Storia, descrizione e curiosità sulla nota e veneratissima rappresentazione della Madonna nel Santuario di Montevergine

Approfittando di una tiepida Domenica autunnale mi sono recato a Montevergine, in provincia di Avellino, presso il celebre Santuario voluto da Guglielmo da Vercelli. Al di là delle varie bellezze che offre questo complesso monastico, il cui nucleo originario risale al sec. XII, la mia attenzione già era diretta all’interno della Basilica antica. È qui, in una cappella appartenente ai d’Angiò, che viene conservata e venerata “Mamma schiavona”, un dipinto su tavole di legno di pino ritraente la Vergine ed il Bambinello, che da quasi otto secoli è meta di portentosi pellegrinaggi.
Si narra che il quadro sia stato dipinto dal protettore degli artisti, San Luca Evangelista in persona, per poi venire custodito presso Gerusalemme, Antiochia e infine Costantinopoli, essendo forse esso stesso la “Odighitrìa”, leggendaria icona lì venerata fin dall’Alto Medioevo. Scampato all’iconoclastia grazie a Baldovino II, che recise il volto della Vergine, il reperto fu ereditato da Caterina II di Valois che incaricò Montano d’Arezzo o Pietro Cavallini di ridipingere l’opera attorno al capo della Vergine e la donò al Santuario di Montevergine nel 1310 (anche se diversi documenti attestano l’anteriorità del culto). Una storia straordinaria dunque, come quelle narrata per tante reliquie, che trovano nel fantastico medievale un facile appiglio.
L’opera tuttavia si distingue per una propria indubbia cifra artistica raffigurando, con precoce consapevolezza prospettica per il tempo, un trono finemente decorato attorniato da santi alla base. Sul trono siede ovviamente la Vergine Maria con il Bambino in braccio, avvolta in un imperioso velo blu (seppur l’ossidazione e il nerofumo delle candele lo hanno scurito di molto) con bordature rosse e il panneggio evidenziato da agili linee dorate secondo l’uso bizantino. Il volto incoronato della Madonna campeggia sullo sfondo dorato mostrando tratti fini e composti, ma non ieratici, e immediatezza espressiva nello sguardo. Il Bambino, invece, tenuto tra le braccia e coperto di rosso regale, tira con puerile impertinenza un lembo del velo della Madre, mentre ai lati superiori del trono due angeli di piccole dimensioni reggono due medaglioni con il latte del seno e un pezzo della veste della Madonna.
Caratteristica dell’opera però, che ne giustifica anche il nome popolare di “Mamma Schiavona”,  è il colore del volto della Madonna, scuro abbastanza da farla annoverare tra le misteriose Madonne Nere, scure raffigurazioni della Vergine sparse in giro per il mondo, il cui colore caratteristico viene da alcuni ricondotto a scelte iconografiche dei primi secoli d.C. ,da altri a rimandi “esoterici” alla Materia Prima da cui tutto nasce.
Tanti i misteri e tante la leggende dunque per “Mamma Schiavona”, eppure rimane certa l’unicità della sua visione e tanti secoli di sincera venerazione e canti che fanno parte del patrimonio campano.

Un pensiero riguardo ““Mamma Schiavona”, Madonna nera di Montevergine

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