Alla III edizione di “Alla Corte del Gusto” con gli “Snack che fanno riflettere” di Massimo Andrei abbiamo imparato a riprenderci il nostro tempo

Alla III edizione di “Alla Corte del Gusto” per “Il Sud che vince” il poliedrico Massimo Andrei ha tenuto una interessantissima lezione davanti ad un nutrito gruppo di studenti delle scuole superiori. Insignito del Premio Terre di Campania con la motivazione:

Napoletano per nascita e per scelta di vita, uomo coltissimo e artista poliedrico, vive il teatro come forma di espressione polivalente e polifonica. Assistere ad un suo spettacolo vuol dire immergersi in una dimensione sospesa fra favola e realtà, da contemplare con lo sguardo ironico e sornione di chi sa che la felicità è appena dietro l’angolo. Autore, sceneggiatore, il cinema e la televisione gli devono lavori apprezzati da critica e pubblico. Terre di Campania riconosce a Massimo Andrei l’imprinting della napoletanità verace e il dono di una comunicazione coinvolgente e intelligente. Grazie, Massimo!

Andrei ha conquistato sin da subito l’attenzione del pubblico, raccontando della sua formazione quando era studente universitario, dei sacrifici fatti per studiare e lavorare in teatro contemporaneamente, magari a 1000 km da casa. Ma non solo, le persone in sala hanno avuto modo di vedere diversi dei suoi “Snack che fanno riflettere”, visibili nella metropolitana di Napoli, come “La capa gloriosa”, “L’invidia”, “Il maestro” e proprio da qui è nato un importante spunto: cosa vuol dire fermarsi a riflettere, cosa vuol dire disconnettersi dal mondo anche solo per un minuto e prendersi del tempo per se stessi. Io ho avuto modo di intervistarlo e questo è questo è stato il suo modo di raccontarsi

– Cominciamo dal principio: ho letto che la sua tesi di laurea ha sviscerato il rapporto tra teatro e antropologia: cosa è emerso da questa ricerca?

Il teatro secondo me è legato quasi sempre all’antropologia, allo studio del costume, del comportamento, agli usi dell’uomo e difficilmente si possono scindere le due cose. Naturalmente l’antropologia è una scienza, il teatro essendo una forma d’arte lo rappresenta. Chi mi ha ispirato in questa cosa, e quindi appunto la mia tesi di laurea, è un autore, Annibale Ruccello, che mi ha fatto la summa della coniugazione teatro-antropologia. La mia tesi di laurea era proprio intitolata: “Annibale Ruccello: tra teatro e antropologia, tra drammaturgia e antropologia”. Io sono e sarò sempre interessato allo studio antropologico, all’osservazione degli usi e dei costumi dell’uomo e, se posso rappresentarli in pubblico, sto facendo ancora teatro e antropologia insieme.

– Si laurea a Napoli ma la sua formazione è avvenuta anche all’estero. Quali sono i pregi e i difetti del teatro italiano rispetto al contesto internazionale?

Il teatro italiano continua a vivere una sua crisi, ci sono spettacoli di successo, circuiti vincenti, ma la condizione generale è che tutti sono proiettati su altre forme di intrattenimento. Ma questo è spesso anche colpa dei teatranti, che continuano vorticosamente a riproporre cose anche noiose, spesso non nuove e spesso “pallose”, considerando che il pubblico deve guardarle. “Questo è il teatro, se vuoi questa è la zuppa” dicono, non è così però. Il teatro deve continuamente aggiornarsi, deve continuamente parlare la lingua contemporanea o anche antica, ma antica se c’è una rappresentazione filologica, altrimenti il pubblico per riflettere tendenzialmente va su altri media. Oggi è tutto velocissimo, il teatro ha altri tempi! Non che dobbiamo velocizzare anche il teatro, ma la rappresentazione teatrale deve aggiornarsi costantemente, come si è sempre aggiornata l’arte. Nuje nun faccim chiù i graffiti vicin o mur int’ a caverna, quella è l’arte che facevano i primitivi; poi c’è stata la pittura, poi c’è stato l’astrattismo, poi c’è stata la video arte. Io sono innamorato ancora della pittura, io sono innamorato ancora del teatro classico, ma il modo in cui lo si propone deve essere intonato con i nostri tempi. Ecco perché è in crisi: perché i teatranti ancora non capiscono che la muffa non è una cosa buona.

– Ha vestito i panni di attore, regista, autore per il teatro, il cinema, la televisione. Ma chi è davvero Massimo Andrei?

No, Massimo Andrei è uno che sta studiando e che cerca di fare le cose, di teatro e di cinema. Fino a quando non terminerà, ha fatto una ricerca, ha tentato di proporre delle cose, non sono uno che ha una sua definizione precisa. Più avanti, quando sarò proprio vecchio, dirò “guarda, io ho fatto questo, tiriamo una piccola somma!”.

– Ai posteri l’ardua sentenza quindi!

Brava! Ora è inutile, la definizione non la posso avere, perché mi muovo tra il teatro e il cinema e sto continuamente a ricercare soluzioni, a ricercare interessamento da parte del pubblico, quindi non posso definirmi. Sicuramente sono uno che lavora in teatro e uno che lavora al cinema.

– Appunto il cinema: grazie al film “Mater Natura” del 2005 ha avuto la nomination al Nastro d’Argento come “Miglior regista esordiente”, nonché premi alla 62esima Mostra del Cinema di Venezia. Perché la scelta di raccontare il mondo dell’omosessualità e della transessualità in questo modo? Forse per la “storica” figura, ritratta anche da Luciano Ferrara, del femminiello?

Guarda, “Mater Natura”  è proprio la rappresentazione del mio essere attento all’antropologia, perché rappresenta un modo fantasioso, non del trans, ma dell’antica femminella napoletana, che aveva una serie di codici, di simbologie, che erano tutti spiegabili se sei antropologo ed erano tutti amabili se sei uno del popolo. Il cinema per me rimane sempre una bella storia da raccontare, poi, se sai fare la ripresa, o sai montare, o sai mettere un commento musicale di un certo tipo va bene… ma se hai una bella storia da raccontare tu fai un regalo a chi la sta vedendo, non ti fai un virtuosismo perché non hai niente da dire, però vuoi mostrare come sei bravo a fare le riprese o come sei bravo a fare le inquadrature, il cinema è anche quello, ma lasciamolo ai tecnici questo virtuosismo qua. Mi devi raccontare storie importanti

– Ha avuto modo di lavorare con grandi nomi del teatro napoletano, tra cui Peppe Barra, figura emblematica della riscoperta del teatro partenopeo. A cosa crede sia dovuto questo riavvicinamento alla vera cultura meridionale? Allo stesso tempo, però le racconto una piccola esperienza personale: ero all’università, studio ingegneria, e un docente ha chiesto a tutti noi studenti se conoscessimo “La gatta cenerentola” di De Simone. In aula un silenzio che io davvero non mi sarei mai aspettata. Secondo lei come mai risulta così difficile avvicinare anche i giovani “non addetti ai lavori” alla nostra cultura tradizionale?

Perché la cultura partenopea usa un ingrediente che è il dialetto, il nostro amato dialetto che qualcuno giustamente definisce “lingua napoletana”, perché ha una sua sintassi, spesso ha un suo lessico che non è rintracciabile nell’italiano. Quando usi una lingua della minoranza, in questo mondo di amalgama, di omologazione, viene un po’ snobbata questa cosa, sembra sempre un fatto localizzato. E così anche il teatro musica napoletano però, nel nostro caso, attenzione, il teatro napoletano è, indipendentemente dalla usa lingua, uno dei teatri più importanti al mondo: noi abbiamo avuto autori importantissimi, perché con questa lingua napoletana, loro hanno fotografato, rappresentato, proposto, dei mondi che erano universali. Pensa alla “Filumena Marturano” e alla maternità raccontata da una prostituta, in napoletano, che Edoardo De Filippo ha voluto proporre. Pensa agli affreschi reali, iper reali, che Raffaele Viviani ha proposto del popolo napoletano, non della nobiltà o della borghesia napoletana. Sono cose che servono più di una film, nella loro epoca ovviamente, servono più di una pittura o perlomeno quanto quella. Solo che sono dette in napoletano. Ora, poiché la nostra è una lingua musicalissima, sai benissimo che la canzone napoletana è l’unica che arriva a Tokyo, in Australia e vince come nessuna altra, è una fortuna questo fatto della lingua. Però c’è chi invece vede o individua il teatro dialettale ancora come una cosa da non tener presente, una cosa snobbare, addirittura volgare. Però credo che questi siano argomenti o comunque caratteristiche più del passato, adesso il problema non è questo: oggi il problema è che se i ragazzi non conoscono “La gatta cenerentola” è perché nessuno, né in famiglia né nel loro circuito, li ha introdotti al teatro, perché “La gatta cenerentola” è un cult del teatro internazionale, non napoletano. Quindi ‘o prublem nun è che è italian o napulitan: ‘o prublem è che nun c’hann proprj spiegat che esist ‘o teatr!

– Quindi per lei il dialetto conta molto, ed è importante imparare ad usarlo bene?

Si si, assolutamente si. Io lavoro con Enzo Moscato, il più grande drammaturgo vivente in Europa in questo momento, oggi è a Tokyo con “Toledo Suite” e prossimamente cominciamo “Grand’estate”, che è uno spettacolo che abbiamo già fatto e che riprendiamo in alcune sale napoletane: il dialetto per me è un valore aggiunto, non un limite. È come se io riuscissi a parlare una lingua che è molto più musicale dell’italiano e soprattutto sono fierissimo della letteratura, della canzone, della cinematografia, della teatrografia che esiste in questa lingua: con tutto il rispetto, ma mi annoia sentirmi una canzone in barese! Con tutto il rispetto per la canzone barese, io preferisco il napoletano!

– A proposito degli “Snack che fanno riflettere” e di “Cogito Ergo Sud”: lei pensa che una “seria ironia” possa raggiungere un pubblico più ampio?

Certo arriva, questo lo hanno studiato e confermato. Il problema è che non  produce effetti di cambiamento, piuttosto è come se si insinuasse: su 100 persone che vedono lo snack in metropolitana se noi riusciamo a fare fare anche solo ad una di quelle persone sul valore del semaforo, abbiamo dato il nostro contributo a migliorare questa terra … nun vulevm cagnà a storia d’Italia cu nu snack!

– Grazie mille, è stato un onore

Ciao Ilaria!

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