Un uomo ha perso le chiavi dell’auto… e qualcos’altro; un racconto di Pasquale Pastore

Lasciava sempre le chiavi della macchina sul tavolo in cucina quando rientrava da lavoro. Un movimento automatico: svuotava le tasche e poggiava il tutto insieme alle chiavi della macchina in un angolo del tavolo. Ricordava perfettamente di aver ripetuto quel gesto anche la sera prima, ma quella mattina qualcuno o qualcosa aveva lasciato portafogli e foglietti con annotazioni, di varie forme e dimensioni, e si era portato via chissà dove le sue chiavi.

Marco viveva da solo da circa sei mesi, aveva preso casa all’indomani della sua assunzione all’ufficio postale di Amalfi. Nonostante il consiglio dei genitori di prender casa ad Amalfi, o quantomeno in Costiera, aveva scelto di restare in città, a Napoli, e non c’era neppure un motivo preciso. A lui piaceva il solo contrariarsi i genitori e fare di testa sua. Ora stava perlustrando la cucina gattonando, al garrese misurava almeno un metro e venti. In tutta la sua altezza sarebbe stato un ottimo giocatore di basket di un metro e novantacinque. Peccato che, per quante volte si fosse cimentato in qualche sport, era sempre risultato “dotato fisicamente ma manchevole di coordinazione”.

Reggendosi con una mano lungo le pareti, si chinava a guardare sotto le sedie, il divano, sotto il frigorifero, ma niente. Delle chiavi nemmeno l’ombra. Rabbioso e con passo svelto entrò nella camera da letto e si mise a frugare nel cassetto del mobile con lo specchio. Era l’unico specchio che aveva in casa. Non amava guardarsi, gli sembrava che il suo riflesso fosse qualcos’altro da lui. Quella parte che mostrava al mondo, spesso dissociata dalla sua interiorità. La sua era una faccia sempre pulita, la pelle chiara e gli occhi azzurri separati da un naso importante, labbra sottili e serrate, a celare i denti, utili solo a masticare. Sorrideva con gli occhi. In mezzo a mutande e calzini era ben conservato il doppione della chiave. Lo prese e si avviò alla porta. Mentre scendeva le scale, vide da una finestra sul piano che fuori era ancora buio e piovigginava. Tirò su la cerniera del cappotto e mise il cappuccio puntando, come sempre, lo sguardo in basso. Abitava al quinto piano, in un palazzo senza ascensore, pieno di coppie anziane e poche famiglie. Marco era l’unico single.

Arrivato al secondo piano, sentì che si apriva, cigolante, la porta di Antonio Cacace. Così c’era scritto accanto al campanello, che lui distingueva bene. Dei condomini conosceva meglio i loro campanelli che le loro facce. Per non parlare della loro voce: hai voglia a dire “buongiorno” e “buonasera” quando li incrociava per le scale! Nessuno gli aveva mai risposto; solo sguardi altezzosi e superbi. Allora lui si divertiva a guardare tutti i campanelli delle porte, i quali sembravano quadri di inestimabile valore, eppure messi lì in bella mostra. Tutti lavorati chissà da quali maestri artigiani, firme eleganti , ottoni brillanti delle forme più disparate. Olimpia, sua madre, si era imposta perché scegliesse quel palazzo. Aveva detto: “Mio figlio porta un cognome troppo importante per un monolocale nella zona universitaria”. Scendendo le scale, sorrise pensando: “Nessun campanello è come quello della famiglia Cacace”. Un tastino rosso con la plastica bruciacchiata, annerita e pure mezza sciolta, e di fianco un striscia di nastro adesivo con scritto a caratteri cubitali: ANTONIO CACACE – LUCIA RUGGIERO. Lasciò andare dietro di sé il cancello, che non si chiuse. Continuando a camminare si voltò indietro e vide uscire Cacace con un giacchetta da pioggia e un paio di jeans, tutti imbrattati di calce e pittura bianca. Si dirigeva di corsa verso la fermata del bus per ripararsi dalla pioggia.

Marco raggiunse la macchina e fece per infilare la chiave. Qualcosa non andava. La chiave era entrata ma non voleva saperne di girare. Provò più e più volte, sussurrandosi di restare calmo. All’ennesimo tentativo colpì furioso il tettuccio della macchina. Cacace aveva visto tutta la scena e se la rideva scuotendo il capo. Marco, voltatosi, chiese scusa goffamente come se la macchina che aveva colpito non fosse la sua. “Che avrà mai da ridere quello lì?” Pensò irritato, ma nulla nel suo volto e nelle sue parole lasciò trapelare quel sentimento. Era come se il suo corpo agisse dissociato dai suoi reali pensieri, i quali una volta nati, si rifugiavano in una sciocco tentativo di apparire sempre e comunque cortese. Mai sincero e diretto, ma immancabilmente diplomatico e sfuggente. Ma si sa, i bugiardi sono abili, furbi, brillanti, le loro bugie li tengono allenati nell’esercizio di queste doti. Marco non aveva, ne mai aveva tentato di acquisire tali destrezze. Il sua carisma era la sincerità degli occhi. Tirò via le chiavi dalla serratura e si diresse alla fermata. Buttò la chiave nel cassonetto davanti al marciapiede, e con la schiena contro il palo della fermata cominciò a pensare a come avrebbe raggiunto l’ufficio.

All’improvviso Cacace interruppe il silenzio: “Ma state aspettando il bus?”.
Marco non era tipo da attaccare bottone con chiunque, e poi quella domanda gli era sembrata assurda. “Che ci faccio alla fermata del bus? Per giunta con questo tempo e senza macchina…?” Pensò, ma non rispose e si limitò ad annuire.
“Ah si, infatti…” Rispose Cacace con tono beffardo.

Marco avrebbe voluto spaccargli il muso con un pugno, ma si ritrasse nel suo cappotto come una tartaruga nel suo guscio, e si mise a fissare l’altra sponda della strada, ancora deserta alle sei del mattino. Assistette allo spegnersi dei lampioni teso come un arco pronto a scoccare. Qualche minuto dopo, anticipato dal suono del vecchio motore, si palesò davanti alla fermata un furgone rosso, il cui retro era coperto da un telo grigio di plastica. Quella distrazione sembrò oliare quel corpo rigido di Marco, e assopì il sussulto interno di rabbia provato poco prima. Al volante c’era un uomo con la faccia tonda e una folta barba grigia, gli occhi piccoli e ridenti. Di fianco a lui due ragazzi di colore, che a Marco parvero identici, per quanto era difficile distinguerli nell’ombra dell’abitacolo. L’uomo al volante fece avvicinare i due ragazzi con un gesto della mano, al che Cacace aprì la portiera. A Marco parve che questa emettesse un verso come a voler sottolineare il suo sforzo, e poi vide salire Cacace, che sportosi verso l’uomo al volante, gli sussurrava qualcosa. Marco avvertì che stavano parlando di lui, ma non riuscì a decifrare. Ad un tratto vide abbassarsi il finestrino del furgone. Per qualche secondo Cacace squadrò dal basso verso l’alto Marco.

Sentitosi osservare, imbarazzatissimo, Marco strinse i pugni nelle tasche dei pantaloni e si guardò intorno nervosamente per non incrociare lo sguardo di Cacace. Avrebbe voluto che il lampione della strada, stranamente ancora acceso, smettesse di funzionare, in modo da celare il rossore degli zigomi che sporgevano dal collo del cappotto.
“Vi diamo noi un passaggio. Ma vi dovete arrangiare dietro al cascione…”, disse Cacace.
Marco non rispose subito. Guardando l’orologio si accorse che si stava facendo tardi e quella era una occasione che non poteva farsi sfuggire. Eppure rispose: “Ma chi io?” Subito pensò a quanto fosse complicato controllare quella parte di lui schiva e impacciata, che si mostrava come unico suo aspetto.
“Eh a voi sto dicendo! Vedete a qualcun altro?” , disse Cacace, e nel furgone tutti risero alla sua battuta.
“Nooo ma quando mai… Grazie lo stesso…” rispose Marco, mostrandosi ancora più imbarazzato.

Mentre tentava con quelle parole di sfuggire alla presa dei suoi veri pensieri, Cacace si rivolse di nuovo a lui sporgendosi dal finestrino. Attirò la sua attenzione fischiando un paio di volte, e indicando il retro del furgone disse: “Jamme, salite si è fatto tardi!”.
Marco avvertì quelle parole come un ordine. Senza parlare si avviò dietro al furgone, scostò il telo e montò a fatica, facendosi strada tra attrezzi e impalcature arrugginite, come un funambolo sospeso a mezz’aria. A malapena riuscì a reggersi quando il furgone scattò in avanti. Trovò uno spazio per sedersi, con la schiena contro la cabina di guida e la testa accanto ad una finestrella chiusa che dava al suo interno, dal quale proveniva il vociare divertito di Cacace e compagni. Con il rischio di esser scaraventato sulla strada, dovette ingegnarsi per trovare un incastro per il suo corpo, ma nonostante la buona presa veniva spesso sobbalzato. Ora teneva l’orecchio sulla finestra per captare una parola, in quel fitto discutere, della voce bassa di Cacace e quella stridente di Ciruzzo che guidava.
“Cirù io a questo lo vedo tutte le mattine…” disse Cacace.
“Abitate nello stesso palazzo. Mi pare normale.” Rispose Ciruzzo.
“Appunto. Proprio questa è la cosa strana, io nel palazzo non l’ho mai guardato bene. Questo è uno che se lo incontri nelle scale, non fai in tempo ad alzare gli occhi che già è sparito. I figli miei lo chiamano il fantasma e la piccolina, Maria, non lo vuole nemmeno sentire nominare, c’ha paura!” Raccontava Cacace, stranamente coinvolto, a giudizio di Marco, che ascoltava incredulo tra un sobbalzo e l’altro.
“Embè allora come lo conosci…?” domando Ciruzzo divertito. Intanto i due ragazzi di colore provavano a capire qualcosa, facendo finta di non ascoltare.
“La sai la finestra del terzo piano? Dove siamo arrivati a montare le impalcature. Dentro all’ufficio ci sta uno che ogni tanto si guarda una fotografia di una donna, sistematicamente, ad ogni cinque sei pennellate me ne accorgo.”

A quelle parole di Cacace il cuore di Marco si contrasse insieme ad ogni singolo muscolo, come prima di un tuffo. “Quando lo vedo che sta per piangere, dò un paio di colpetti al vetro, senza farmi vedere, mi allontano verso l’altra finestra di spalle, e faccio finta di pittare. Così se si affaccia, vede il mare di Amalfi e tutti quei vecchietti sulle panchine ad aspettare, felici, chissà cosa. Le donne che fanno la spesa coi bambini attaccati alle gonne, le barche che entrano ed escono dal porto e scaricano turisti tutti contenti che so arrivati là per mezza giornata, in quel paradiso di costiera che tutto il mondo ci invidia.” Continuava Cacace. Allora Ciruzzo chiese come mai gli faceva sto scherzo a quel ragazzo.

Cacace rispose sorridente “Cirù io gli faccio vedere che la vita sta là fuori e non dentro alle fotografie che sono già il passato appena le hai scattate.”
Marco scoppiò in un pianto silente, quando sentì Ciruzzo e Cacace sorridere di quel racconto che era sua la vita, il suo dolore. Aveva mollato la presa per asciugarsi gli occhi inzuppati, e proprio in quel momento Ciruzzo sterzò bruscamente a sinistra e lo fece rotolare contro gli assi laterali del furgone. Nell’urto qualcosa cadde dalla tasca del cappotto. Ne sentì il suono metallico. Guadagnò di nuovo la posizione che aveva trovato prima, e poco davanti ai suoi piedi le chiavi della macchina strisciava avanti e indietro sulle assi di ferro del furgone.

“Tutto a posto guagliò?!” Urlò Ciruzzo.
“Si si…grazie…” rispose Marco, dando un colpetto al finestrino sopra di lui.

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