Lunga e scorretta intervista ad Amleto De Silva a Ricomincio dai Libri, si parla di scrittura, di comunismo, di risate e dei giovani

Abbiamo incontrato lo scrittore Amleto De Silva in occasione del Ricomincio dai libri lo scorso 30 settembre. Quella che doveva essere inizialmente un’intervista è diventata una chiacchierata dai temi più disparati: dalla scrittura, ai cretini, all’editoria, agli aperitivi vegani…

– Che rapporto hai con la scrittura in genere, cioè perché scrivi?

Io ho sempre scritto in generale, ho cominciato come vignettista facendo satire, scrivevo su Cuore, per molto tempo mi sono astenuto dallo scrivere libri perché onestamente non mi sentivo all’altezza. Io so’ cresciuto legendo cose belle, classici, sono e resto un fan; sono uno che entra in libreria e sta là comme a nu criaturo a bocca aperta, poi paradossalmente un giorno, parlandone con Marziano, ci siamo resi conto che scrivevano tutti, erano tutti scarsi. Quando mi sono reso conto che lo erano tutti più di me mi sono detto “mo ci provo, mo posso andare alle Olimpiadi” visto che hanno cioncato quelli bravi, ci sono solo i paralitici, allora mo vado pure io. Questo è come ho cominciato a scrivere. In realtà io scrivo perché quando lo faccio sono alto 6 metri, non c’è niente di più meraviglioso. Quelli che dicono la scrittura è fatica nun capiscene nu cazz. Soprattutto non gli piace scrivere. Anthony Trollope scriveva la mattina alle quattro e poi andava a lavorare all’ufficio postale, lui si svegliava per la voglia di scrivere. Stephen King scrive tutti i giorni otto ore al giorno pure se è stramiliardario, e potrebbe andarsene su un’isola deserta, la verità è che quando scrivi staje buono.

– E oggi invece ci sono le scuole di scrittura…

Io ho scritto un libro per sfottere le scuole di scrittura, si chiama La nobile arte di misurarsi la palla. Io sono profondamente contrario perché non è una cosa che si insegna. La scuola di scrittura à a scuola media. Poi invece quest’inverno ho tenuto un corso gratuito, un laboratorio teatrale. Il problema è che il 90 % delle persone che vanno nella scuola di scrittura vuole essere pubblicata non vuole scrivere, cioè vogliono il contatto con l’editor, con l’editore, la gente, ma quello non è scrivere, è come andare a puttane, cioè se paghi per carità ti diverti pure, anzi trovi pure una femmina o un gigolò che non avresti mai, però non è la stessa cosa. Io invece vedo che i ragazzi soprattutto vogliono essere pubblicati. Io ho cominciato a scrivere che non avevo un editore, il mio primo libro, che adesso verrà ripubblicato, l’ho fatto con ilmiolibro.it in auto pubblicazione. Per me non esistono bravi o cattivi editori: esistono editori bravi che pubblicano libri belli e editori stronzi che pubblicano brutti libri. Alla scuola non credo, ai laboratori si, molto, il problema sono gli alunni.

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– Ma quindi a proposito dei giovani e dei giovani stronzi, secondo te la scuola oggi ha fallito?

No, hanno fallito i giovani, la scuola ci ha sempre provato. Io sono andato a scuola a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta , là veramente non è che si parlasse di aborto, si parlava solo di Dante, Petrarca e Boccaccio e non potevi aprire bocca, tutti gli spazi che hanno i giovani oggi ce li siamo conquistati noi a forza di dare botte e soprattutto di pigliarle. A dicembre mi hanno chiamato a parlare al Liceo Tasso di Roma da cui è uscito il Conte Gentiloni, nostro attuale Presidente del Consiglio, una scuola di eccellenza. Ho chiesto cosa stessero facendo e seppi che per la sperimentazione scuola lavoro avrebbero lavorato da Zara come commessi per imparare. Cioè voi rinunciate – non a Cicerone perché era una merda – ma a Ovidio e Catullo per questo? Se lo avessero fatto a noi ce li saremmo mangiati con la capa davanti, non esisteva proprio, o’ commesso o vaje a fa tu e mammeta. Che questi stiano in silenzio significa che sono una generazione di cretini che non meritano un cazzo, cosi come il fatto che vanno a lavorare per due, trecento euro. Questi considerano essere sfruttati una cosa normale e cercano di farcela, non ce la fai da solo se sei giovane. Se sei una vecchia zoccola come me una soluzione la trovi, è brutta una generazione cosi, noi eravamo una generazione di merda. Ca a vita e un muorzo, ma io posso dire che ci avevo provato dando calci forti. Ma a me nessuno poteva dire vai a fare il commesso da Zara, al massimo mi andavo a drogare, ma perché piaceva a me.

– Perché, secondo te, i #Giovani(de)Merda oggi non vogliono o non riescono ad essere sé stessi, ma sono così uguali che basta un solo dizionario illustrato (scritto da te) per essere compresi?

Essere liberi, provare a fare qualcosa, a scrivere oggi è più difficile da una parte, ma dall’altra molto piu facile, solo che loro sono stati inglobati da quest’idea del successo, qua non c’è niente da vincere, noi volevamo essere bravi, loro vogliono essere famosi, vanno a XFactor, non funziona cosi.

– Pare che hanno provato anche a fare un talent per la scrittura?

Si hanno provato e naturalmente ha fatto ridere perché non esiste un talent per la scrittura, è ovvio che non puoi vincere un talent se sei nei canoni della letteratura. La letteratura come l’arte procede per rotture. Van Gogh, pur avendo il fratello Theo che era uno dei più grandi mercanti d’arte d’Olanda, non è mai riuscito a vendere un cazzo, però ha rotto le regole, poi è chiaro l’ha pagata – se tu vuoi far l’artista la paghi – io con i mie limiti cerco di fare l’artista, come dovrebbe far chiunque, pure chi suona la chitarra, questi vogliono fare i talent e farsi i soldi, ma per farne cosa? Io volevo fare Jimi Hendrix e morire a ventiquattro anni, quello era il mio sogno e so che la società era  d’accordo (ride). Penso che sia proprio una forma di deboscia e qualcuno prima o poi si deve alzare e deve dirglielo ca so strunz. Io ci provo. Ci ha provato Daniele Sepe col disco di Capitan Capitone a riunire questi ragazzi a suonare con lui, pero lui è molto fiducioso, io no, penso che questi siano dei cretini senza spina dorsale.

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– È possibile scrivere un libro senza cadere nei luoghi comuni dello “scrittore alternativo hipster e depresso” o in quello dello “scrittore stronzo che critica la precedente categoria”?

Non lo so, io lo faccio, l’ho sempre fatto, però funziona se tu te ne fotti, cioè io non ho nemmeno cercato un editore.

– Ma tu non hai buoni rapporti con le case editrici?

Con i miei editori sì, in genere loro mi dicono “Amlé tu vendi?” e quando gli rispondo di sì loro capiscono che guadagnano e non mi rompono i coglioni per quello che scrivo. Questi cretini pensano che lavorando due anni su un libro, pagando l’editor 2000 euro al mese, convincendo i giornalisti – che sono miserabili, devi offrirgli il pranzo, eccetera – investi 100000 euro sul libro nei quali rientri se vendi almeno 50000 copie, se no hai perso i soldi. Per questo guadagno più io alla fine e posso scrivere “ricchione”, “negro”, i mei editori sono intelligenti. L’editoria è un affare, loro ci guadagnano, i miei lettori si divertono e siamo a posto cosi. Io sono contrario agli editor che mettono mani nei libri, io non sono un prodotto, sono un artista, sarò un artista scarso, anzi scarsissimo, per questo vi dico: fatemi vedere quanto valete voi.

– Dove preferisci acquistare libri?

Su Amazon, non su internet in generale, perché mi da una varietà maggiore. Però ad esempio c’è la libreria del mio amico Roberto Librido a via Nilo che ogni volta devo entrare senza soldi se no mi spendo tutto. Oppure c’è la libreria Giufà a Roma in un quartiere che odio, a cui darei fuoco, che si chiama San Lorenzo, che ha dei libri che ti incuriosiscono… se devo andare da Feltrinelli no.

– Adesso tra l’altro pubblicherà anche fumetti…

Si è da vedere, io qui c’ho pure i 10 peggiori commessi della libreria. Mi auguro che facciano delle cose belle, ma non lo so. Sono onorato di stare con Magic Press perché hanno Frank Miller, i fratelli Hernandez, roba seria e ho appena tradotto per loro un adattamento di Jim Thompson “L’assassino che è in me”, un autore di gialli degli anni Cinquanta con prefazione di Stephen King, sono molto gasato per questo, naturalmente ci ho messo venti giorni per il fumetto e un mese e mezzo per le quattro pagine di Stephen King e pure mi sembra che sia venuto una merda. Per fortuna non sono le sue migliori pagine, se no mi davo malato.

– Sul tuo blog hai elencato i Dieci peggio elettori del referendum. Ma nel tuo ultimo lavoro, quali sono le Dieci peggio categorie sui Dieci peggio…?

Guarda, lo sai che non mi viene perché io li odio tutti. Io odio quelli della sinistra di oggi perché io sono un vecchio comunista. Sono metà i fascisti di quando ero giovane e metà i cretini di quando ero giovane, sono modaioli, badano al soldo e all’apparenza, poi ho la sfortuna da questo punto di vista di vivere a Roma dove c’è la peggiore sinistra – soprattutto nei salotti -. Sorrentino, che è cretino, ha la mia età ma lui non capisce, pensa che nei salotti romani ci siano i sessantenni. Non ha capito che so tutti trenta – quarantenni mafiosetti fetenti, io questi li odio proprio perché sono una mafia che si è infiltrata nella musica,  nella televisione, nella letteratura, scrivono brutti articoli, fanno chiudere i giornali, poi sono incompetenti. So’ buoni se li metti in tv perché li la gente ti guarda gratis, ma appena fanno un film falliscono, se scrivono un libro vendono mille copie, oppure come Zerocalcare – che io per certe cose stimo – fiancheggiano la sinistra becera romana che fa le stesse cose di Forza Nuova a Roma, solo che quest’ultima la fa coi negri e loro con gli aventi diritto, questa è una cosa che odio. È il tradimento dei miei ideali, io ci ho preso le botte per queste cose, non per farvi prendere lo Spritz bio ecologico senza glutine…

– … E l’aperitivo vegano…

Soprattutto, poi io sono vegetariano e ora mi danno dell’assassino, ma di che? È mulignane? Ogni scusa è buona per rompermi il cazzo, quando ero piccolo me rumpevano o cazz perché ero vegetariano, mo perché nun so vegano…

– Hai sperimentato diversi tipi di scrittura, da quella teatrale a quella vignettistica. Di quale non riesci proprio a fare a meno?

Quello che veramente è una droga anche se è molto pericoloso è far ridere, se fai far ridere sai fare tutto, far piangere la gente è facile, se vuoi ti scrivo una cosa che in una pagina ti faccio piangere per due ore, però è facile, è un mezzuccio. Non far sorridere, ma far ridere proprio. Io mi ricordo che mi scrisse una ragazza, quando scrivevo i 10 peggio,  mi disse “è morto papà e l’unica cosa che mi ha aiutato in questi giorni è sapere che la mattina aprivo il tuo blog e mi leggevo i dieci peggio” e là mi sono fatto io una capa di lacrime. È una vera e propria droga. È controproducente per il mio lavoro perché qua già non ti prendono sul serio, poi se sei uno che fa ridere e loro sono tutti un “buongiorno, effetettivamente, i valore della letteratura…”. Io invece sono rimasto che il dramma e la comicità sono intrecciati, io anche nelle cose drammatiche c’è sempre qualcosa di grottesco. Sono figlio di Peppino De Filippo, ma anche di Dostoevskij…ma questi non lo conoscono a Dostoevskij, se tu vai a parlare al Premio Strega di Dickens, lui non l’ha mai letto. Dickens mischia comicità e dramma, nel Circolo Pickwick ti mette quello che ruzzola nella merda del maiale e subito dopo ti fa il capitolo sulle prigioni per debiti. Però questi non l’hanno letto Dickens, quindi per loro se fai ridere sei Alessandro Siani e non si rendono conto che Alessandro Siani nun fa rirere, fa ridere i cafoni, ma per quello non ci vuole molto, ai cafoni basta fare una scoreggia per ridere. Made in sud! Cioè io a volte lo guardo e rimangi impietrito per due tre secondi..

– Quindi mi stai parlando della comicità, non della satira?

Nono proprio la comicità. Anche la satira deve far ridere, cioè la seriosità si vede, far ridere è difficile, sono bravi tutti a scrivere un racconto sulla tua infanzia infelice e tuo zio che ti stuprava, fammi verè si si cazz di scrivermi tre pagine in cui mi fai ridere, non lo sai fare! La sai fare si si’ bravo. Per questo gli scarsi odiano quelli che fanno ridere, far ridere è una cosa di talento, far rider è una cosa da Peppino De Filippo, a Eduardo gli rodeva il culo, perché Peppino faceva ridere più di lui pur essendo più cattivo di Eduardo. Però Eduardo era comunista, Peppino era fascista, quindi non si portava. C’è una scena di Cupido scherza… e spazza, ‘na commedia di Peppino in cui lui fa la parte di uno scopatore che si muore di fame, guarda la moglie e le figlie e dice: “Ma voi dovete morire, voi fate schifo!” proprio con aria seria e vedi la gente che si spiscia e Peppino che dice ‘ste cose serissime ma tremende che Eduardo non aveva mai fatto perché era un furbastro. Lui faceva le cose per compiacere il pubblico. E io mi ricordo perché ho avuto l’onore di vederlo a teatro che la gente si dava e cazzott ind ‘a panza per non ridere, mentre lui diceva queste cose crudelissime pur facendo ridere. Quella è classe alla quale non sono assolutamente al livello ma alla quale aspiro. Come diceva Woody Allen: “Se mi devo scegliere un modello nun me sceglij o’ purtiere”.

Laureanda in Scienze della traduzione presso l'università La Sapienza di Roma, dove si interessa di traduzioni dalla lingua russa e ceca. Appassionata di scrittura, cinema e teatro, rivede nella sua terra le più ampie espressioni tradizionali ed innovative dell'arte.

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