Una festa a palazzo Corigliano per inaugurare il 2973.

Una porta si schiude piano, poi si spalanca con fragore gioioso, con giubilo di musiche e canti, aprendo il passaggio verso un nuovo ciclo vitale: la porta dell’anno, in berbero tabburt usәggas, è il primo giorno dell’anno, che corrisponde al 13 gennaio del calendario gregoriano. Per celebrare Yennayer, il Capodanno berbero, a palazzo Corigliano, une delle sedi de L’Orientale, venerdì 13 gennaio dalle 16.30, si terrà una festa, organizzata dal Centro Studi Berberi, diretto dalla professoressa Anna Maria Di Tolla. La festa rappresenta non solo un’occasione per accogliere il nuovo anno insieme alla comunità napoletana di Imazighen (più noti come Berberi), ma sarà anche un’opportunità per conoscere piatti tipici, musiche e tradizioni della cultura berbera. Attraverso canti, suoni, sapori, racconti, sarà possibile affacciarsi per qualche istante su un mondo vicinissimo eppure ancora poco conosciuto in Italia. Nella locandina dell’evento possiamo osservare il nome Yennayer scritto in tifinagh, un alfabeto dalle  origini antichissime, che risalgono, secondo alcuni studiosi al VII sec. a.C.

 

  La scelta del 13 gennaio come primo giorno dell’anno è dovuta al fatto che nei Paesi del Nord Africa, è di utilizzo comune il calendario giuliano, istituito nel 46 a.C. da Giulio Cesare, sulla base dei consigli dell’astronomo egizio Sosigene d’Alessandria. Questo calendario agrario, scandito dai ritmi delle stagioni e delle attività agricole, prende avvio con il mese chiamato Yennayer, sulla cui etimologia ci sono diverse ipotesi: secondo alcuni deriverebbe da Ianuarius, quindi da Ianus, Giano, divinità bifronte romana che presiedeva i passaggi e gli inizi. Quest’etimologia sembra plausibile, se consideriamo che gli antichi Romani estesero il loro dominio al Nord Africa, a partire dal II sec. a.C. Un’altra ipotesi fa derivare Yennayer dal berbero Yen ayur, che significa, appunto primo mese. Il primo giorno di Yennayer, noto anche come testa dell’anno, ixf usggas, aprirà le porte del 2973, poiché per i Berberi la Storia ha inizio nel 950 a.C., con l’ascesa al trono di Sheshonq I, che divenne faraone d’Egitto, dopo aver sconfitto Ramses III, dando avvio così alla XXII dinastia, la prima di origini libiche, quindi berbera. Milioni di persone, non solo nei Paesi nordafricani, ma anche nella diaspora, celebrano questo importante momento di passaggio, con canti e usanze tradizionali che esprimono la forza unica, quasi portentosa, di un popolo che ha saputo resistere a innumerevoli invasioni, dominazioni, violenze e tentativi di assimilazione, riuscendo a preservare la propria lingua, la propria cultura e le proprie usanze e tradizioni dalle origini millenarie. Secondo Gabriel Camps, fondatore dell’Encyclopédie Berbère, è proprio questa la caratteristica essenziale dei popoli che noi definiamo Berberi e che invece chiamano sé stessi Imazighen, persone libere: la capacità di essere malleabili alle culture straniere, preservando con tenacia e orgoglio la propria identità culturale, in una parola, la loro capacità di restare sé stessi.

Chi sono, dunque, gli Imazighen (gh = r alla francese), che si apprestano a varcare la soglia del 2973?

Come dimostra la festa di Yennayer, una delle ricorrenze più antiche a livello mondiale, gli Imazighen sono un popolo dalle origini antichissime: se ne trovano le prime menzioni già nei papiri egizi, in cui vengono indicati con il nome di Libi. Nel corso della storia la loro identità non è stata riconosciuta e diversi invasori giunti in Nord Africa hanno cercato di assimilarli, ma invano, perché da ogni nuova conquista, prima da parte dei Romani, poi degli Arabi musulmani, poi delle potenze coloniali europee, hanno saputo trarre nuova linfa per alimentare l’amore e la fierezza per la loro cultura, che nel tempo ha saputo integrare elementi diversi, influenze molteplici, dando vita a espressioni artistiche, religiose e linguistiche, connotate da straordinaria fluidità e sincretismo. Il primo atto di questi tentativi di soggiogamento è sempre stato un atto di denominazione, dato che, come insegna Bourdieu, ogni atto di denominazione è anche un atto di potere: nel corso dei secoli, infatti, sono stati definiti in maniera diversa: Libici, Numidi, Berberi… A partire dagli anni ’60 del secolo scorso, è nato un movimento di rivendicazione culturale per la difesa dei diritti di quella che oggi è considerata una minoranza nel panorama nordafricano, ma un tempo era la popolazione autoctona, prima dell’arabizzazione. Il territorio abitato dagli Imazighen abbraccia diversi Stati nazionali, travalicando i confini istituzionali, con la forza di una lingua e una cultura uniche: questa vastissima regione, che gli attivisti del movimento culturale per la difesa dell’identità del Berberi definiscono Tamazgha, si estende dalle coste Atlantiche del Marocco (comprese le isole Canarie) fino all’oasi di Siwa, in Egitto, passando per Algeria, Tunisia, Libia e dal Mediterraneo fino al Sahara, fino alle regioni settentrionali di Niger e Mali dove vivono i Tuareg.

In ognuna di queste aree si parla una stessa lingua ma con diverse varietà: l’Università L’Orientale è l’unica in tutta la penisola a offrire la possibilità di studiare la variante nefusi, parlata nella regione del Gebel Nefusa in Tripolitania (Libia), oltre al laboratorio di Tachelhit, variante del sud-est marocchino. Nonostante la vasta estensione del loro territorio e le specificità locali, alcuni elementi culturali e pratiche sociali, accomunano questo popolo. Una traccia di questo senso di unità culturale si può ritrovare nei racconti orali, che spesso narrano storie affini a quelle del patrimonio narrativo mediterraneo. Non è un caso, ad esempio, che in tutto il Nord Africa si ritrovino dei racconti che ricordano per molti aspetti la favola di Amore e Psiche, contenuta nel libro delle Metamorfosi di Apuleio. Lo scrittore, infatti, sebbene scrivesse in latino, era di origini berbere, così come molti altri personaggi storici nordafricani (spesso ricordati semplicemente come latini, per via della lingua che adottavano), gli avi degli attuali Imazighen: tra questi ricordiamo l’imperatore Settimio Severo (146-211), Agostino (354-430), dottore della chiesa, San Zeno, e altri.

L’unicità della cultura amazigh si esprime anche nei festeggiamenti di Yennayer, che coinvolgono milioni e milioni di persone, anche nei Paesi europei in cui sono presenti numerose comunità amazigh, come in Spagna, Italia e, soprattutto, in Francia, dove diverse associazioni culturali organizzano concerti ed eventi che talvolta arrivano a guadagnare palcoscenici importanti, come in occasione del concerto presso l’Hotel de ville, a Parigi, a cui ha partecipato più volte il cantautore cabilo Idir. In Algeria, dal 2018, Yennayer è riconosciuto come giorno di festa nazionale e per diversi giorni, dal 12 al 14 gennaio, si organizzano festival culturali, concerti, mostre artistiche, spettacoli teatrali in lingua tamazight, proiezioni di film, recitals di racconti tradizionali,  mercati di artigianato (particolarmente famosi sono i tappeti, le ceramiche e l’arte dell’oreficeria amazigh). In Marocco, il dibattito attuale degli attivisti amazigh chiede il riconoscimento di festa nazionale.

 

La festa di Yennayer a L’Orientale nel 2019.

Quali sono le usanze tipiche in occasione di Yennayer? E qual è il ruolo che rivestono queste pratiche culturali, tramandate di generazione in generazione, giunte fino a noi per insegnarci l’importanza delle radici e al tempo stesso della flessibilità poliedrica e camaleontica di usanze che, seppur tradizionali, non sono rimaste statiche né identiche a sé stesse, accogliendo i mutamenti socio-cultuali e storici? Si tratta di pratiche altamente simboliche in cui tutto ha un significato allegorico, dal cibo, agli abiti, alle maschere che talvolta vengono indossate in occasione di parate nelle strade dei villaggi o in rappresentazioni nei festival culturali. I rituali di Yennayer rispondono a quattro preoccupazioni fondamentali: allontanare la fame, presagire i caratteri dell’anno che verrà, consacrare il passaggio tra una stagione e l’altra e accogliere sulla Terra le forza invisibili, rappresentate da personaggi mascherati. La vigilia di Yennayer, il 12 gennaio, è percepita come un giorno di tristezza e dolore prima della gioia della festa, pertanto si consumano pasti modesti, ad esempio ci si priva del couscous e lo si sostituisce con delle polpettine di farina cotte in un brodo leggero, oppure, altrove, si beve soltanto del latte. Il giorno dopo, invece, la tradizione vuole che si celebri con un pasto ricco e abbondante, condiviso con la famiglia, che rappresenta un auspicio di prosperità per tutto l’anno a venire.

 

Couscous

Alcuni piatti tipici per questo giorno speciale sono: orikmen, una zuppa con grano, orzo, fave e lenticchie, tagola , a base di gherigli di mais, olio di argan, miele e burro, il piatto dei sette legumi, la harira, una zuppa a base di lenticchie, pomodori e ceci.

nfine, immancabile è il couscous, preparato durante la notte tra il 12 e il 13, ricco di legumi e, talvolta, carne di pollo. All’interno di questo couscous viene inserito un nocciolo di dattero (ighs) o un pezzetto di mandorla: si ritiene che la persona che lo trova sia “benedetta” e che godrà per tutto l’anno di buona sorte. Così come esistono dei cibi propiziatori, considerati di buon auspicio, ci sono anche alcuni cibi che vanno evitati durante la giornata di ixf aseggas (la testa dell’anno, cioè capodanno): è preferibile non mangiare cibi acidi né piccanti, poiché si stima che siano di cattivo auspicio.

Ma le tradizioni culinarie non sono le uniche che caratterizzano tabburt usәggas, la porta dell’anno: anche la musica e le danze giocano un ruolo essenziale: ogni momento importante nella vita delle comunità amazigh, come i matrimoni e le feste comunitarie è accompagnato da canti e balli molto ritmati che esprimono la gioia della condivisione e accompagnano i momenti di passaggio.

In alcune regioni, come in quella di Tlemcem, nell’Algeria nord-occidentale, si organizzano delle parate con personaggi in maschera, che girano tra le strade della città o dei villaggi, fermandosi di casa in casa per ricevere offerte (in genere costituite da uova, cereali, fichi, legumi..). In quest’occasione un uomo viene ricoperto dalla testa ai piedi di pelli di montone ed è chiamato Bou -jloud, l’uomo delle pelli.

 

Un altro personaggio è il vecchio o, più spesso, la “Vecchia di Yennayer”. Quest’ultima è usata dai genitori come minaccia per i bambini che non vogliono mangiare abbastanza: si dice che la Vecchia di Yennayer arriverà e aprirà le loro pance riempendole di paglia. Pertanto, bisogna sempre lasciare una parte del pasto per questo personaggio. Inoltre, quest’anziana donna, compare in molte leggende che spiegano perché a febbraio manchino dei giorni: ad esempio, alcuni racconti narrano che una donna, credendo che l’inverno fosse finito, uscì nei campi e si prese gioco di lui: per punirla, Yennayer scatenò una terribile tempesta che la trascinò via e portò via due giorni a febbraio. Talvolta, queste parate in maschera, prevedono dei momenti di vera e propria improvvisazione teatrale. I cortei sono composti, non solo dai personaggi in maschera, ma anche da musicisti, danzatori, da una persona che ha la funzione di raccogliere le offerte ad ogni sosta presso una famiglia. Ad ogni porta, infatti, ci si ferma per raccogliere doni alimentari e il vecchio che guida il corteo, pronuncia delle benedizioni, che augurano prosperità, armonia, solidarietà e coesione familiare.

Ed è con questi auguri che siete tutti invitati a festeggiare Yennayer, venerdì pomeriggio, dalle 16,30, presso palazzo Corigliano (aula T6), in piazza San Domenico Maggiore. Non perdete l’occasione di trovare un seme di dattero portafortuna nel couscous o di ascoltare la travolgente musica amazigh!
Curiosità: la bandiera amazigh è stata proposta dall’Académie Berbère nel 1970. Ogni colore che la compone simboleggia un elemento diverso del vasto e variegato territorio abitato dagli Imazighen: l’azzurro rappresenta il Mediterraneo e l’Atlantico, il verde le fasce coltivabili e il giallo la sabbia del Sahara. Il simbolo al centro, che è una lettera dell’alfabeto tifinagh, rappresenta l’uomo.

 

 

 

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