Il racconto vincitore del concorso “Il de Liguori legge delle..” su Terre di Campania

Claudia Volpe, giovanissima scrittrice campana, alunna dell’istituto superiore Alfonso Maria de Liguori di Acerra, ha guadagnato il primo posto alla seconda edizione del concorso “Il de Liguori legge delle..” grazie al suo racconto Dolor hic tibi proderit olim. Dopo la vittoria, noi di Terre di Campania abbiamo deciso di pubblicare il suo racconto sulle nostre pagine on-line.

Dolor hic tibi proderit olim (Un giorno questo dolore ti sarà utile)

La ragazzina continuava a scrivere ignorando il resto del mondo. Quella era la sua valvola di sfogo, e i suoi diciassette anni la costringevano ad usarla più del dovuto. Ormai s’era resa conto che scrive chi è triste, ed era spaventata dal suo farlo così spesso.

Una pausa, alzò gli occhi dal quadernino malconcio e osservò i libri sparsi sul suo letto. Ci cercava le risposte. Ne prese uno, lesse il titolo sul dorso: “Va’ dove ti porta il cuore”. Si sentiva come l’anziana donna di quelle lettere, consumata dalle persone che più amava, che cercava di mettere su carta proprio il suo, di cuore. Lei era così piccola, perché si sentiva partecipe di quel dolore?

La giovane rivolse questa domanda a se stessa pressando la penna sul foglio tanto da lasciare quasi un foro. Intanto si confrontava con la vecchia signora; più lo faceva, più non trovava giustificazioni. Era cosciente del fatto che nella vita i problemi fossero ben altri, e si sentiva così stupida. Immensamente piccola. Superficiale. Era la solita bambinetta alle prese con il primo amore. Possibile che non sapesse reagire?

Gli occhi corsero ad “Orgoglio e Pregiudizio”: tante volte si era rivista nella caparbia Miss Elizabeth, e ora non si trovava più. S’era persa. Quella lingua tagliente, quella prontezza di spirito, quella tenacia – dov’erano finite? Aveva amato il libro fin dal primo assaggio, ma tutt’ad un tratto lo trovava inutile, vuoto, privo di senso. Come lei. Forse era lei ad essere cambiata.

L’inchiostro continuava a sporcare le pagine, umide di lacrime. Il caos nella sua testa era terribile. Lei s’era sempre rifugiata nella letteratura, culla dei sognatori, degli amanti della vita e dell’amore. La sua casa. Ma non la sentiva più tale. Si sentiva fuori posto nell’unico posto che era mai riuscita a chiamare casa, quello che lei definiva il mondo eterno. C’era una ragione se i suoi scaffali erano pieno di classici: le storie non invecchiano mai. E allora perché non vi trovava più risposte? Sfogliava le pagine osservando la vita di giovani donne scorrere una dopo l’altra, secolo dopo secolo. Mentre lei era ferma. In trappola. S’era chiesta perché già troppe volte.

A scuola aveva studiato Goldoni, e subito era partito il paragone: essere una Mirandolina o una Miss Elizabeth? Di primo acchito s’era detta la prima. Cinica, algida, quasi priva di sentimenti. Forse troppo frivola, ma di sicuro la varietà ristretta d’emozioni le avrebbe risparmiato un bel po’ di complicazioni. Tuttavia, si sa che la cinicità sull’amore è tipica in realtà di chi ne ha un disperato bisogno. E poi lei non si riconosceva in quella donna tutta fronzoli e moine, né aveva intenzione di cominciare.

Lo sguardo vagava, ma la ragazzina non vedeva. Succedeva spesso: a scuola, per strada, a casa davanti alla TV. Trasportata dal mare in tempesta che erano i suoi pensieri, era indifferente a ciò che accadeva intorno a lei. Come se il suo dolore soffocasse tutte le altre sensazioni. Poi la vista mise a fuoco la sua collezione preferita: “Harry Potter”. Era cresciuta con quei libri, quando ancora non sapeva leggere era suo padre a farlo per lei prima di dormire. Rapido l’impulso del sorriso quando ricordò che lei davvero ci credeva in quelle storie, che il giorno del suo undicesimo compleanno era rimasta sveglia tutta la notte ad aspettare la sua lettera per Hogwarts. A diciassette anni non si vergognava a riporvi ancora delle speranze. Perché non avere fiducia in qualcosa che le aveva insegnato così tanto? L’amicizia, la famiglia, il gioco di squadra… L’amore.

Hermione Granger. Lei le aveva insegnato più di tutti. Grazie a quella streghetta goffa, sbadata, innocente, aveva imparato che la sofferenza può essere sfruttata. Hermione era la classica secchiona che affoga letteralmente nello studio e si dedicava agli altri con tutta se stessa. Essere innamorata di uno dei suoi migliori amici non l’aveva mai fermata, era stata decisa riguardo le sue scelte, aveva riversato il suo dolore altrove. Era riuscita a sbocciare, diventando una donna elegante, fiera e delicata senza mai smettere di essere una guerriera, senza mai smettere di lottare per ciò che voleva. Per la prima volta si leggeva di una semplice adolescente che non assecondava la vita, bensì le dava forma. Era insieme una principessa e un soldato, più valorosa di molti uomini. Per sette anni aveva serrato i ranghi, non permettendo al suo cuore di restare ferito. La sua vulnerabilità s’era fatta vedere una ed una volta soltanto perché – insomma – era pur sempre una ragazza.

Mentre faceva scorrere le pagine tra le dita, la giovane valutava le possibilità. Sapeva che essere un’Hermione Granger sarebbe stata la soluzione ideale, ma non pensava di averne la forza. Si sentiva prosciugata. Si alzò dal letto e di avvicinò allo scaffale, fece scorrere l’indice nell’aria finché non trovò ciò che cercava. Nel momento in cui si raggomitolò sul letto e aprì “Io sono di legno”, le venne in mente un proverbio cinese: <<un giorno, tre autunni>>. Proverbio usato quando ti manca qualcuno così tanto, che un giorno pesa come fossero tre anni.

Poi iniziò a leggere.

Claudia Volpe

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