Tra Napoli e Salerno, viene coltivato un prodotto antico, le fave, al quale erano legati numerosi miti e credenze.

Le fave, vale a dire dei semi di una pianta dal fusto eretto, la Vicia Faba, che cresce in tutto il bacino del mediterraneo e che in molte antiche culture erano considerate il cibo dei morti o qualcosa di impuro. Nell’antica Grecia venivano, per esempio, cotte ed offerte a Bacco e Mercurio per le anime dei morti.

Una credenza, quella che le legava all’aldilà, rafforzata soprattutto dal colore del loro fiore che, stranamente, è in parte nero. Il filosofo e matematico Pitagora addirittura proibì ai suoi discepoli di farne uso, perché era convinto che mangiando le fave, avrebbero fagocitato le anime dei morti (molti pensano che in realtà Pitagora fosse semplicemente allergico ai semi). In tempi ben più recenti ricordiamo un’altra credenza piuttosto diffusa nelle campagne del centro Italia, che vuole che chi apre un baccello e vi trovi dentro sette fratelli avrà un lungo periodo di felicità.

Al di là delle varie credenze popolari, le fave, legumi appartenenti alla famiglia delle Papilionacee, sono da sempre molto utilizzate per l’alimentazione umana (ma anche per quella degli animali), specialmente in Italia, nelle regioni meridionali, essendo state nel passato un alimento base della dieta contadina. Le fave contengono, infatti, proteine, fosforo, potassio, calcio, vitamine A e C. Sono ricche di fibre, indispensabili nella regolazione delle funzioni intestinali, e contribuiscono nel controllo dei livelli di glucosio e colesterolo nel sangue. Come altri legumi, nel corso dei secoli, hanno perso il ruolo centrale che rivestivano ai tempi della civiltà contadina per essere sostituite da altri alimenti proteici. In commercio le fave sono reperibili sia fresche sia secche; quelle fresche possono essere consumate al naturale, come contorno o come accompagnamento di affettati o formaggi.

Le fave secche, private della pelle, possono essere bollite e fatte diventare un purè e utilizzate come accompagnamento di verdure amarognole; le fave secche con il guscio possono essere cotte solamente dopo un ammollo preventivo di alcune ore come si fa, per esempio, con i ceci o con i fagioli. Alcuni soggetti predisposti non possono, tuttavia, mangiarle, a causa di una patologia ereditaria chiamata “favismo“, per la quale non posseggono un enzima necessario a neutralizzare gli effetti nocivi di alcune sostanze tossiche presenti nelle fave,e possono andare incontro a gravi crisi emolitiche.

Che il grande Pitagora fosse affetto da simile patologia?

 

Sergio Mario Ottaiano, classe ’93, Dottore in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia Federico II di Napoli. Musicista, giornalista, scrittore, Social Media Manager, Digital PR e Copywriter. Presidente del giornale Terre di Campania. Collabora per Music Coast To Coast, Fumettologica, BeQuietNight e MusicRaiser. Ha pubblicato svariati racconti e poesie in diverse antologie; pubblica con Genesi Editrice il romanzo dal titolo “Un’Ucronìa” Il 1/4/2014; pubblica con Rudis Edizione il saggio dal titolo “Che lingua parla il comics?” il 23/1/17.

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