Un pittore eclettico, ribelle e ruffiano, che scelse la passione, in simbiosi con la sua Napoli, da sempre coniugazione di ardore creativo e contesa, religione e diavoleria, esasperazioni festaiole e inesorabili sciagure.

Salvator Rosa (1617-73), pittore, incisore e poeta, che deve soprattutto collocarsi fra i rinnovatori del paesaggio. (André Chastel, Storia dell’arte italiana)

Salvator Rosa

Salvator Rosa fu un uomo del Seicento, nel senso che ne visse una grossa fetta, nacque a Napoli nel 1615 e morì a Roma nel 1673 (nella casa di Via Gregoriana dove aveva vissuto, dal 1650, con la compagna Lucrezia e il figlio Augusto). Un pittore eclettico, ribelle e ruffiano, che, a dispetto dei grandi filoni del suo tempo, la nascente fiducia nella ragione, nel sapere dell’uomo, nell’ordine divino e nella natura, scelse la passione, in simbiosi con la sua Napoli, da sempre coniugazione di ardore creativo e contesa, religione e diavoleria, esasperazioni festaiole e inesorabili sciagure.

Salvatore fu di presenza curiosa, perché essendo di statura mediocre, mostrava nell’abilità della vita qualche sveltezza e leggiadria: assai bruno nel colore del viso, ma di una brunezza africana, che non era dispiacevole; gli occhi suoi erano torchini, ma vivaci a gran segno; di capelli negri, e folti, i quali gli scendevano sopra le spalle ondeggianti e ben disposti naturalmente: vestiva galante, ma non alla cortigiana, senza gale, e superfluità. (Giovanni Battista Passeri)

Napoletano verace, era figlio di Vito Antonio (de) Rosa e di Giulia Greco, figlia a sua volta di Vito Greco, “pittore di intempiature”. Visse per diverso tempo nella casa del nonno Salvatore che era sita nei pressi della chiesa di Santa Maria del Soccorso. Dopo la morte del nonno, la famiglia attraversò momenti piuttosto tormentati; la masseria dell’Arenella fu venduta per acquistare nell’area adiacente il monastero di Gesù e Maria un terreno per l’edificazione di una casa. Morto anche il padre nel 1621 e data la giovane età della madre, la cura di Salvator e dei suoi fratelli passò nelle mani del nonno materno, Vito Greco, il quale consegnò ai ragazzi i primi rudimenti dell’arte pittorica. Tentata la strada del noviziato, abbandonò poi le Scuole Pie: l’inflessibilità del regolamento era insostenibile, specie per chi come lui inseguiva il cammino della libertà e dell’arte. Fu così che tornò nella bottega del nonno e dello zio Domenico Antonio per impratichirsi nell’arte della pittura, in giovane età allora cominciò il mestiere di artista professionista, coadiuvato dal cognato Francesco Fracanzano.

Fattosi di giusta età si mostrava desideroso di’impossessarsi della pratica del pennello et, avendo imprimite alcune carte, adattandosele in una cartella, se ne andava in giro per lo di fuori di Napoli, e dove vedeva qualche veduta di paese o di marina, che fusse di suo genio, accomodatosi in un luoco dove parevagli che facesse meglio, copiava con li colori ad oglio quel sito dal naturale. (Giovan Battista Passeri, Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, 1672)

Nelle sue prime tele, si pensi al Paesaggio allegorico oggi nelle sale del Museo Correale di Sorrento Soldati che giocano a carte esposto nella Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma, i protagonisti sono mendicanti, viandanti, popolani, giocatori di carte, pescatori di corallo, raffigurati come attimi di vita immortalati nella cruda realtà e immersi in una natura osservabile

«come specchio del cosmo, come scenario nel quale l’uomo è solo comparsa, anzi come teatro eterno della transeunta e caduca storia umana» (Luigi Salerno).

Dipinti giovanili contraddistinti da paesaggi ricchi di cavità rocciose, voragini ombrose, baie deserte, rocce a strapiombo sul mare o degradanti in teatrali archi naturali, propri di una natura grandiosa e in egual modo inaccessibile, un vero e proprio valore assoluto per un ancor giovane Salvator Rosa.

Il sodalizio artistico e creativo con lo Spagnoletto cambia vistosamente il suo stile: con l’acquisizione di quell’impasto di colore corposo, fa suo il pensiero del maestro spagnolo sulla concezione della vita come “teatro della verità” e sull’essenza dolorosa ed eroica dell’esistenza.

Un’altra ispirazione creativa dovette riceverla da Aniello Falcone (di cui divenne l’allievo prediletto) fautore di una “pittura di battaglia” senza eroi, ultima personalissima parafrasi del messaggio caravaggesco in cui la mischia è la vera padrona della scena, ove si mette in mostra senza maschere l’inesorabile brutalità della specie umana, con una tavolozza dalle nuance accese e forti, che pare diano l’impressione che egli abbia voluto con esse evidenziare l’asprezza dei combattimenti e lo spirito dei cavalieri.

Se queste sono “battaglie senza storia” perché non possono riferirsi a nessuna battaglia precisa, certamente il pittore non ha voluto cancellare la storia come luogo temporale della vita umana, sia singola che collettiva, perché tutta la storia, attraverso le forme architettoniche di quello che l’uomo costruisce, è rappresentata. Di pochi si vedono le espressione dei volti e si possono studiare i gesti di valore, di dolore, di ferocia o di paura, ma questa [… ] è storia di masse enormi dentro le quali, come è nella realtà, ognuno ha il suo ruolo, dalla nascita alla morte. (Umberto Maria Milizia)

Salvator Rosa compì diversi viaggi al fine di accrescere la propria cultura pittorica, entrando così a contatto con i grandi esempi del Rinascimento: fu a Firenze nel 1640, città nella quale per un decennio dominò il panorama artistico dispensando importanti opere d’arte di soggetto filosofico e di genere, paesaggi e battaglie, e fondando l’Accademia dei Percossi, nella quale ospiti letterati, pittori e scienziati uniti da una visione libera e scanzonata del vivere, dai rivolti talvolta libertini.

Dalle parole dei uno dei suoi più noti biografi, Filippo Baldinucci, ci si rende conto di come Rosa non tralasciava nulla per raggiungere il suo scopo. Un esempio? L’attenzione pignola che il pittore riservava alle cornici dei suoi dipinti. Infatti, Bernardo De Dominici gli attribuisce la creazione di un modello tutt’ora celebre con il suo nome o con l’appellativo di salvadora o salvatora. Il pittore napoletano riteneva che il manufatto fosse parte pregnante della finitura: Rosa era consapevole che la percezione del quadro migliorava con la cornice, alla quale spettava il compito di tracciare meglio il confine dell’opera e isolarla dal contesto esterno, ottenendone in tal modo l’esaltazione estetica dell’oggetto e divenendo elemento essenziale anche e specie per la vendita. Un motivo che senz’altro contribuì al suo successo, l’invenzione di un tipo davvero singolare di cornice, con il suo peculiare avvicendarsi di gole lisce, rovesci, sottogole e gusci, che aumentano lo spessore dell’oggetto verso l’esterno. L’esito è una visone prospettica che conta come punto di fuga la stessa opera, la cui percezione estetica appare notevolmente accresciuta.

La figura di Salvator Rosa s’impone all’immaginario collettivo come emblema di modernità. Spirito iracondo e passionale, dotato di un’indole eclettica, in grado di farsi valere tra pittura, poesia e musica, fino a essere un attore amatoriale, una popolarità che esplose agli inizi dell’Ottocento per merito di Bernardo De Dominici, il quale gli attribuì un’esistenza decisamente più avventurosa di quanto non lo fosse stata in realtà.

L’invenzione di numerose leggende inverosimili, come l’improbabile brigantaggio o la compartecipazione al fianco di Masaniello nell’insurrezione del 1647, ha permesso negli anni di realizzare alcune favolose biografie. Ma al di là di ogni prerogativa eccezionale e leggendaria, la sua versatile figura artistica resta  e concorre ad ascrivere Rosa nell’ambito della modernità. Basti pensare che, oltre alla sua importante produzione pittorica, egli è autore anche di sette Satire (in cui si scaglia contro i costumi del tempo e la pittura “di genere”) e di alcune odi musicali.

Bisogna che i pittor siano eruditi | nelle scienze introdotti, e sappian bene | le favole, l’istorie, i tempi e i riti. (Salvator Rosa)

L’aspetto “oscuro”, desunto dalle sue visioni dei combattimenti, dalle più volte riprodotte effigi di streghe, dai panorami con bizzarre e impervie formazioni collinari, lo hanno reso da quel momento agli occhi di molti un emarginato intransigente e al tempo stesso seducente, un “nuovo uomo universale”.

Un’artista che ostentò per spirito di contraddizione i toni del popolaresco, ricordato dalla storia per i suoi paesaggi selvaggi e tenebrosi, ma che forse varrebbe la pena di giudicare come l’intellettuale che più di ogni altro rappresentò il nesso essenziale tra la cultura artistica italiana e quella del resto d’Europa.

Il napoletano Salvator Rosa che fu un temperamento ricco, inquieto, grande improvvisatore, autore di satire veementi, passava per eccentrico perché andava a dipingere i suoi studi di paesaggio dal vero. Lavorò a Napoli, a Roma, a Firenze dove dipinse dal 1641 al 1649 dei paesaggi, delle marine, delle battaglie. In contrasto coll’insegnamento accademico, il Rosa era accusato di non curare sufficientemente le macchie; i suoi paesaggi di rocce e di alberi, di frane e di torrenti, di rami spezzati e contorti, rispondono alle scene drammatiche dell’olandese Ruysdael … [nelle] scene di battaglia … il pittore insiste sulla confusione, la polvere, la mischia. Tutto è visto su piccola scala e nel disordine della verità, e in ciò che l’arte del Rosa si allontana dal caravaggismo che isolava le scene e ingrandiva le figure. (André Chastel, Storia dell’arte italiana)

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo ‘Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento’. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all’anima candida di questa terra.

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