L’opera oscura del “canoro cigno”

La tradizione napoletana si perde in un tempo immemore e poco esplorato, ma custode diopere straordinarie divenute poi spunto per la cultura moderna e contemporanea.
Non ultima l’assonanza tra la Cenerentola dei fratelli Grimm, filologi tedeschi e autori di fiabe grottesche e fantastiche, e la Gatta Cennerentola, tratta da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.

Lo cunto de li cunti è una raccolta di storie, interamente scritta in dialetto napoletano antico, pubblicata nel 1634 e presentata all’Accademia degli Oziosi, di cui nel ‘700 fu membro anche il filosofo Campanella.

Il “canoro cigno”, così vennero chiamati in seguito i membri dell’Accademia, si ispirò alDecameron di Boccaccio per la cornice. Non è un caso che la raccolta è detta anchePentamerone, ovvero cinquanta fiabe in cinque giorni.
Un’opera ostica e massiccia, dai tratti sconnessi, figlia dei racconti orali che venivano tramandanti di famiglia in famiglia nei vasci napoletani e per le strade della città. Basile vaglia una quantità infinita di tematiche: la vecchiaia, la morte, la sessualità, la solitudine, con un linguaggio feroce, complesso per noi profani della lingua antica, talvolta anche volgare. Un linguaggio che ha visto perduti i suoi tratti salienti dopo il colpo di stato napoletano nel 1799, quando la borghesia cominciò a mischiarsi alla plebe per non subirne l’ira, e con essa un modo di parlare diverso, meno dialettale.
Altra rifinitura fu operata da Benedetto Croce che ne pubblicò una traduzione in italiano nel 1891. Croce, che non amava il barocco e riteneva indispensabile semplificare il linguaggio per una più efficace diffusione, distorse alcuni termini ed espressioni tramutandone lo spirito iniziale di mordace racconto provocatorio.

Numerose le riprese anche cinematografiche, di cui si ricorda l’ultimo film di Matteo Garrone,Tale of tales, un capolavoro visivo dalle tinte caravaggesche e dalla immagini preraffaellite (si pensi all’Ofelia di Millais), che prende a modello tre fiabe in particolare La Pulce, La vecchia scorticata e La Cerva. Garrone si destreggia assai bene con lo scritto di Basile, rimarcandone i tratti cupi e fantasiosi, le ellissi rocambolesche e i temi forti della solitudine e della morte.

Non meno importante il lungometraggio di Francesco Rosi, C’era una volta, che nel 1967 esplorò a modo suo la raccolta in una nostalgica fiaba ambientata nelle campagna campane. Protagonisti assoluti una bellissima Sophia Loren e un affascinante Omar Sharif, che battibeccano fino alla fine per poi coronare il loro sogno d’amore. Rosi predilesse una versione romanzata e cristiana dell’opera basiliana (si pensi ai santi che volteggiano allegramente sulle teste della Loren in procinto di suicidarsi), che di cristiano aveva poco ma di scaramantico molto.
Una versione forse non fedele all’originale quanto il film di Garrone, ma pur sempre un esempio di arte partenopea con tanto di amore maschilista e talvolta violento.

Sarà colpa della nostra devozione a Dante ma il dovuto riconoscimento a Giambattista Basile non è ancora arrivato.
Dopotutto, nonostante la fortunata versione dei fratelli Grimm, ancora non sappiamo chi ha davvero scritto Cenerentola.

4 pensieri riguardo “Lo Cunto de li cunti, il masterpiece di Basile

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