La storia del Vesuvio: un monito per tutti noi

Così Matilde Serao raccontava l’eruzione del Vesuvio del 1906:

Romba, romba il Vesuvio, proprio su noi, proprio su tutti noi: alto è l’incendio del cratere, oramai, nella sera che discende; si erge, spaventosa, innanzi a noi, la duplice massa bruna e mostruosa delle due lave immote: ardono, esse, profondamente, le lave; e, intanto, una pazzia è nelle persone, popolani, contadini, signori, indigeni, napoletani, stranieri, come una tragica gazzarra è intorno a quel paesaggio di tragedia, fra il pericolo appena scongiurato di questa notte, e il pericolo imminente di domani!” (Citazione tratta dal “Il giorno”, 1906; poi in “Sterminator Vesevo. Diario dell’eruzione aprile 1906”, 1910)

Sbagliare è umano, specie se ad averlo fatto fu l’uomo dell’antichità ignaro o non del tutto consapevole dei pericoli insiti nella costruzione residenziale nei pressi di un pericoloso vulcano. Ripeto sbagliare è umano, lecito se ad averlo fatto fu l’uomo dell’antichità che viste le sue città distrutte dall’ira divina manifestatasi tramite le fiamme e la lava del Vesuvio, le ricostruì, ormai purificato e pronto alla rinascita. Ma se a sbagliare è l’uomo moderno, allora le giustificazioni perdono di significato. Sbagliando s’impara, così dicono, ma osservando la millenaria opera dell’uomo nell’area vesuviana (architettura, urbanistica agricoltura, botanica, archeologia … abusivismo edilizio etc.) non si direbbe.

Il Vesuvio è un grande vulcano, imponente, ricco di fascino, non posso negarlo,  Napoli e la sua bellezza non possono prescindere da tale ‘monumento’ a cielo aperto. Si pensi agli aspetti florofaunistici, al Parco Nazionale e i suoi ‘abitanti, la lepre, il coniglio selvatico, il ghiro, il topo quercino, la volpe, la faina e la donnola, ai voli del passero solitario, del colombaccio, dello sparviere, del pellegrino, della tortora, del barbagianni, del corvo imperiale, si pensi allo spettacolo offerto dalla odierna fioritura della valeriana rossa e della ginestra, ai segni lasciati dalla storia, agli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano, all’Osservatorio Meteorologico Vesuviano fortemente voluto da Macedonio Melloni, alle ville, alle feste di Somma Vesuviana, Ottaviano, Sant’Anastasia, Torre del Greco, Torre Annunziata ed Ercolano (Festa dei Fuijenti alla Madonna dell’Arco, Festa di Sant’Antonio, Processione del Cristo morto, Sabato dei fuochi, Festa delle Lucerne, Festa della Croce, Precessione della Madonna del Carmine, Festa dei Quattro Altari, Festa della Lava), ai vini come la sommese catalanesca, il greco di Somma, il greco di Torre o il noto Lacryma Christi.

Ma il Vesuvio è anche l’unico vulcano attivo di tutta l’Europa continentale, il più abitato, difatti si contano una ventina di comuni per un totale di circa 700.000 residenti in 225 km2: questo forse qualcuno lo ha dimenticato.

 La ricorrente perdita della memoria storica dei fenomeni vulcanici e la particolare congiuntura economica dell’ultimo dopoguerra hanno favorito l’aspetto speculativo-residenziale rispetto agli altri: luogo di delizia, rapporto col vulcano, luogo di produzione agricolo-artigianale, qualità infrastrutturali. A differenza dei fenomeni di urbanizzazione avvenuti nei secoli precedenti, quest’ultimo è stato massiccio ed improvviso, senza possibilità di mediazione con le preesistenze ambientali ed umane.

Il mio non è allarmismo, ma un monito. Soltanto uno stolto non comprenderebbe la realtà dei fatti: un tardivo piano di evacuazione stilato dagli addetti ai lavori della Protezione Civile ha unicamente il pregio di far riflettere sull’immane e prevedibile pericolo che una pur minima attività del Vesuvio susciterebbe in una popolazione nient’affatto preparata all’evenienza né dal punto di vista informativo né da quello comportamentale. L’assoluta mancanza di una politica del territorio intenta a mettere ordine nell’assurdo boom edilizio e che si fissi come parametro fondamentale lo sviluppo di un valido piano contro il rischio vulcanico; la crisi del rapporto città/campagna; la rottura dell’equilibrio idrogeologico: questi i problemi attuali e decennali dell’area vesuviana.

Il continuum edilizio caratterizzante specie la fascia costiera non è oggi né periferia metropolitana, né città a sé, ma tende a diventare un’autonoma città vesuviana con caratteri unitari da qualificare.

Dal mio canto, non posso che dare una veloce rispolverata a quella memoria troppo spesso dimenticata, trascurata per fini tutt’altro che celati. Quali le eruzioni più famose della storia del Vesuvio? Possiamo distinguere l’attività eruttiva del vulcano in tre periodi: dalle origini all’eruzione del 79 d.c., dal 79 d. c. al 1631, e dal 1631 al 1644. ‘Gli stessi periodi definirono le trasformazioni geomorfologiche, florofaunistiche ed antropiche’ del Vesuvio del paesaggio limitrofo. Un’attività piuttosto diversificata ha caratterizzato la lunga vita del Somma-Vesuvio.

  1. Eruzioni effusive di modesta entità (si creano coni di scorie e colate di lava);
  2. Eruzioni esplosive di media entità;
  3. Eruzioni catastrofiche esplosive, le cosiddette pliniane.

E allora quali le eruzioni?

  1. 24 agosto 79 d.c.: anticipata da un terremoto datato 5 febbraio 62 d. c., in meno di 24 ore la potenza dell’eruzione distrusse completamente diverse città (Pompei, Ercolano, Stabia, Oplonti) e coprì con cenere o bruciò con piogge acide la fertilissima campagna circostante. Le vittime furono oltre 2000. La cenere e le nubi arrivarono a coprire finanche Capri e Miseno.
  2. 1139: registrata dalle cronache dell’abbazia di Montecassino e di Cava dei Tirreni. Si apre un periodi di quiescenza, durato cinque secoli, che permise un progressivo ripopolamento florofaunistico e umano.
  3. 1631: L’eruzione ebbe inizio nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, anche se mesi prima non mancarono segni premonitori (terremoti, intorbidamenti e mancanza di acqua nei pozzi). Le vittime ammontarono a 4000 uomini e 6000 animali. Ci si affidò a San Gennaro per frenare l’inarrestabile ira divina provocata dai vizi di Napoli. A distanza di pochi mesi già cominciava la ricostruzione.
  4. 1649, 1654, 1682, 1694: prende forma il conetto nella cavità craterica post-eruttiva.
  5. 1737: la quota del Gran Cono aumenta oltre la cima del Somma. Nel secolo del Grand Tour la vicinanza di un vulcano attivo destò, più che la paura, il senso del pittoresco anche tra i primi ‘turisti’, in particolare per un’infinità di pittori, disegnatori e vedutisti che si dilettarono in numerose rappresentazioni del Vesuvio. Per oltre un secolo si diffonde la tecnica delle gouaches.
  6. 1777, 1794, 1812, 1822, 1829: esplosioni, colate laviche, nubi, bagliori e distruzioni. L’inaugurazione della linea ferroviaria Napoli-Portici nel 1839 e il progresso industriale e dei trasporti segnò il declino della stagione delle ville vesuviane, 99 anni dopo l’avvio dei lavori del palazzo Reale di PorticiLa linea ferrata attraversava le ville rivierasche separandole dal mare e accelerandone l’abbandono e la decadenza’. Nel 1845 viene inaugurato l’Osservatorio Vesuviano. Il 6 giugno 1880 venne inaugurata la funicolare che dalla base meridionale del cono portava al bordo del cratere e nel 1890 i comuni vesuviani cominciarono ad essere collegati dalla Circumvesuviana.
  7. Aprile 1906: l’eruzione più forte del XX secolo. A pagarne le spese furono Boscotrecase (che venne distrutta), Ottaviano e San Giuseppe Vesuviano (oltre 100 vittime)
  8. 21 marzo 1944: dopo 31 anni di quiete, durante i quali venne ricostruita la funicolare e le strade distrutte precedentemente, e nonostante il direttore dell’Osservatorio avesse avvertito giorni prima gli Alleati del pericolo imminente, una nuova eruzione distrusse Terzigno (dove viene perso dagli ‘increduli’ Alleati un campo d’aviazione), San Sebastiano e Massa… ma anche stavolta non se ne seppe trarre saggezza, eppure la colata lavica aveva dato una sorta di avvertimento inghiottendo la funicolare e passando sopra gli antichi binari della ferrovia: l’8 luglio 1953 una seggiovia sostituì la distrutta funicolare.

Non ho altre parole, né basterebbe un articolo per esprimerle, non sarebbe né il luogo né l’ora. Non resta che dirvi: Memento Vesuvio.

Fonti:

Rosa Natalia Russo, Aldo Viella, Il Vesuvio. Storia e storie del vulcano più famoso d’Europa, Milano, Newton & Compton editori, 1999.

Laureato in Storia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Storia Moderna dal titolo RITRATTO O MODELLO DELLE GRANDEZZE, DELIZIE E MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI NAPOLI del marchese Giovan Battista Del Tufo(1588)’ (Relatrice la prof.ssa Marcella Campanelli). Laureato in Scienze Storiche, curriculum moderno e contemporaneo, con una tesi in storia moderna seguita dal prof. Giovanni Romeo, dal titolo 'Le denunce di adescamento in confessione a Napoli tra Sei e Settecento'. Amante della musica, suono la chitarra, scrivo e musico canzoni. Con le mie parole e la mia cultura spero di dare voce all'anima candida di questa terra.

4 pensieri riguardo “Memento Vesuvio: gli errori dei moderni, le eruzioni del passato

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