era sempre di più.

D dal pubblico: Quando Enzo viene colpito da un proiettile, la pelle si rigenera. Ricrescerà anche il mignolo?

G.M.: (ride) No, non ricrescerà. In realtà quella scena serve da semina in fase di sceneggiatura. Serve a motivare la scena finale, con la testa dello Zingaro. Serve a far capire che i poteri di Jeeg sono forti, ma hanno un limite, e quindi possono solo riparare un danno, non rigenerare un dito, per esempio.

D: Progetti per il futuro?

G.M.: Qualcuno chiede un sequel, qualcuno no… voi lo volete? (il pubblico risponde: sì, no, è rischioso, ovvio!, vogliamo la serie!) Visto? Chi dice sì, chi dice no, chi dice che è rischioso, chi dice che sono commerciale, chi dice questo, chi quest’altro. Abbiamo avuto delle idee molto forti per un possibile sequel di Jeeg… ma per ora il mio pensiero, per il secondo film, è dedicato a qualcosa di nuovo.

Lo chiamavano Jeeg Robot sta tracciando un segno che difficilmente andrà via.

Speriamo davvero che sia così, perché il Cinema ha bisogno di film così.

In foto: una delle scene più poetiche e belle di tutto il film.

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