L’uso della parola terrone e il suo parallelismo con il termine americano nigga, le contraddizioni dell’uso di un tale slang

In principio era “negro” la parola che non doveva e non poteva essere nominata.
Tanti intellettuali e non si sono col tempo espressi, giustamente, contro l’utilizzo di tale espressione, associata al gergo degli schiavisti nel triste periodo storico della tratta degli schiavi. Meglio utilizzare l’espressione “afroamericano”, per riferirsi alle persone di colore che popolano oggi gli USA. In realtà, in origine la parola “negro” non aveva un particolare significato dispregiativo, essendo utilizzata quale identificativo di una specifica etnia. Col tempo tale significato è mutato in un’accezione che, nella nostra lingua italiana, potremmo assimilare a quella che ha la parola “terrone”, riferita gli abitanti del Sud Italia. E tra le due parole sussiste un interessante parallelismo, sia per quanto concerne il loro utilizzo, sia per la loro evoluzione. L’aggettivo “negro”, trasformato attraverso lo slang in “nigga”, è abbondantemente utilizzato da una particolare sottocultura americana come termine identificativo e di appartenenza tra persone di colore.

 

Una funzione che sta via via assumendo anche la parola terrone.

Se si guarda alla letteratura o alla filmografia di qualche anno addietro è evidente come tale termine venisse percepito come un’offesa dagli abitanti del Sud Italia, soprattutto se impiegato da compatrioti nordici. Oggi si assiste, invece, da parte di quegli stessi meridionali che un tempo si sarebbero offesi al sentirsi appellare in tale maniera, all’emergere di un “orgoglio terrone”, del tutto assimilabile al senso di appartenenza generato dall’utilizzo dell’espressione “nigga”. Tale cambiamento viene giustificato, il più delle volte, con la volontà di sdoganare il termine, di fargli perdere la sua negatività, di ironizzare su di un insulto.

Niente di più falso.

Un insulto è un insulto e non può essere trattato diversamente. Anzi. Agli occhi di chi prima ci insultava chiamandoci “terroni”, probabilmente risultiamo essere anche ridicoli, quasi come dei bambini che non sapendo che replicare ai compagni dai cui vengono chiamati “scemi” rispondono dicendo “si lo sono”. Inoltre, pochi considerano le ben peggiori conseguenze che potrebbero verificarsi nel momento in cui un insulto venga usato assiduamente per identificare un popolo. Dimentichiamo, infatti, che le parole danno sostanza alla forma e che il più delle volte dire una cosa è il primo passo per realizzarla. E negli USA chiamarsi “nigga” è probabilmente stato, per i giovani ragazzi di colore, uno dei primi passi per diventare “nigga” davvero, ghettizzandosi e non riuscendo più ad esprimersi al di fuori del personaggio macchiettistico da loro stessi creato. Programmi TV per “nigga”, riviste per “nigga”, moda per “nigga”. L’ennesimo modo per essere relegati e sfruttati da chi saprà fare di quella parola e del modo di essere ad essa collegata un prodotto da vendere. Stessa sorte può toccare a chi ha cominciato ad autodefinirsi terrone, provando anche piacere nel farlo.

Se non stiamo attenti saremo presto relegati al ruolo esclusivo di “folkloristici” abitanti del Sud Italia, rumorosi, chiassosi, dalle bizzarre tradizioni e felici di esserlo: il terrone fuori sede, la nonna del terrone, il terrone che mangia, e così vi all’infinito.

Noi del Sud siamo molto più di ciò. Non dimentichiamolo.

Giovane dall'età indefinita, da oltre 10 anni nel mondo della comunicazione. Una Laurea, un Master, giornalista, scrittore, esperto di eno-gastronomia e della Campania, allenatore di Karate. E' il creatore e direttore del Museo dei Castelli di Casalbore (AV), attività che gli ha valso il soprannome di "Signore dei Castelli". Vincitore di vari premi nel mondo della pubblicità e della cultura. Testa proiettata nel futuro e piedi saldamente ancorati alla propria terra, il suo motto è "Si può fare!".

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