Il Cachi Vaniglia, anche detto Loto, dal Giappone alle tavole dei napoletani. Un frutto buonissimo dal sapore dolce.

In Campania il Loto, frutto di antichissima coltivazione, si chiama Cachi, Cachisso o Cachino, regionalizzazione del nome Kaki, forma breve del nome Kaki No Ki con cui in Giappone viene indicato questo delizioso frutto. I toscani, sempre fedeli all’italiano colto, lo chiamano Diospero, cioè Pane degli Dei, a sottolineare l’importanza del loto nell’alimentazione.

Conosciuto fin dall’antichità (nel IX libro dell’Odissea si narra dell’incontro di Ulisse con il popolo dei Lotofagi e in epoca romana Columella lo cita fra gli alberi da frutto), l’albero del Loto era molto apprezzato per almeno sette virtù: la lunga vita, la grande ombra, l’assenza di nidi fra i rami, l’inattaccabilità dai tarli, l’utilizzo come legna da fuoco, la ricchezza di sostanze ottime come concimanti, la possibilità di giocare con le sue foglie indurite dal ghiaccio.

Originario della Cina meridionale e coltivato in Giappone, in Europa se ne persero le tracce fino al 1700, quando ne fu ripresa la coltivazione come pianta ornamentale. È infatti molto resistente ai parassiti e difficilmente soffre per qualche attacco di muffa grigia. Bisogna attendere il 1860 per apprezzarlo come albero da frutto, prima in Francia e poi in Italia, dove dal Giappone ne furono importate varietà pregiate.

In Campania, i primi impianti specializzati per la coltivazione dei cachi sorsero nel salernitano nel 1916. La produzione si attesta attualmente  su circa 350.000 quintali, prevalentemente nell’agro Acerrano-Nolano e Nocerino-Sarnese, nell’area Vesuviana (varietà senza semi, destinata la commercio),  mentre in molti orti e giardini privati c’è almeno un albero di loto  della varietà con i semi, che non necessita di particolari cure. Pianta di medio vigore, resistente alle basse temperature, produce frutti dal colore giallo e arancio intenso, che quando sono ben maturi hanno un sapore dolcissimo ed una consistenza quasi cremosa. Acerbi, invece, “allappano” grazie all’alto contenuto di tannini. È questo il motivo per cui i cachi non possono essere consumati appena raccolti, ma devono essere “ammezziti”, cioè lasciati maturare fino a perdere i tannini e sviluppare gli zuccheri che ne rendono la polpa dolcissima. I cachi caratteristici della Campania sono i cosiddetti cachi vaniglia o “vainiglia”, di colore rosso aranciato e polpa cremosa, la cui coltivazione resiste nei frutteti di vecchio impianto e nella frutticoltura di tipo tradizionale,  mentre nei nuovi impianti si coltivano soprattutto i cachi mela, giallo arancio, più consistenti e meno dolci.

Maturano in autunno, fino a novembre, ma si conservano bene per tutto l’inverno. Saperli scegliere non è semplice: bisogna che la buccia sia sottile, quasi trasparente, intatta, con la polpa tenera ma soda. Se li si acquista ancora un po’ acerbi, si può favorirne la maturazione disponendoli in cassette intervallati con delle mele, in un luogo caldo, asciutto e buio. Le mele liberano acetilene ed etilene, che arricchiscono i cachi di zuccheri rendendoli dolci. I napoletani li consumano rovesciandoli nel piatto, tagliandoli in quattro spicchi e prelevandone la polpa con un cucchiaio. Molto energetici, aiutano anche negli stati di affaticamento ma… attenzione alla linea! Sono infatti molto calorici, e la loro consistenza inganna, specie se consumati come deliziosa crema da dessert: basta frullare la polpa di due cachi con 50 grammi di zucchero e il succo di mezzo limone per ottenere una squisita salsa dolce. Il consiglio, dunque, è di mangiarne senza esagerare, per sfruttarne tutti i benefici.

Una curiosità: quando ero bambina, mi divertivo a cercare nel seme del caco le “posatine”. Aprendo delicatamente il nocciolo, infatti, ci si accorge che le fibre vegetali disegnano la forma di cucchiaio, forchetta e coltello: nel secolo scorso, fino agli anni ’70, quando ancora più famiglie vivevano insieme nella stessa “corte”, i bambini ingaggiavano gare per stabilire chi fosse più bravo ad aprire i noccioli senza rompere le posatine.

 

Maddalena Venuso, nasce a Napoli e, sebbene viva a Marigliano, l'impronta della città natale le resta appiccicata come un francobollo. Poliedrica, fantasiosa, ricca di sfumature. Liceo Classico, Lettere Antiche, esperienza come Archeologa a Napoli e Pompei fino al 1994. Docente presso il MIUR dal 1994, insegna Italiano e Latino al Liceo Scientifico. Traduce la passione per l'archeologia in passione per il territorio, raccontando il gusto e le bellezze delle Terre di Campania e d'Italia. Giornalista indipendente, ha collaborato, fra gli altri, con ItaliaPiù, Italia a Tavola, l'Espresso Napoletano, Oliovinopeperoncino. Mantiene sempre viva la curiosità per il nuovo, accogliendo con piacere ogni opportunità che ritenga valga la pena sperimentare.

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