Esiste davvero la forma breve? Maurizio Vicedomini s’interroga sul racconto nel suo ultimo saggio

La definizione sistematica del racconto per se risulta un problema essenzialmente critico. Non si chiederà il lettore cos’è un racconto, né tantomeno lo scrittore stesso, ma la critica. E così il saggio di Maurizio Vicedomini, scrittore e direttore di Grado Zero, si occupa di rispondere ad un’esigenza di costruzione formale delle definizioni. Un’operazione che si colloca sicuramente a posteriori rispetto alla stesura dell’opera.

Cos’è un racconto? Cos’è un romanzo? Quali le caratteristiche che li rendono simili e quali le divergenze formali?

Sul racconto, Les  Flâneurs Edizioni, risulta così un’analisi compatta delle caratteristiche interne ed esterne del racconto in quanto forma letteraria, una sistematizzazione di quelle definizioni che gli autori hanno dato nel tempo al termine racconto, a cui bisogna però bisogna avvicinarsi con un approccio tecnico. Gli elementi da cui parte l’autore sono la brevità, una conoscenza pregressa insita in ogni lettore che permette di distinguere tra racconto e romanzo e l’inquadramento del testo al di fuori della definizione stessa, operazione che spetta tendenzialmente all’editoria.

Lo scopo del saggio è riuscire a superare quelle incoerenze generate dalla mancanza di definizioni. Ma il risultato è inaspettato.

L’analisi della forma breve, infatti, pur passando attraverso formule conosciute (la lunghezza del testo ne definisce la forma? La consistenza degli elementi nei testi ne danno un’indicazione formale?) tende ad allontanarsi dalla critica classica della codificazione. Non vi è norma nella stesura o nella lettura, ma solo nella ricostruzione e rappresentazione del testo. Così di fronte agli attributi relegati a determinate sensibilità autoriali, all’identificazione dei vari stili nei loro determinati archi temporali si annulla la forma breve in quanto tale.

Mentre le prime due parti del saggio di Vicedomini sono dunque estremamente teoriche, nei due segmenti successivi, per citare l’autore, troviamo lo specchio di quanto si legge tramite l’utilizzo di esempi pratici. Le numerose citazioni di Calvino, Hemingway, Henry James e Cortazar servono da contenitore alle tesi tecniche dell’autore. Ognuno di questi scrittori ha una propria opinione e proiezione della forma breve. Ognuno di loro si presta in un modo o nell’altro a rendere pratica l’idea di racconto.

David Foster Wallace è, infine, il prescelto per un confronto tra la pratica immaginatoria del lettore e l’intento dell’autore nel rendere un racconto tale. Egli infatti stravolge le regole consentendo un’analisi al contrario del processo. Una simulazione di analisi di testo che ripercorre la teoria descritta nella prima metà del saggio nei suoi numerosi procedimenti letterari sulle parole del racconto di Wallace, “Piccoli animali senza espressione”. Non a caso, nel testo scelto Wallace vuole compiere un’operazione di analisi di quanto fosse cambiato il modo di narrare nella letteratura americana dalla comparsa della televisione.

Vicedomini si rivolge ad un pubblico colto, curioso (necessario per seguire il filo del saggio è aver letto almeno un racconto per ogni autore citato), definendo uno strumento che si inserisce sicuramente nella base teorica di ogni buon critico.

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