Pino Daniele: quarant’anni di ricordi, che scegliamo ormai di racchiudere in una vecchia perla.

Quarant’anni. È difficile percepirli.

È difficile capire davvero quanta vita, quanta intensa esistenza ci possa essere in quarant’anni. Ci sono attimi che fermano il tempo e parole che lo riavvolgono, rendendo il passato un eterno presente. Pino Daniele, secondo album dell’omonimo artista, è il perfetto connubio di attimi, versi e suoni che riescono a giocarci, col tempo.

C’è però da chiedersi, a questo punto: di cosa vogliamo parlare, davvero?

Una recensione? È Pino. Queste due parole bastano, avanzano e soddisfano. Un confronto tra vecchio e nuovo? No… sicuramente no.

Perché no? Beh, proprio per ciò che ho scritto prima. Pino Daniele, con la sua musica, quella lunga linea retta che chiamiamo tempo l’ha resa un unico grande punto, un interminabile momento d’estasi e di pace.

Je so’ pazzo. Chissà quante generazioni l’hanno pensato, l’hanno gridato. Però poi arriva Pino che, nel 1979, Je so’ pazzo decide di cantarlo, incanalando il suo spirito nell’istintività di certi versi, e nell’immortalità delle sue note.

Pino Daniele, come album, è un trattato di storia moderna che mostra un artista anticipatore di temi attuali, trattati con un brio e un’energia non comuni (Chillo è nu buono guaglione è sicuramente un esempio valido a sostegno delle mie parole), ma che al tempo stesso pone l’accento su sentimenti eterni: la dolcezza di chi è chiuso nei propri pensieri, la malinconia di chi putesse essere allero, ma anche la vitalità e l’energia di chi tene ‘o mare!

Insomma, il nostro grande Bluesman aveva raccolto in questo particolare lavoro – che in questo 2019 festeggerà il quarantesimo compleanno (ma guai a pensare che senta il peso degli anni!) – tutta l’eccellenza e la maestria proprie di chi non soltanto sapeva giocare con la musica, ma sapeva anche esplicitare ciò che aveva dentro, diventando un faro per la sua generazione e per le successive.

La freschezza di un Inglese ben utilizzato (che troverà massimo spazio in altre meravigliose produzioni come The Desert In My Head, presente in Dimmi cosa succede sulla Terra) e la poetica di un dialetto napoletano sempre incisivo e marcato, che si mostrava come elemento imprescindibile di valorizzazione per una perfetta resa dei testi, difficilmente ritroveranno al loro fianco un così abile interprete.

Pino Daniele manca a tutti, persino alla sua musica, che acquisisce l’importante onere di tramandare nel corso di questo eterno presente, citato all’inizio, la voce calda, accogliente, e gentile di un uomo che ha cambiato la nostra musica, la nostra storia e il cuore del nostro popolo.

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