Il pareggio non esiste

È un lungo applauso. Come quelli che si fanno alla fine di un concerto, con il pubblico che chiede il bis urlando “ancora”. Oppure l’applauso che si fa allo stadio, quando un capitano da l’addio al calcio e alla propria squadra, lo si applaude in piedi. L’uomo in più è questo, un lungo applauso che non si fa né ad un concerto né ad uno stadio, nonostante la storia sia appunto quella di un cantante e di un calciatore, ma lo si fa a tavola, dopo una buonissima e lunga mangiata di pesce fresco, ovviamente pescato nel canale di Procida. Tony Pisapia dixit.

Lo si applaude anche perché è una furbata fatta e finita. Paolo Sorrentino esordisce nel 2001 con L’uomo in più, con un approccio che suona tipo “scusate questo è il mio primo film”, che gli permette la più totale libertà, al punto di fargli dire, assumendo un atteggiamento sfrontato e consapevole, “o vinco o perdo”. E vince, mettendo in scena un capolavoro. Tony Pisapia, il Tony Pagoda di Hanno tutti ragione, nasce qui, tra la paura e la discomusic degli anni Settanta e della decadenza dell’ eroina degli anni Ottanta. È un cicchetto, un super alcolico, magari preso in un locale di terz’ordine con un tipo losco che risiede ai margini di questa società; anche perché i personaggi di Sorrentino sono questi: individui che hanno mandato, chi per un motivo chi per un altro, tutto al diavolo e che faticano a riconoscersi e a ritrovarsi nella realtà che abitano.

Non sono loro ad adattarsi ma è piuttosto la realtà che li insegue, che li prega di fermarsi dal non fare nulla, che si plasma seguendo i loro desideri, soprattutto quelli del Pisapia calciatore che, dal calcio alle tattiche del subbuteo, vorrebbe allenare, però deve fare i conti con una situazione “apodittica”, del tutto discordante con la propria visione del reale, che lo spinge a una scelta definitiva, quella di farla letteralmente finita. Immaginate poi se Tony Servillo, scusate, Tony Pisapia cantante decide di adattarsi: già “a vit è na strunzat”, figurarsi se poi ci si deve mortificare a fare quello che dice lei. Sono personaggi che hanno perso prima di giocare, ma che comunque salgono sulla giostra scassata della vita per l’ultimo giro.

Sorrentino infatti ha dato vita ad un nuovo genere, quello delle anime frustrate e deluse. Ma Tony Pisapia, il cantane si intende non il calciatore, vuole avere sempre ragione, l’ultima parola vuole dirla lui, e anche quando ha torto marcio ti guarda negli occhi, accennando un sorriso, e può chiedere “fatemi sapere”. E applausi.

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