Intervista a cura di Music Coast To Coast ad Ormanni & il Quartet

Abbiamo intervistato Roberto Ormanni & il quartet, i suoi acustici compagni di ventura in occasione dell’uscita del nuovo EP che tanto sta facendo discutere in questi giorni. La cultura e la voce di Roberto ci hanno impressionato a tal punto che non potevamo fare a meno di porgli qualche domanda.

– Un giovanissimo cantautore accompagnato dal suo quartetto, decide di pubblicare il primo EP. Qual è e da dove nasce l’esigenza, il bisogno, di fare musica in un tempo in cui la creatività sembra avere sempre più un posto marginale nella nostra società?

E’ una domanda che mi perseguita. Cosa vuol dire fare arte, oggi? E qual è il ruolo dell’artista? E’ vero, viviamo in un mondo imbarbarito, fatto a prosa, un tempo in cui la creatività è relegata ai margini. Eppure sono convinto che la musica, il cinema, la letteratura, il teatro, la pittura, mantengano una precisa funzione, essenziale, forse oggi più che mai: aiutano a riconoscere la bellezza. La realtà è ancora piena di poesia, il problema è che non siamo più abituati né a guardarla né a sentirla.

In questo quadro e arriviamo noi, Roberto Ormanni & il Quartet. C’era davvero bisogno di un nuovo quartetto? Forse no. Ma saliamo su un palco perché ci piace emozionarci. Davanti ad una storia, davanti un film, davanti un libro, davanti ad una platea. E se attraverso una canzone anche noi riusciamo ad illuminare, almeno un po’, quella stessa bellezza che vediamo, allora non avremo suonato invano.

“Quello che non siamo” è il tuo primo lavoro, un EP di 5 tracce ricche di letteratura, citazioni e storie vecchie ma raccontate in modo nuovo. Quali sono le tue letture e i tuoi riferimenti culturali?

Ogni volta che compongo qualcosa si apre dentro di me uno spettro di riferimenti culturali, letterari e musicali. Alle volte attingo a questo calderone in maniera cosciente, altre volte i richiami avvengono inconsapevolmente. In questo ep, nello specifico, si può trovare tanta cultura novecentesca: Montale, Pirandello, Steinbeck, neorealismo. I miei riferimenti culturali partono da là. In quello sguardo che riusciva a coniugare il moto individuale dello spirito con le storie universali del mondo.

– Come è avvenuto l’incontro con i tuoi compagni di ventura? I tuoi Sancho?

Compagni è il termine più giusto che si possa usare. Il rapporto con Roberto Tricarico (chitarra) e Marco Norcaro (batteria) affonda le radici tra i banchi di scuola. Sono loro i primi che hanno ascoltato le canzoni acerbe che scrivevo. E sono i primi che hanno appoggiato la scelta di cantarle davanti ad un pubblico. Enrico Valanzuolo (tromba) ed Antonio Barberio (contrabbasso), invece, li ho incontrati negli ultimi due anni, durante il periodo universitario.

Ci siamo trovati sulla stessa barca e sulla stessa lunghezza d’onda.

Prima di essere un gruppo di musicisti, siamo un gruppo di amici. Persone che condividono sogni, passioni, speranze e timori. Don Chisciotte lo sapeva bene: non esiste cavaliere senza scudiero. Ho avuto la fortuna di scoprire anch’io cosa vuol dire combattere i mulini a vento in compagnia.

– Com’è stata la tua esperienza di registrazione presso Apogeo Records? Cosa differenzia un etichetta sociale da una major secondo te?

Conosco Andrea De Rosa da alcuni anni e ho visto nascere, come spettatore, l’Apogeo Records. Per me e per il gruppo è stata una gioia entrare a far parte dell’etichetta. Credo che all’Apogeo Records si respiri la voglia sincera di fare cultura. Anche a rischio di essere meno competitivi.

Una major è un’industria, non può permettersi di scommettere, di perdere terreno, e dunque indirettamente e inevitabilmente immobilizza il processo creativo. Poi ci sono le piccole etichette che tentano di costruirsi ad immagine e somiglianza delle major. E poi c’è chi ragiona contro tempo, in direzione ostinata e contraria.

L’intervista continua sul sito di Music Coast To Coast

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