Esistono romanzi che cambiano il corso della letteratura, vite che entrano a far parte di grandi storie ed esistono autori, come Roberto Sabiano, le cui vite diventano il miglior romanzo di un’intera carriera.

Inizia il 22 settembre 1979 ad esempio il primo capitolo della vita di Roberto Saviano, esponente molto in vista della letteratura campana contemporanea. Saggista, romanziere, reporter: la sua letteratura ha come centro un racconto della realtà criminale campana (ma neanche troppo) vista dal basso e con una scarsa aggiunta di filtri letterari. È supportata da uno stile diretto, con pochi artifici e un linguaggio realistico con cui sottolinea ciò che egli vuole ottenere dalla sua scrittura.

Il secondo capitolo della vita di Saviano, quello della notorietà e delle polemiche, si può dire che inizi nel 2006, con la pubblicazione del suo primo romanzo Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, che lo consacra al grande pubblico e che condanna la sua libertà privata. Il racconto preciso dei meccanismi economici dello scandalo ecomafie, seguito da un suo intervento durante una manifestazione a Casal di Principe in cui intima ai presenti esponenti del clan del luogo di andarsene segnano di fatto l’inizio di una nuova fase della sua vita, condotta sotto scorta e spostandosi di città in città.

Il romanzo attira da subito l’attenzione delle testate internazionali, con le quali l’autore tuttora collabora e da cui è visto come un simbolo della lotta contro la criminalità, nonché come martire per la libertà d’espressione. Il successo mediatico del romanzo ispira la produzione dell’omonimo film nel 2008 e sei anni dopo dell’omonima serie tv. Da quel momento nel pubblico e nei media aumenta il desiderio e la curiosità di ascoltarlo, vederlo, capirlo. Ma il caso Saviano non è di certo unico nella storia della letteratura: soltanto vent’anni fa’ Salman Rushdie, autore indiano naturalizzato britannico il quale nel 1989, dopo la pubblicazione dei suoi Satanic verses, è stato vittima di un fatwa per blasfemia e bestemmia, poiché nell’opera erano presenti riferimenti a Maometto. Anch’egli per scampare alla condanna a morte fu costretto a rifugiarsi ne Regno Unito e a vivere sotto protezione, subendo minacce e vedendo i suoi traduttori europei attaccati e in alcuni casi feriti fisicamente.

In La Paranza dei bambini (Feltrinelli, 2016), le tinte nere di Saviano acquistano dei riflessi più tenui, leggermente inclinati verso la tenerezza, senza trascurare però l’intento del romanzo-inchiesta, che verso nulla prova pietà. Un vero cambiamento però c’è: si tratta del primo romanzo di Saviano basato interamente sulla finzione, nonostante i riferimenti alla quotidianità della criminalità in Campania. La scelta dei bambini – la paranza in gergo è un gruppo armato di bambini – come fulcro della storia, la loro ingenuità nel lasciarsi abbagliare dalle luci accecanti del potere per poi finire in una rete dalla quale è impossibile uscire dà al lavoro di Saviano un accenno di soggettivismo che di fatto è inclinato per la prima volta verso la denuncia.

La Napoli di Saviano, fatta di cieli grigi, un mare nero e alti palazzi bianchi è quella tristemente esistente del lato oscuro della corruzione in cui le lacrime si asciugano in fretta, anzi, in cui la fretta la fa da padrone, facendo crescere bambini di dieci anni in una notte, togliendo loro i giocattoli e consegnando in cambio una pistola. Una parte di Napoli che nonostante le polemiche non esiste solo nella finzione, ma con la quale tocca fare i conti. Martoriata, spettacolarizzata come il set di un film d’azione, caricata in modo sovrabbondante di fascino e di crudo piacere più che di denuncia. Una terra separata, messa nell’ombra. Dove il calore del sole e le onde del mare non possono arrivare.

 

 

 

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