Si tirano le somme sul nuovo lavoro di Rocco Hunt a poche settimane dall’uscita nei negozi. Il vento della Libertà non tira forte come si vorrebbe.

Oggi vi racconto di come Libertà mi abbia scottato. La colpa me la prendo io: ci sono cascato fino all’ultimo. Ci son cascato durante le fasi di pubblicizzazione, ci sono cascato all’uscita dell’album, ci sono cascato addirittura fino all’ascolto di Mai Più, il primo brano di Libertà. Un brano che, ingenuamente, mi faceva sperare bene. Testo ricco e maturo per quello che è lo standard del più recente RH, che addirittura funziona bene musicalmente parlando, con un bel beat su cui sia Hunt stesso che l’artista a supporto, Achille Lauro, si trovano a loro agio. Un brano che funziona, e che costituisce l’inizio, ma anche la vetta di questa curiosissima giostra.

Partiamo subito da un assunto: ormai conscio che Libertà non è per niente ciò che mi aspettavo, ora affronto questo lavoro sforzandomi di guardarlo nel suo insieme, nella sua totalità, traendone il bello e il brutto. Quindi sì, faccio il mea culpa nel dirvi che sarò freddo, nel lungo prosieguo del mio discorso.

Per parlarvi di Libertà, scelgo di focalizzarmi sui due macrotemi principali: testi e musica. Entrambi li affronterò interlacciandoli ad un unico, grande pensiero: abbiamo aspettato Libertà per ben quattro anni.

Partiamo proprio dai testi, cioè il punto su cui Libertà, senza troppi giri di parole, fallisce senza dubbio. Perché? Beh, perché di questi quattro anni di attesa, di presunta crescita artistica, di maturazione personale, non se ne vede neanche l’ombra. Si vede solo il mero interesse a riproporre gli stessi, identici temi delle precedenti produzioni, ormai triti e ritriti. Ancora una volta si ondeggia tra Sud, Terra dei Fuochi, gli amori finiti e quelli andati in porto. Ancora una volta gli stessi versi, ancora una volta gli stessi clichè, ancora una volta la voglia di adattare la propria scrittura alle esigenze della produzione. Il tutto, però, condito con una serie di luoghi comuni imbarazzanti (praticamente tutto il testo di Nun E’ Giusto e quello di Street Life si costruiscono su questi ultimi), che hanno i semplici obiettivi di soddisfare da un lato la fan base di RH, che ormai è contenta di sentire un lungo e imperterrito more of the same, e dall’altro le esigenze di basi molto pop, molto easy, che possano garantire al Signor Hunt la possibilità di farsi strada in Radio nel marasma dello Standard Italiano.

Vi riporto il simpatico esempio che ancora oggi, a due settimane dall’uscita dell’album, mi fa sorridere parecchio: in Nun E’ Giusto l’artista campano ci fa una filippica su mille argomenti diversi, tra cui il fatto che i bambini adesso abbiano sempre l’Iphone in mano già in giovane età; poi però, nel brano immediatamente successivo, Benvenuti in Italy, il primo verso è: BAMBINI GIOCANO IN STRADA”. Simpatico controsenso, questo, che però ampliamente dimostra che non c’è stata volontà di scrivere un album secondo un filo conduttore, secondo dei ragionamenti e delle opinioni propri; bensì, si è prediletta l’ennesima accozzaglia di stereotipi, anche contraddittori, usati in base alle esigenze.

Non è così che si fa, non dopo quattro anni di attesa, e soprattutto, non dopo che quest’album ci è stato proposto come massima espressione della Libertà di un artista. Era lecito e giusto aspettarsi qualcosa di meglio, qualcosa di più ricco e di più vero. Invece la Libertà di oggi finirà presto nel dimenticatoio di domani.

Libertà se la cava meglio sul fronte musicale, con beat di buona fattura e gran belle produzioni. Certo, nulla di davvero nuovo sotto al sole, ma Valerio Nazo ha svolto bene il compito di producer riuscendo a inserirsi bene nel contesto dell’attuale panorama Hip Hop Italiano (molto più Pop di quanto non dovrebbe…). Se poi consideriamo che ci troviamo dinanzi ad un album dove per tre quarti del tempo non si ascoltano solo strani versi o ripetizioni delle stesse parole, ma ci ritroviamo invece delle strofe rappate, direi che su questo Rocco Hunt c’ha garantito gioia.

Altalenanti invece i featuring, che si dividono tra quelli usciti bene e quelli che sarebbe davvero stato meglio evitare. Nel primo gruppo ci facciamo rientrare Maledetto Sud, con un Clementino sempre in forma e un risultato più che soddisfacente: i due funzionano insieme, e questa ne è una ulteriore conferma. Bene anche per i feat. con Nicola Siciliano, J-Ax e Boombadash. Malino per Gemitaiz, che ha cacciato fuori una strofa che vorrebbe pompare l’ascoltatore per il ritmo ma invece risulta solo… strana. Malissimo invece per Geolier e Speranza, assolutamente dimenticabili per qualità musicali e liriche, e buttati in mezzo alla mischia solo perché, Dio solo sa per quale ragione, ultimamente i loro nomi risuonano più del previsto nella scena campana.

 

Traendo una breve conclusione, ciò che voglio dire è che Libertà non si avvicina neanche lontanamente a ciò che è giusto che fosse. Rocco Hunt sceglie l’apparizione in Radio oggi, piuttosto che il ricordo di domani. Perché sì, Libertà è dimenticabile, e si mette semplicemente in fila tra tutti gli altri lavori del rapper campano senza mai brillare davvero, ma solo per fare numero. E’ un peccato, e anzi, ora è proprio il caso di dirlo: Nun E’ Giusto.

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