C’era una volta Ferdinando, re di Napoli. Racconto di Francesca Andreoli.

Ferdinando era un re molto bello e altrettanto vanesio: ogni mattina passava due ore immerso nella vasca, riempita di latte d’asina, faceva massaggiare il suo corpo con olii profumati e le sue ancelle gli frizionavano i capelli con succo di limoni di Sorrento per renderli lucenti.

Dopo questi rituali, Ferdinando trascorreva il resto della mattinata specchiandosi in tutti gli specchi del suo castello sul mare, compiacendosi della sua beltà e pensando che nel regno di Napoli nessun altro uomo fosse bello come lui.

Al pomeriggio, si dedicava agli impegni sociali, ricevendo i re degli altri regni, a cui poneva una onerosa condizione: che lo adulassero e gli elargissero cospicui doni. Anche dalle donne pretendeva lo stesso trattamento. Tutte le sue fidanzate, infatti, erano state costrette a cedergli vittoria nella gara di vanità, poiché Ferdinando competeva perfino con esse, alla loro stessa stregua.

I sudditi lo detestavano, e avevano di lui una pessima opinione, poiché egli si poneva nei loro confronti in maniera del tutto superficiale, dimostrandosi poco attento ai loro bisogni, palesando tutta la sua frivolezza.

Il popolo infatti era in condizioni precarissime: soffriva la fame e possedeva poco o niente denaro, i bambini non andavano a scuola e gli adulti lavoravano sodo.

Vane furono le richieste di aiuto che gli venivano avanzate, poiché il suo unico interesse era preservare la sua bellezza e dedicarsi al corteggiamento di splendide donne.

Un giorno però, la consueta monotonia del castello, venne interrotta dall’arrivo di una stomachevole vecchia che chiedeva ospitalità per una notte.

<<Chi sei tu? E chi ti ha fatto entrare?>> gridò adirato il re.

<<Abbiate pietà, oh mio signore, giungo al vostro cospetto con tutte le remore che si convengono e vi chiedo umilmente accoglienza per una notte.>> rispose la vecchia.

<<Vai via, vecchia orripilante! Vattene tu e i tuoi stracci e non osare più mettere piede in questo castello!>>

<<Ma sire, io non sono che una povera anziana, stanca di tutto questo vagare che chiede con umiltà un posto dove stare per una sola notte per poi riprendere il mio cammino. Siete così crudele da cacciarmi?>>

<<Si, stracciona!>>

<<E sia!!!>> disse la barbona, che al suono di quelle parole prese a trasformarsi in una incantevole sirena, dagli occhi azzurri, come il mare su cui posava il castello, e dai lunghi capelli dorati, che ricordavano il luccichio delle conchiglie e dei pezzetti di vetro arenati sul bagnasciuga dell’isola d’Ischia al tramonto.

<<Chi sei tu?>> chiese stupito Ferdinando <<Se avessi saputo>>, proseguì, <<ti avrei dato subito un letto e una stanza e tutte le mie ancelle al tuo servizio, oh mia magnifica sirena.>>

<<Sono Parthenope, la sirena di Napoli e giungo qui con un’importante missione: aiutare il tuo popolo che tu stesso hai mandato in rovina. Per dedicarti al culto di bellezza del tuo corpo, hai trascurato gli aspetti davvero essenziali, diventando un pessimo re. Proprio per questo ti punirò privandoti dell’unica cosa alla quale ci tieni e che ti ha reso cieco per tutto questo tempo: la tua avvenenza!>>

Nemmeno il tempo di pronunciare quelle parole, che la pelle di Ferdinando iniziò a raggrinzirsi, i denti a ingiallirsi, la schiena a incurvarsi. Un baleno, e il re non era più il bel ragazzo affascinante che era sempre stato ma un mostro dall’aspetto inquietante.

Prima di andarsene, Parthenope concluse <<è bello veramente chi coltiva un’anima bella.>> e svanì.

 

Preso dall’umiliazione e dallo sconforto più totale, il re si ritirò nelle sue stanze e nessuno lo vide per parecchio tempo, tant’è che su di lui iniziarono a circolare molte leggende. C’è chi diceva che, depresso, si fosse impiccato; chi credeva che Parthenope lo avesse rapito. Ma la più bizzarra e paradossalmente la più vicina alla realtà era quella che narrava della sua schiena gobba, nascosta da un saio da monaco, che circolò fino ai confini del regno e che divenne famosissima, tant’è che il suo nomignolo divenne “o’ munaciello”.

La vita nel castello, intanto, si era inasprita: o’ munaciello era sempre arrabbiato, riuscire ad assecondarlo era un miracolo. Insultava e offendeva tutti i suoi servitori, anche quelli più fedeli, rispondeva in malo modo a chiunque si rivolgesse a lui. Ad aumentare l’angoscia era anche il fatto che il sortilegio sembrava accrescere i suoi effetti: il re, infatti, diventava sempre più brutto e sempre meno elegante, aveva finanche preso a mangiare con le mani.

Finchè una sera che sembrava uguale alle altre, Masaniello, il giullare di corte, nel tentativo vano di farlo ridere, notò qualcosa che gli altri non avevano mai notato: la tristezza nello sguardo del re. Quel volto così spento lo indusse a lasciare incompleta la sua esibizione, e con fare sicuro si rivolse a Ferdinando: <<Io lo so che tu sei triste. Qui non si tratta di rabbia. È la tristezza che ti consuma il viso e ti rende brutto. Perché sei triste?>>

<<Perché Parthenope mi ha privato della mia bellezza. E ora sono costretto a vivere recluso tra queste quattro mura.>> E per la prima volta, dopo anni, Ferdinando ruppe il silenzio.

<<Esci fuori da queste mura, maestà! Vieni a vedere con me gli splendori di questo regno, il suo mare, i suoi vicoletti, i suoi monumenti, respira i sapori di questa terra e ammira i suoi tramonti.>>

<<La gente ha paura di me, giullare dei miei stivali!>>

<<La gente ha paura perché sei brutto, sei brutto dentro e un’anima brutta inquieta più di un corpo brutto.>>

<<Vattene!>> intimò Ferdinando e si ritirò nelle sue stanze.

Quella notte il re non riusciva a dormire, si girava e rigirava nel letto e pensava alle parole di Masaniello e a quelle di Parthenope, che lo rendevano così irrequieto e lo allontanavano dal sonno.

Convenne che non poteva passare la sua vita in quelle stanze: doveva uscire dal castello, doveva conoscere che c’era fuori da quelle mura. Si addentrò, quindi, nella notta napoletana.

Camminò tantissimo, visitò i quartieri più poveri del suo regno: vide anziani ai cigli delle strade morire di freddo e di fame, i bambini raccogliere i cartoni per racimolare qualche moneta e padri con la schiena dolorante e le mani tagliate che lavoravano nonostante la tarda ora.

Raggiunse Forcella, dove c’era la casa di una bambina malata e vide attraverso le finestre la disperazione dei genitori e la rabbia e la frustrazione di non poterla salvare. Ferdinando ebbe una fitta al cuore, si sentì piccolissimo di fronte a un universo che contemplava realtà così diverse dalla sua, così misere e sfortunate e capì, per la prima volta in vita sua, quali sono i veri motivi per arrabbiarsi, per essere tristi, per lamentarsi.

Quando fece ritorno al castello, aveva la pena nell’anima. Contrito e lacerato, decise di dover fare qualcosa: quello era il suo popolo e lui non poteva abbandonarlo.

La notte successiva uscì ancora. E anche quella dopo, e l’altra ancora.

Ogni notte, “o’ munaciello” abbandonava il palazzo e girava col suo saio per la città di Napoli.

Continuò per anni, fino alla sua morte, quelle uscite segrete.

 

Quando morì, un ritratto raffigurante il suo volto, venne esposto all’ingresso del castello.

La folla accorse numerosa, l’odio nei suoi confronti aveva lasciato spazio per il dispiacere. Molti portarono fiori, poiché poterono comprarli dato che non riversavano più in condizioni così disgraziate, soprattutto da quando negli angoli più defilati delle case, le persone trovavano ammucchiate monete e qualche gioiello.

Si recitò una preghiera, durante la quale una ragazzina sostenne di averlo visto una notte portarle medicine per la sua malattia e che proprio lui, quella bestia sia d’aspetto che d’animo, era stato l’artefice della sua guarigione.

Tale fu la sua convinzione che riuscì a persuadere i napoletani, che iniziarono ad associare i ritrovamenti di monete alla sua figura e credere che ogni buona sorte discendeva da lui e perciò gli diventarono completamente devoti.

Non sappiamo che cosa facesse Ferdinando durante le sue reiterate uscite dal palazzo, ne se a offrire monete e medicine fosse lui.

Sappiamo solo che qualche anno prima di morire, il suo volto riacquistò l’armonia di un tempo, quella bellezza che egli tanto aveva curato e coltivato. Tuttavia, la suggestione della folla quel giorno fu così potente che ancora oggi, quando in una casa napoletana, si ritrovano oggetti perduti da anni, o si ottiene una fortuna si dice “è passato o’ munaciello”.

Francesca Andreoli

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