Racconto breve dello scrittore Pietro Damiano, ideatore del format Nanoracconti.

Il professor Testa lo prende con entrambe le mani e lo avvicina al volto del dottor Ianni.

«Cosa pensa che manchi?» gli chiede guardandolo negli occhi.

«In tutta sincerità, non so proprio risponderle.»

Ianni afferra i polsi del professore e lentamente avvicina le mani alla sua faccia schiacciata, come quella di un pugile. Guarda attentamente scavando con gli occhi nella materia e nei colori. Annusa, cerca quasi di leccarlo ma senza riuscirci perché il professore è lesto a ritrarre le mani di qualche centimetro. Cerca inutilmente di capire cosa non va.

«Non so da dove iniziare, cosa aggiungere» borbotta il dottor Ianni sbuffando e lasciandosi cadere sulla sedia, mentre il professor Testa ripone nel piatto il McStar.

I due si guardano senza parlare, entrambi pensierosi, riflettono. Cercano di capire cosa non funzioni nell’abbinamento degli ingredienti. Un occhio al piatto, uno sguardo al laboratorio, uno alla finestra, poi di nuovo al piatto. Il grigio del laboratorio rende i loro volti ancora più cupi di quanto già lo fossero.

Il dottor Ianni ricomincia.

«La carne la producono nell’area industriale di Marghera. La migliore in assoluto, chimicamente perfetta. Le foglie di insalata grezza le tessono a Prato, e poi le trattano nelle tintorie industriali di Solofra. I pomodori li producono a Torino, negli stabilimenti Lambs, la storia industriale del paese. Il pane… dove lo producono il pane? Non lo ricordo più.»

«In Puglia» risponde il professor Testa, quasi sussurrando.

«Puglia?» chiede Ianni, alzandosi di colpo in piedi e battendo le mani sul tavolo.

«Sì, lo producono in Puglia» ribadisce il professore.

«Questi africani del cazzo! Ma si rende conto? Di sicuro utilizzano fibre in carbonio di pessima qualità! Scriviamo nella relazione che la colpa è del pane, del solito Sud incapace. Ne va del prestigio della Nazione. E poi non può essere diversamente.»

«No, Ianni, non sono sicuro che la colpa sia del pane, e comunque sono tutti prodotti che ha scelto il dipartimento.»

«Cazzo! Ma in questo modo faremo credere ai cittadini che l’ossatura industriale del Paese non è capace di produrre alimenti di prima qualità. Ma siamo matti?»

Il professor Testa cambia espressione e resta in silenzio. Si alza, fa qualche passo avvicinandosi alla finestra. Le fangaie su cui si affacciano i laboratori della Mc, al tramonto, sono di un giallo ocra intenso, come il colore degli occhi dei cittadini. Neanche 20 anni dalla Quinta Rivoluzione Industriale che il mondo si è completamente trasformato. Nulla è più come prima.

Il professore ricorda tutto, ha la mente lucida e l’età giusta. Trent’anni fa era un ricercatore brillante, e oggi non si riconosce più in questo mondo artificiale. Un progresso tecnologico così veloce e pervasivo che ha segnato il punto di non ritorno. Un potere nelle mani di pochi scellerati.

«Testa? Professor Testa, cosa sta pensando?» chiede Ianni con tono della voce crescente e stridente per distoglierlo dal suo pensare.

«A come risolvere il problema. Dobbiamo approfondire le ricerche sul gusto, sulle interazioni degli alimenti» e lo dice mentre lentamente si riavvicina al tavolo e si mette a sedere.

«È colpa del pane, del pane! Sono più che certo. Nessuno me lo toglie dalla testa. Anche il colore, vede, non è per nulla invitante.»

Il professor Testa prende di nuovo il panino tra le mani e lo avvicina agli occhi scrutandolo attentamente. Si mette in posizione favorevole alla luce, osserva e rimane in silenzio.

«Ho trovato! Ecco cos’è!»

Il dottor Ianni con due lunghi passi si avvicina al professore, accosta la testa alla sua e inizia a guardare. I due sono talmente vicini da sentire i battiti, accelerati, l’uno dell’altro.

«Cos’ha trovato?» gli chiede.

«La carne, la carne a contatto con i pomodori e l’insalata, reagisce e si ossida. Guardi come fermenta. Ecco perché diventa immangiabile.»

Il dottor Ianni d’improvviso perde la sua sicumera italica e mostra tutto il suo sconforto. È la prima volta che si mostra debole davanti a qualcuno. Appoggia la faccia al vetro della finestra, schiacciandola, con forza. I riflessi giallo ocra delle fangaie industriali si riflettono sul palazzo, sul suo viso, nei suoi occhi dello stesso colore. Quelle stesse fangaie che hanno provocato la distruzione di ogni forma di vita vegetale e che sono la causa di quella fermentazione.

«Come farò a spiegare tutto questo a pochi giorni dall’inaugurazione?» si lamenta sedendosi. Poi si stringe la testa tra le mani chinandola fino all’altezza delle ginocchia. «Come farò?»

Il professor Testa lo guarda e non parla. Sa che non è concesso sbagliare. Non è un vezzo per tutti. Il prezzo da pagare è altissimo. Lascia Ianni nella sua disperazione. La sua preparazione scientifica non lascia spazio a sceneggiate.

Esce dal laboratorio e sale sul tappeto mobile che scorre lungo il corridoio. Di fronte ha l’ascensore, saranno 100 metri. C’è un silenzio angosciante. Sulle pareti ci sono decine di foto del presidente. Alle sue spalle, invece, lo accompagna lo sguardo inquietante della statua di Don il clown, simbolo del regime. Una presenza invadente, alla quale nessuno può sottrarsi.

Le riproduzioni di questo pagliaccio, effigie di un mondo felice, ma che in realtà ha il sorriso di chi si prende gioco del popolo, sono dappertutto. Il più grande è sulla Decima Torre, il decimo grattacielo più alto di Milano Capitale. Una statua enorme, alta 200 metri su un palazzo di 700. Quasi alla pari con Dio.

Inquietante.

Il professor Testa si ferma davanti alla porta dell’ascensore e aspetta. È il responsabile del laboratorio ricerche alimentari. Ha creato solo pietanze di successo fino a quando il dottor Ianni è stato promosso a capo del dipartimento alimentare. Da allora ha inanellato una serie di fallimenti che ne hanno messo in discussione la sua fama di scienziato. Lui sa che la colpa non è sua, delle sue ricerche, ma di scelte di mercato sbagliate e spregiudicate, che si operano per la corsa al potere attraverso il cibo.

La ricchezza mondiale è nelle mani di chi riesce a produrre il cibo migliore e in quantità maggiore. Da quando sulla Terra non nascono più piante, da quando gli animali si sono estinti, l’unico modo per sopravvivere è produrre cibo artificialmente. È quella la chiave del potere, e i cinque continenti se la contendono attraverso il primato alimentare.

Il McStar rappresenta una novità da presentare in occasione dell’apertura sulla Luna della più grande area di servizio per astronavi mai costruita. Le autostrade intergalattiche fanno la fortuna della Terra. Per quel panino è stata fatta una campagna pubblicitaria senza precedenti su tutti i pianeti abitati, e il professor Testa sa che il fallimento del prodotto sarebbe fatale.

Salito in ascensore pronuncia “centesimo!”, e in pochi secondi una forza propulsiva lo spinge verso l’alto. All’ultimo piano c’è l’ufficio del presidente.

Appena l’ascensore si ferma, una voce annuncia “centesimo piano”, e le porte si aprono senza il benché minimo rumore, proprio come si sono chiuse. Il corridoio centrale conduce diritto dal presidente. La porta per entrare nel suo ufficio è in legno, come quelle di una volta, quando c’erano gli alberi.

Il professor Testa, salito sul tappeto mobile, imbocca il corridoio di sinistra, verso il terrazzo. Entra nella veranda, la percorre tutta e poi fuori, all’aria aperta, al disopra dell’inquinamento. Da una certa altezza puoi vedere anche il sole. Sotto i 200 metri no, perché la coltre di nebbia e fumo perenne rende tutto meno chiaro. Offusca la vista e la mente. Quella terrazza è la sua ancora di salvezza; appena può, corre a respirare.

Un trillo sottile lo scuote, è il suo cellulare. Lo cercano. Sul display compare il dottor Ianni, è agitato.

«Professore, dov’è andato?»

«Sono all’ultimo piano, cos’è successo?»

«La sicurezza è fuori la porta del laboratorio, vogliono entrare!» dice con voce sempre più scossa.

«Ianni, li faccia entrare, non si preoccupi. Scendo subito.»

«Lei sa cosa fanno a quelli che falliscono? Lo sa? Lo sa?» ripete nervosamente.

«Ianni, non peggiori la situazione, gli apra!»

«Non voglio essere deportato, no!» poi solo rumore, grida, urla.

Il cellulare del dottor Ianni è a terra, si vede il grigio del soffitto. Iniziano a sentirsi degli spari. All’improvviso s’interrompe la trasmissione. Dopo qualche secondo un’esplosione squarcia la vetrata del palazzo, al di sotto della coltre di fumo e nebbia permanente. Dalla terrazza non si vede nulla. Suona di nuovo il cellulare. È il capo della sicurezza. Avvisa il professore che c’è stata un’esplosione nel laboratorio. Il dottor Ianni, che si trovava all’interno, è morto.

Il professore chiude la chiamata. È ancora più solo quassù, al di sopra dell’inquinamento. È più vicino a Dio.

Resta in silenzio. Resta in silenzio dentro, nessun pensiero, nessuna reazione, nulla.

Una leggera brezza lo avvolge. Cammina sotto la grande insegna pubblicitaria che c’è sul fianco della terrazza. Si arrampica su una piccola scala di metallo, poi entra nella stanza che nasconde le centraline di controllo dell’elettricità. Da una piccola porticina sul fondo del locale accede ad una scala, scende tre gradini. È proprio sotto l’insegna. Sotto la lettera h. Alza una piccola lastra dal pavimento, e da una nicchia ne estrae dei vasi, due vasi di creta. All’interno c’è del terriccio. Affonda le mani fino ai polsi, poi inizia a usarlo come se fosse sapone. Se lo cosparge sulla pelle fino ai gomiti, se lo strofina tra le dita. La terra gli entra sotto le unghie, nei pori. Ne sente l’odore. Mette le mani sulle labbra, ne sente il sapore. Resta in quell’incanto per un po’, mentre il tempo gli scorre intorno e lui quasi non se ne accorge.

Da trent’anni si porta appresso quei vasi. Erano nel suo primo laboratorio, con due piccoli cactus. È riuscito a salvare solo il terriccio. In quei vasi c’è vita, la sua. C’è la giovinezza. C’è il profumo della speranza.

All’improvviso, l’accensione della grande insegna, in un’esplosione di colori, di festa, lo riporta alla realtà. S’è fatto buio. Dicono che l’insegna sia visibile dalla Luna, insieme alla statua di Don il clown. Visibile dalla Luna, ma non dalla Terra. Quando i viaggiatori intergalattici si siederanno a mangiare il McStar sulla nuova area di servizio, tra un morso e l’altro, guarderanno la Terra e leggeranno “Questo mondo non ha fame”, mentre un pagliaccio, poco distante, continuerà a ridere.

Per loro, la Terra continuerà ad essere un pianeta fantastico.

Terre di Campania è un progetto in continua evoluzione che si occupa di promuovere il buono e il bello della regione Campania attraverso la conoscenza e la diffusione di bellezze paesaggistiche e artistiche, di bontà culinarie, della cultura, di news, di eventi e azioni mirate sul territorio.

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