L’istruzione è un diritto di tutti, non solo di chi paga il contributo volontario

Cos’è il contributo volontario? Un supporto monetario dalle famiglie degli studenti verso la scuola. È stato introdotto nel 2007 con la DL 40/2007 dal ministro Fiorini. Inizialmente mai obbligatorio, con il tempo, da nord a sud, il contributo è diventato una tassa imposta dalla scuola. La questione del contributo volontario risulta un problema nazionale ed è più seria di quanto possa sembrare, e nasconde delle pericolose falle del sistema, scolastico e non. Importante è chiarire quali sono le tasse obbligatorie che la famiglia deve necessariamente rispettare per la frequentazione del proprio figlio. Le tasse obbligatorie sono quelle di frequenza, dall’ importo di 15,13 euro, e quella di iscrizione, di 6 euro. Inoltre sono previste le tasse di diploma e d’esame per i maturandi dell’ultimo anno. Il contributo volontario non è, quindi, un versamento necessario per l’istruzione dello studente. Ma allora per quale motivo gli ormai presidi-padroni impongono a tutti gli effetti questo contributo? Per quanto il ministro Giannini abbia assicurato la nuova entrata di 50 milioni dal MIUR, la situazione della scuola pubblica italiana è drammatica.

Si sta assistendo a un progressivo desiderio di privatizzazione di un’istituzione pubblica e una volta garante per gli studenti di qualsiasi ceto sociale. Con la privatizzazione implicita e il salasso del contributo scolastico, anche con la diminuzione del suo importo, moltissime famiglie non riescono a sostenere la retta scolastica. Dal liceo scientifico Siani di Napoli è confermata la voce riguardante i bassi finanziamenti privati, e il ricorso alla richiesta del contributo monetario da parte delle famiglie, che in ogni caso non basta al funzionamento corretto di una scuola. Quando alla non riuscita del versamento del contributo scolastico come risultato vi è una totale scorrettezza nei confronti degli alunni, palese è la problematica in cui ci si ritrova. Ne è un esempio una scuola di Frattamaggiore, in provincia di Napoli, dove ad alcuni ragazzi i cui genitori non avevano pagato il contributo spettava il sette in condotta, o addirittura una media più bassa rispetto a quella effettiva. Un altro caso lampante è l’esclusione che un istituto alberghiero di Napoli attua nei confronti di chi non ha pagato il contributo.

Non versi i soldi per la tua scuola? Allora non la frequenti. La preside dell’istituto si è difesa con la generica motivazione che ogni preside sta utilizzando a spada tratta: il ministero non ci dà fondi, la situazione è critica e abbiamo bisogno del sostegno delle famiglie. Siamo arrivati ad un punto di (anche se si spera nel contrario) non ritorno, che promette un futuro colmo di ricatti psicologici verso le famiglie, impauriti dalla probabilità di ritorsione nei confronti dei propri figli in mancanza del versamento monetario del contributo. Nonostante sia sempre denunciata la vessazione della tassa falsamente facoltativa, la scuola pubblica ha ormai le mani legate, e le famiglie devono tutelare l’istruzione, in vista della privatizzazione progressiva della scuola pubblica. Un suggerimento che si potrebbe dare è quello di non lasciarsi ingannare dall’imposizione delle tasse, e di non sottovalutare mai l’importanza della scuola, contribuendo al suo sostentamento, ma sempre con un certo criterio.

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