Napoli flagellata dagli stereotipi o vittima della realtà? Quanta verità raccontano le storie sulla malavita napoletana?

Napoli ha la capacità di attirare l’attenzione di mille occhi e di mille bocche che non si stancano mai di parlare. Il suo carattere poliedrico fa di lei un territorio spesso non facile da comprendere. Accanto ai lineamenti marcati di una Napoli che fa tanto parlare, c’è però la realtà più cruda. Il problema di una città mai in orario, di una città che uccide, che calpesta, insanguina. Di questa realtà non ne parlano soltanto i nostri vicini di casa, non ne parlo soltanto io, ne hanno parlato molto e da tanto tempo anche attraverso l’arte. Film, libri, poesie, quante parole e quanti colori sono stati dedicati alla realtà napoletana? Il dilemma rimane capire se si è trattato di raccontare o di un atto volto a screditare.

Non è segreto: Gomorra, il famoso film diretto da Matteo Garrone e ispirato all’omonimo best seller di Roberto Saviano, ha squarciato la linea che divide coloro che accolgono l’idea di mostrare senza filtri parte della realtà napoletana, e coloro che rifiutano, disgustati, questa trovata. Questi ultimi cosa rifiutano precisamente? La realtà o l’idea di riprodurre le dinamiche della malavita? Temono il contraccolpo che può lasciare? Il messaggio velato è forse un’incitazione ad imitare i personaggi del film, del libro, o della serie televisiva?

Molte sono le accuse, severe le valutazioni, ma un’analisi profonda potrebbe lasciarci poche risposte e varie ipotesi. Possiamo immaginare che molti napoletani si siano sentiti colpiti nell’orgoglio, vedendo, se così si può dire, una caricatura non positiva della loro città. Possiamo supporre anche che i loro giudizi forti non sono altro che la presa visione degli effetti negativi che questa idea cinematografica ed editoriale ha avuto, o potrebbe avere, sui loro figli, sui loro amici. Ma un lavoro culturale può veramente indurre le persone ad essere altro da quello che sono sempre state? Oppure gli effetti negativi colpiscono solo i più deboli, quelli che non hanno un sistema di valori stabile e stabilito?

Un punto da considerare, a questo proposito, è sicuramente il fatto che Gomorra non è né la prima né l’ultima riproduzione di qualcosa che è stato etichettato di frequente come “stereotipo”. I bastardi di Pizzofalcone, serie televisiva diretta da Carlo Carlei e ispirata a una serie di romanzi di Maurizio De Giovanni, ne è un esempio. Possiamo ricercare addirittura delle radici più profonde nella novella Andreuccio da Perugia, del Decameron di Boccaccio. Siamo nel XIV secolo, e Boccaccio, uno dei modelli della letteratura italiana, scrive di Andreuccio. Mercante di cavalli, giunge a Napoli per concludere qualche buon affare. Ingenuo, impaurito e talvolta ottuso, cade ripetutamente nelle grinfie dei ladri, solo dopo varie peripezie Andreuccio impara a difendersi. Boccaccio descrive la classe sociale dei mercanti, astuti e spavaldi, ma soprattutto illustra la realtà urbana napoletana del Trecento: i vicoletti, i quartieri malfamati e personaggi pericolosi.

La domanda sorge spontanea: se Gomorra non è il primo tentativo di riflessione su una realtà napoletana impacchettata, perché è così facile ambientare storie di malavita a Napoli? Possiamo sentirci liberi di considerare questa città una vittima dei media e del pensiero di massa? Napoli subisce la pressione di montature? È giusto chiamare “scandalo” le storie che dipingono Napoli come un posto dove, tra le altre cose, esistono dinamiche di malavita? ecco come aveva già risposto Roberto Saviano:

Come se Albuquerque, in New Mexico, si fosse ribellata al successo di ”Breaking Bad”. Come se Medellin si indignasse per la serie su Pablo Escobar. Non c’è scandalo, non c’è vergogna: è racconto, e dal racconto si riparte. La serie ”Gomorra” racconta la vita, le contraddizioni, i sentimenti, la ferocia di un territorio, che è anche altro, ma ci si sofferma su un segmento significativo, che la cronaca ha sfiorato e poi abbandonato. Albuquerque non è solo sintesi di droghe chimiche, la Colombia non è solo cocaina e Scampia non è solo camorra, ma il territorio non può dimenticare Paolo Di Lauro, la cui ombra è ancora terribilmente presente.

La verità è che la realtà esiste, e alcune persone hanno saputo utilizzare i mezzi a loro disposizione per sottolinearla, per raccontarla con rigidità. Il pubblico reagisce come vuole, come può.

Miriam Topo, nata nel 1993 a Napoli, è “un pezzo di legno non lavorato”. Laureata in Lingue, letterature e culture dell’Europa e delle Americhe, attualmente studentessa in Lingue e comunicazione interculturale in area Euromediterranea. Buona ascoltatrice ed attenta osservatrice. Appassionata di letteratura, ricerca e rincorre mondi “altri”, il suo scrittore del cuore, non a caso, è Murakami Haruki. Scrive per comprendere. Fotografa per catturare pensieri ed emozioni. Curiosità: scrive su fogli volanti che lascia in giro per la sua città, perché crede nella non-casualità del destinatario.

Commenta