Gabriele Pinto, alunno del Liceo De Liguori di Acerra, ha partecipato con il racconto “Guardando il mondo” alla terza edizione del Premio Maschera di Pulcinella di Acerra, ricevendo una menzione speciale.

A Valeria, il pezzo mancante
dei miei pensieri.

Mi chiamo Aaron, e sono cieco. Cieco dalla nascita.
Non ho mai avuto la possibilità di guardare le cose coi miei occhi, ma la ritengo una fortuna. Credo sia il modo più gentile di essere cieco: senza mai aver visto. Così non potrò mai sapere se il mondo che mi circonda è più bello solo con quattro sensi o con tutti e cinque. Ho il beneficio del dubbio, ecco.
Non mi ritengo una persona sfortunata, anzi. Non ci vedrò, ma ho sviluppato bene gli altri sensi, più di tutti l’udito. Adoro ascoltare il mondo che mi circonda e grazie alle mie orecchie posso realmente osservarlo. Per esempio: i colori. Chi li ha mai visti. So solo che le mie scarpe sono verdi perché “mi donano”, come dice papà. Ma io non dovrei neanche sapere cosa sia il verde. Vi è mai capitato di chiedervi come faccia un cieco a riconoscere i colori? Perché sì, anche noi ciechi vediamo i colori. O almeno, io li vedo. Non saprò cosa sia il rosso, il giallo, il blu, quel verde delle mie scarpe, ma riconosco la tristezza, la malinconia, l’allegria, l’amore. Sono questi i colori che vedo. Sono i colori della vita.
Quando mi capita di parlare con qualcuno, sono quasi sempre allegro, perché ho la possibilità di poter immergermi nei colori che tanto amo. La persona con la quale parlo di più è mia madre. A lei associo il colore più dolce che esista: l’istinto materno. Lo osservo in ogni cosa che ascolto, già dal passo lento e cadenzato che ha appena sveglia, fino al bacio sulla fronte che mi dà ogni sera prima di andare a dormire.
Un’altra persona con la quale parlo molto è mio padre. In lui vedo il colore della sicurezza, dato dalla fermezza della voce, qualsiasi cosa mi dica. Riesce a placare tutte i miei timori, tutte le mie paure.
Insieme, i miei genitori mescolano i loro colori e ne creano uno tutto nuovo: il colore dell’unione. È proprio questo colore che dà loro l’energia necessaria per andare avanti, perché si sa: l’unione fa la forza.
Altre persone eccezionali sono i miei nonni: sono pezzi di storia che camminano, e hanno tanta di quella vita addosso che ogni parola da loro pronunciata vale più di qualsiasi frase scritta su un libro di storia. Mio nonno ha conosciuto mia nonna quando aveva quindici anni e non si sono mai separati, neanche quando la vita li ha posti davanti a momenti così critici che non posso neanche immaginare. Ora lui ha 92 anni, lei 90 e si amano ogni giorno di più: considerando che sono sposati da più di cinquant’anni, è impossibile misurare la quantità del loro amore, oltre che il valore.
A mio nonno associo il colore della saggezza: non ha mai studiato, è il figlio maggiore di altri fratellini di cui ha dovuto prendersi cura, non aveva il tempo materiale per pensare ai libri, né tantomeno per allenare la mente. Ma qualsiasi domanda gli pongo, mi dà sempre la risposta della quale ho bisogno, la maggior parte delle volte associando anche un aneddoto divertente. È la rappresentazione vivente del fatto che l’intelligenza non è sinonimo di cultura, e lo apprezzo molto sia come persona che come “cervello”.
In mia nonna scorgo il colore della premura: ogni volta che vado a trovarla, mi offre un centinaio di caramelle, dolciumi vari, rustici e di quanto più prelibato ci sia sulla faccia della terra. È un suo modo per dimostrarmi il suo affetto, e lo apprezzo molto.
Ma su tutti loro vedo anche il colore della stanchezza, e mi dispiace. Vorrei tanto fare qualcosa per ricambiare tutto il bene che mi danno. Così, ogni giorno, cerco di essere il più indipendente possibile. Beh, per quanto un cieco possa esserlo.
In questo mi faccio aiutare da Daniele, il mio migliore amico. Ci conosciamo da sempre, è sia il mio vicino di casa che il mio compagno di banco. Siamo praticamente inseparabili. Il suo colore è l’innocenza. Da quando lo conosco, non è mai stato cattivo con nessuno, anzi, di solito è lui a subire angherie dagli altri. Ma non per questo si lascia abbattere o contagiare: la sua innocenza lo porta sempre verso il lato migliore della vita. La sua positività è contagiosa, e mi fa bene.
Purtroppo, non sempre vedo colori piacevoli. Talvolta mi è capitato di immergermi in colori… Fastidiosi. Come quelli nelle voci di adulti. Le persone più grandi di me hanno addosso, nella voce, il colore della pietà. Ed è una cosa che mi infastidisce parecchio. Non ho bisogno della loro pietà, né tantomeno mi reputo più sfortunato di loro. Sono loro i veri sfortunati, convinti che bastino due occhi per essere felici, che un corpo “normale” porti qualche tipo di beneficio. Non capiscono che tra i due, quello che ci vede meglio sono io. Sono io che riesco a vedere colori che loro non vedono. Quando iniziano quelle stupide frasi dal colore orrendo, mi viene voglia di urlar loro contro. Ma non l’ho mai fatto, né ho intenzione di farlo. So che mamma non ne sarebbe fiera, sarebbe macchiata dall’orribile colore della paranoia. Della paranoia di non essere una buona madre. E non voglio che lo pensi, perché non è così.

Il problema è che voi vedenti, vedenti attraverso gli occhi, avete la possibilità di scorgere tutto, ma non la sfruttate. Preferite sempre gli occhi alle orecchie. Vi innamorate dell’arancione dei tramonti, ma trascurate l’amore di due anziani che stanno insieme da più di cinquant’anni. Vi incantate davanti a un bimbo che abbraccia un cucciolo, ma non riuscite a comprendere la poesia di un martelletto che lascia vibrare le corde di un pianoforte.
Perciò, vi prego, imparate a vedere non solo con gli occhi. Fatelo, voi che potete. Scegliete.
Scegliete di guardare la vita con “occhi” diversi.

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