Intervista al “Boss Zen” di Gomorra, Marco Palvetti si racconta al Social World Film Festival

Marco Palvetti, il conosciutissimo Salvatore Conte della fortunata serie Gomorra, si presta alle domande della press del Social World Film Festival. Sguardo scuro, profondissimo, personalità forte e tenebrosa. Un Johnny Deep napoletano. Un incontro che spiega già nella sua embrione il perché l’uomo Marco Palvetti sia stato scelto per un personaggio tanto complesso e controverso. Definito cattivissimo dai media e dalla stessa presentatrice del Festival, l’interpretazione che Palvetti fa di Salvatore Conte rappresenta perfettamente quel connubio tra bene e male che tutti ci portiamo dentro.

Quando avete avuto la percezione che Gomorra sarebbe diventata una serie così popolare?

Credo che una tale percezione ci fosse fin dal principio e fosse un concetto anche molto importante. Poi è subentrato il mio approccio con il lavoro, ovvero un ciak alla volta si va avanti e alla fine si tirano le somme.

Da attore cose significa scandagliare la psiche di un personaggio così complesso come Salvatore Conte?

Tutti noi, in quanto esseri umani ci portiamo dietro uno scontro interiore tra bene e male, nella rappresentazione che ne arriva allo spettatore spesso giunge soltanto il male. Sembra che il male vinca, ma non è così. All’interno del personaggio c’è ancora del bene ed è il nostro lavoro quello di andare a cercare le piccole sfumature da mostrare al pubblico. L’aspetto che hanno in comune Palvetti uomo e Conte attore è l’osservare continuamente, la voglia di scoprire cosa c’è intorno a noi, lo studio intenso.

Gomorra è una serie molto chiacchierata. Cosa ne pensi della questione che è stata sollevata riguardo l’eccessiva violenza del prodotto?

Innanzitutto bisogna distinguere tra livello attoriale e quello della fruizione. Dal punto di vista attoriale è stato un viaggio molto importante per me, anche per esorcizzare alcune cose legate a queste tematiche e a questi territori. Dal punto di vista del pubblico, ed è lì che forse è sorto il problema, bisogna cominciare a vedere la serie come una fotografia di una realtà. Gomorra è uno spaccato di Napoli, fotografa soltanto alcuni aspetti di Napoli ma la città ovviamente è fatta di tanto altro, sia in positivo che in negativo. Si è alzato un polverone su questa produzione, che in realtà non vuole veicolare alcun messaggio, ma soltanto fare delle fotografie

Cosa ti hanno dato dal punto di vista professionale e umano questa esperienza e la città stessa?

Il mare, il mare di casa tua ti parla e ti parla di altre cose, di cose misteriose. Quello per Napoli è un sentimento di odio e amore, è un ambiente non facile da vivere ma allo stesso tempo ha una forza riconosciuta ovunque. Spesso però non riesco a comprenderla tanto è delicata la questione sociale di Napoli e soprattutto mi fa davvero rabbia tutto quello che sembra acqua stagnante, tutto quello che rimane lì e non viene affrontato e poi diventa realtà. A farci i conti sono spesso delle persone isolate, che non riescono a cacciare fuori la giusta rabbia perché soggette ad un destino che sembra non poter andare in nessun’altra direzione. A volte ci si sente anche strani a porsi delle problematiche che per la maggioranza dovrebbero essere lasciate da parte. Dal punto di vista professionale, invece, mi ha trasmesso la sua grande cultura, una cultura a cui non si può togliere nulla. Penso ai grandi De Filippo e Totò, ma anche ai suoi panorami, ad una determinata letteratura per quanto riguarda il teatro.

Il tema di questa edizione del Festival è il sogno, il desiderio. Cosa desidera l’uomo Marco Palvetti? E l’attore?

Il mio sogno è quello di trovare serenità all’interno di una società in cui spesso non mi ritrovo, passando ovviamente anche per quello che è l’aspetto professionale. Inoltre mi piacerebbe raggiungere una certa tranquillità dal punto di vista spirituale. Nel lavoro vorrei continuare a tirare fuori questo animale che porto dentro e che ha voglia di raccontare e di vivere. Al momento non ho impegni lavorativi, perché si sa il mercato ha delle regole che spesso non vanno incontro a quelle che sono le esigenze espressive dei suoi attori, ma ho profonda fiducia perché questa lavoro è la mia vita e la mia esigenza. Porterò avanti questa passione diabolica.

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