Venerdì 9 novembre è uscito “Mia madre odia tutti gli uomini”, il terzo album di Maldestro. Secondo tra le nuove proposte di Sanremo 2017, è la voce possente di Scampia che guarda al dolore con coraggio e delicatezza.

Immagina di entrare in una stanza. È piccola, fredda, senti l’umidità insidiarsi nelle ossa. Davanti a te una finestra da cui non entra alcuna luce: è sera. L’unica luce nella stanza si ha da una lampada, poggiata su una scrivania di legno. Su questa scrivania un posacenere, fogli sparsi e penne sul punto di cadere. E leggermente illuminato da quella lampada, un giovane è seduto su una sedia, nascosto dagli occhiali e dal fumo della sigaretta che ha tra le dita. È forse questa l’atmosfera giusta ad accompagnare l’ascolto di “Mia madre odia tutti gli uomini” di Maldestro. Uscito venerdì 9 novembre, il terzo album del cantautore napoletano contiene dieci brani: un intreccio di tante diverse sonorità che dipingono armonie uniche, sottofondo di un insidioso cammino sui propri pensieri.

Citazione da "Mia madre odia tutti gli uomini", MaldestroIl seme di Adamo è il punto in cui tutto comincia. Un glissato corposo di chitarra elettrica e un riff magnetico danno il la per la voce inconfondibile del nostro artista. È sensuale, eccitante, ipnotica: la senti premere sulla tua pelle come marchiatura a fuoco. Interessante è soprattutto la musica che accompagna questa voce: un tappeto immenso di strumenti musicali anche molto diversi tra loro. E questo connubio è micidiale: dà colore, ricchezza ed espressione all’intera composizione, sottolineando il lavoro sopraffino solo di chi davvero conosce la musica e sa farsi guidare da essa.

Nel secondo brano, Spine, la sensualità inizia ad essere più sfumata. L’atmosfera è tetra, a tratti inquietante: l’inseguire ossessivo dei movimenti di una donna tanto da consumarsi gli occhi. Un fraintendimento nella mente dell’ossesso che lo porta a compiere i gesti più folli. In un frammento del testo si potrebbe scorgere un rimando al noto romanzo Il Profumo di Patrick Süskind (“Distillo il mio profumo con il tuo odore”). A creare brillantemente quest’atmosfera è l’uso del clavicembalo, sfruttato alla perfezione.

Ricordi che il nostro giovane è seduto su una sedia in quella piccola e umida stanza? Ecco, ora immagina quella luce su di lui affievolirsi, la lampada inizia a spegnersi gradatamente. Intanto però è la luna a proiettare un bagliore sempre più lucente su di lui. Un chiarore argenteo si posa sul viso rendendone più delicati i contorni.
Pensa, e pensando rivolge il suo sguardo fuori dalla finestra, verso la luna.

La delicatezza di un pianoforte appena sfiorato dipinge uno scenario ossimorico rispetto al precedente. La felicità è un dolce sussurro di speranza. Un monito a non lasciarsi abbattere, a non lasciarsi marcire nell’abisso in cui siamo caduti. Perché la vita è anche inciampare, scivolare, crollare, ma poi insieme rialzarsi e continuare a camminare. E così l’altra meravigliosa faccia della voce di Maldestro: una carezza in punta di dita.

“Mia madre odia tutti gli uomini – colpa di mio padre, benedetto il cielo! E adesso non riesce più a distinguere se ho quattro anni o sono diventato un uomo”. Spogliarsi, mettere a nudo le proprie sofferenze non è semplice. Ci si sente vulnerabili, privi di difese: i propri punti deboli sono visibili anche a chilometri di distanza. In Come una canzone cadono le barriere, le proprie fragilità mostrate, ammesse. E gli archi dolcemente accompagnano questo dialogo con sé alla luna, rendendo più lieve il peso dei propri vestiti lasciati cadere sul pavimento.

E infine Lasciami qui, tra il chiarore bruciante della luna, tra le mie ferite, tra la città che vedo scorrere dalla finestra. “Lasciami qui e poi ritorna quando vuoi”: una richiesta sussurrata, quasi a vergognarsi di porla. Forse rivolta a un amore, forse a nessuno o chiunque, chissà. Un accordo al pianoforte chiude con pacatezza questo scenario notturno, quasi a non volerlo sfregiare toccandolo.

E il nostro giovane, dopo essere scivolato sui suoi pensieri, guarda le sue ferite. Le osserva con attenzione, anzi le studia. Ne impara a conoscere ogni sfumatura di colore, ogni piega, la loro esatta grandezza. Poi si riveste di quegli abiti che aveva lasciato sul pavimento avendo premura di proteggere quelle cicatrici – ormai sono parte di lui. Così si alza dalla sedia, spegne la sua ultima sigaretta ed esce fuori dalla stanza, lasciando che l’argenteo bagliore della luna lo accarezzi ancora un’ultima volta.

Quando si finisce di ascoltare “Mia madre odia tutti gli uomini” di Maldestro non si hanno parole. Si hanno sensazioni, emozioni, pensieri su cui a propria volta scivolare. A livello musicale il lavoro fatto è stato magistrale: è molto difficile riuscire a far bilanciare così tanti strumenti insieme (clavicembalo, theremin, ottoni, archi, chitarre, pianoforte, mandolino, banjo, conchiglie, batteria, basso, sax e ancora tantissimi altri), uniti a loro volta alla voce principale e ai cori. È un lavoro decisamente impegnativo, ma nonostante ciò in ogni singola canzone la musica è stata pensata e studiata in maniera minuziosa, prestando attenzione ad ogni minimo dettaglio. I testi meravigliosi: dai più diretti ed espliciti ai più delicati, tutti sempre piacevoli da ascoltare. E la sua voce al contempo possente e lieve permette a Maldestro di creare atmosfere nettamente diverse tra loro senza alcuno sforzo, con grande maestria.

Semplicemente: un’esperienza unica.

Un pensiero riguardo “Maldestro, camminando su pensieri scivolosi

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