All’asilo Filangieri, dal 23 al 25 febbraio un evento per conoscere suoni, sapori e tradizioni palestinesi.

Nel cuore del centro storico, a pochi passi da San Gregorio Armeno, esiste un luogo che negli anni, attraverso un processo di autodeterminazione, è diventato un centro attivo di sperimentazione artistica e culturale, donando nuova linfa vitale ad uno spazio abbandonato. Dal 2012 l’asilo Filangieri promuove una visione della cultura fondata sulla cooperazione, l’interdisciplinarietà, la condivisione dei saperi e la celebrazione delle più varie espressioni artistiche, dalla musica alla danza, dalla poesia al cinema all’arte culinaria, nella convinzione che la diversità umana e culturale sia un’inestinguibile fonte di ricchezza da preservare contro ogni possibile germe di razzismo.

Ed è in questo luogo, così ricco di fermento culturale, intriso della vitalistica gioia di condivisione della comunità eterogenea che lo anima, che si svolgerà, dal 23 al 25 febbraio un Festival dedicato alla Palestina, in collaborazione con la Comunità Palestinese della Campania. L’evento rientra nell’ambito di un più vasto progetto, “Festibàl, Napoli balla al centro, a Sud”, che prevede una  serie di incontri mensili  per celebrare le comunità del Basso Mediterraneo attraverso seminari di balli e musiche, per tessere nuovi legami fra le persone e le culture e rinsaldare quelli antichi di un passato comune.

Sulla scia della musica, capace di unire metaforicamente territori e comunità distanti, il Festival sposta il suo centro dal Mediterraneo al Medio Oriente, seguendo il fil rouge rappresentato dalla lingua e dalla cultura araba, che dall’Africa Settentrionale, a noi vicinissima, giunge fino al Vicino Oriente. Questo fine settimana all’asilo Filangieri sarà possibile immergersi in una cultura affascinante e antichissima, quella palestinese, che rappresenta un estremo baluardo di difesa della propria identità per un popolo costretto a vivere un’occupazione violenta e discriminatoria.

Il programma del festival palestinese, consultabile per intero sulla pagina facebook e sul sito dell’Asilo Filangieri, comprende incontri con musicisti, poeti, artisti e docenti di lingua araba, insomma un mix di suoni, sapori, melodie, parole, che consentirà ai partecipanti di trasportarsi, per qualche ora, in un mondo diverso.

Venerdì 23 dicembre, ad aprire le danze (letteralmente) ci sarà Mohammed Butto, con un corso di dabka, che con il suo ritmo travolgente scandirà l’inizio della serata, dalle 18.00.

La dabka, diffusa oltre che in Palestina, anche in Libano, Siria e Iraq, è un’antica danza popolare che rappresenta l’amore per la propria terra e il bisogno di condivisione delle persone. Il termine deriva dal verbo yadbuk, che significa battere i piedi per terra: infatti i ballerini (dabeek) danzano disposti in cerchio, con la mano destra nella mano del danzatore precedente e la sinistra sulla schiena, battendo i piedi con marce e ritmi che cambiano a seconda della musica e del tipo di dabka. Ne esistono, infatti, diverse versioni, ciascuna diffusa maggiormente in un Pese o area. Al ballerino più esperto, il laweeh, viene solitamente affidato il ruolo di capofila, colui che sceglie il ritmo e la direzione. Tra i palestinesi sono diffusi soprattutto due tipi di dabka: Al-Shamaliyya (الشمالية), caratterizzata da un ritmo più moderato, Al-Sha’rawiyya (الشعراوية), contraddistinta invece da ritmi molto forti. Non esistono regole precise in questo tipo di danza e un ruolo importante è giocato dall’improvvisazione. Gli strumenti solitamente usati sono il darbuka, un tamburo a forma  di calice, e il daff, un tamburo a cornice che in origine veniva suonato durante i riti mistici sufi.

Dopo quest’introduzione alla cultura araba a ritmo di dabka, dalle 20.00 alle 21.30 si terrà un incontro su costumi, lingua e cucina a cura di Souzan Fatayer, docente madrelingua di arabo presso l’università L’Orientale.

La serata di venerdì prevede, infine, dalle 21.30, uno spazio dedicato alla musica e alla poesia, diwan al-shier. Il  termine diwan, che deriva da un verbo che significa raccogliere, indica la raccolta dei versi di uno stesso poeta.

Sabato 24 febbraio, dopo la dabka, alle 20.00 sarà possibile gustare i sapori autentici della Palestina grazie alla cena preparata dalla comunità palestinese. Tra i piatti tipici ci saranno:  mutabal (salsa composta da polpa di melanzane e spezie), falafel (polpette di legumi), makluba (piatto a base di riso, agnello e verdure) e hummus (salsa a base di ceci).

A seguire, inizierà un concerto del gruppo di Hassan Dukhan, che porterà gli strumenti tipici palestinesi, quali l’oud, il mizmar, l’arghul e la tastiera araba.

L’oud, noto anche come liuto arabo, è considerato il sultano degli strumenti e si pensa derivi da un antico strumento persiano, il barbat, un liuto a 4 corde ricoperto di pelle che successivamente venne sostituito da una cassa armonica in legno. Il nome oud infatti, letteralmente significa legno. Secondo un’altra ipotesi deriverebbe, invece, da uno strumento persiano rababa che significa strumento dal suono triste. Il mizmar, che  è uno strumento a fiato a singola o doppia ancia, influenzato dalla zurna turca, che ha un suono più acuto.

Domenica 25, terza serata del festival, alle ore 21.00 sarà proiettato il film “Il tempo che ci rimane” di Elia Suleyman, presentato al festival di Cannes nel 2009. Il film, ispirato ai racconti del padre del regista, narra, attraverso episodi della vita quotidiana, i momenti più importanti  della storia dei palestinesi a partire dal 1948, anno in cui fu proclamato lo stato d’Israele.

 

 

Nata nel ’97 a Bologna, mi sono trasferita da bambina in un paesino dei Monti Lattari. Grazie alle persone che ho incontrato, ho iniziato ad amare questa terra meravigliosa, troppo spesso vista attraverso la lente del pregiudizio. Sono appassionata di letteratura, fotografia e arte, in tutte le sue manifestazioni. La lettura del libro “In viaggio con Erodoto”, di Ryzdard Kapuscinsky, mi ha insegnato il valore e la bellezza della diversità. Studio arabo e inglese presso la facoltà di mediazione linguistica e culturale.

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