Sette tracce per sette chakra, il primo album di un giovane compositore nolano

Flavio Cuccurullo, classe ‘92, nolano, è di certo un musicista che definiremmo poco ortodosso. Cresciuto in un ambiente artisticamente stimolante, iniziato alla musica sin dalla pancia della madre (Philip Glass, Freddy Mercury, Nina Simone per citare alcune fetali influenze), prende ben presto familiarità con diversi strumenti quali chitarra e pianoforte. I suoi ricordi d’infanzia sono costellati da colonne sonore impresse nella mente, cd di Indian native music e un’interazione di suoni al limite della spiritualità. Undici anni di chitarra elettrica finiscono per avvicinarlo sorprendentemente alla musica classica. Malmsteen come Beethoven potremmo dire. La deriva naturale delle sue esperienze è comporre musica. L’avvicinamento al cinema gli consente la sperimentazione finale fino alla consapevolezza di voler scrivere colonne sonore. Cuccurullo rifiuta gli schemi fissi del singolo strumento preferendo l’interazione di suoni nella continua ricerca del “non detto” e inserisce la propria arte nell’esplorazione spaziale di varie categorie, non solo musicali ma anche e soprattutto intellettuali, talvolta mistiche.

Il prodotto finale di questo percorso, o iniziale, è il suo primo cd, Seven.

Per comprendere Seven, l’ascoltatore deve lasciare andare i legami con la musica tradizionale e cercare di inserirsi in un sistema di comunicazione più ampio. D’altronde, proprio quella spiritualità che in qualche modo ha accompagnato fin da piccolo il giovane compositore,  impregna ogni traccia di questo album. Seven come i sette chakra è la declinazione musicale di un pensiero filosofico e culturale, il prodotto di un viaggio spirituale ed interiore. Seven come globalità universale, come unione dei quattro elementi terreni e la triade divina. Tecnicamente le tracce composte e arrangiate da Cuccurullo sono costituite da un mix di strumenti reali e virtuali, questi ultimi elaborati tramite sequencer. I tratti caratteristici si rivelano nell’utilizzo di strumenti esotici come il duduk, flauto armeno dal timbro molto particolare e l’ehru, violino cinese composto da sole due corde. Troviamo ancora grosse sezioni di ottoni dove a farla da padrone sono i corni francesi e i tromboni, intere sezioni d’archi ed effetti percussivi quali timpani misti ad effetti sintetizzati. Per i più attenti, si palesa talvolta la voce stessa del compositore, un cameo musicale campionata ad hoc.

Seven non è un prodotto semplice da ascoltare o da capire. Le tracce si sciolgono secondo l’ordine dei nostri centri energetici volendo richiamare proprio la funzione che ogni chakra svolge. Pathothkath, la prima traccia rappresenta ciò che siamo, belva e spirito. La seconda, Metamorphosis, la ciclicità a cui siamo sottoposti. La terza, Why do we walk, descrive la liberazione dal controllo esterno. La quarta, In the middle, si ispira alla connessione universale a cui tutti noi siamo legati. La quinta, Eon’s Decalogue, è legata al concetto di verità. La sesta, Perceptions, al terzo occhio e dunque alla nostra percezione delle cose. La settima ed ultima traccia, Walter, per tutti gli amanti dello sci-fi, è un palese richiamo a Walter Bishop, protagonista della famosa serie tv Fringe, ed una dedica al rapporto padre-figlio attraverso lo spazio e il tempo.

In questo senso Seven si presenta come un unicum della persona umana, fisica e spirituale attraverso le note di un giovane sperimentatore, la cui fruizione, oltre che ad essere un prodotto artistico fuori dai canoni mainstream, vuole in qualche modo aiutare a comprendere il nostro stare al mondo.

Buon ascolto.

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