“Chiacchiere d’amore” è il racconto, scritto da Miriana Kuntz, giunto al secondo posto nel concorso “Racconti in Maschera” organizzato dalla redazione di Terre di Campania.

Miriana Dell’Oioio, nota come Miriana kuntz sul web, nasce a Napoli nel 1993, segue gli studi umanistici liceali. Si dedica alla scrittura fin dall’infanzia, si appassiona alla fotografia e all’arte in genere. La sua occupazione principale, umoristicamente parlando, è inviare curriculum in giro in cerca di fortuna, e nel frattempo si occupa a tempo pieno della sua più grande passione, ovvero la scrittura, scrivendo sulla sua pagina facebook, e frequentando varie piattaforme di scrittura creativa.

Chiacchiere d’amore

Pulcinella se ne stava aggrappato al suo caffè caldo con tutte e due le mani e il naso all’insù, guardava le stelle e pensava a tutt’altro. Non era né povero né ricco, se la sapeva cavare, e a Napoli chi se la sa cavare è sempre un passo avanti agli altri. Aveva sempre la battuta pronta, e le donne non gli mancavano di certo, le figlie del pizzaiolo in fondo alla strada morivano d’amore per lui da quando erano alte almeno un metro, lui se le faceva andare bene un po’ si e un po’ no. La figlia del dottore a pochi metri dalla piazza centrale poi, gli aveva mandato almeno trenta lettere d’amore, Pulcinella le diceva sempre di aspettare, ma quell’attesa non sembrava mai finire. In verità, la sua unica passione era Colombina. La chiamavano tutti così nel paese perché era spesso vestita di bianco e perché non se ne stava mai ferma: volava, volava. Violetta in verità un marito ce lo aveva, il mastro Arlecchino, così chiamato dagli altri perché non abbinava mai un colore. Essendo lombardo, scambiava la poca fedeltà di sua moglie, con una spiccata vivacità. La gente del paese chiacchierava sulla condotta poco corretta di Colombina, ma lui non se ne curava continuando a fabbricare scarpe e mangiare la minestra acquosa ogni sera. Pulcinella ci sapeva fare, e Colombina ci sapeva stare. I due si incontravano ogni sera alla fontana del paese ad orari improponibili. I suoi capelli raccolti, per sembrare una donna a modo, venivano scomposti dal suo amante per ogni bacio piazzato sul suo collo. Le sue vesti bianchissime come neve venivano imbrattate di terra se per caso i due cadevano sull’erba, presi dalla foga dell’abbraccio. Colombina volava nelle braccia di Pulcinella come un uccello vero, e il ragazzo non faceva altro che distoglierla dai suoi doveri coniugali. E quando lei gli chiedeva – e la cena per arlecchino?- lui rispondeva – e poi gliela prepari..- – e quando, che sono già le otto passate?- rispondeva lei di rimando ogni volta – quando mi passa a me.- rispondeva lui ridendo. L’unico motivo per il quale non stavano insieme era che Pulcinella non aveva un soldo, e Colombina non aveva coraggio. In realtà i pettegolezzi li stuzzicavano, quando Pulcinella se ne stava a Mergellina rimirando il mare chiaro, la gente iniziava a parlare della sua amante, sotto voce, quasi a scaturire una reazione, ma lui se ne stava lì beffardo disteso sul muretto, con il berretto sul naso, a ridere, a ridere degli altri. Ma Colombina che amava follemente Pulcinella, ma amava anche il lusso in cui viveva non riusciva mai a prendere una decisione, fino a quando la signora Titinella, così chiamata da tutti, non andò a bussare alla porta della coppia più chiacchierata del paese. La signora con imbarazzo e indecisione prese a raccontare tutto ad Arlecchino che infervorato come un bue, andò a cercare Colombina in ogni stanza della casa, senza però trovarla. Lo stesso fece Pulcinella, che saputa la notizia, iniziò a preoccuparsi per la sua amata. Ma nulla, Colombina era sparita, presa dalla paura aveva deciso di lasciare Napoli e non farsi più vedere. Il fatto buffo però fu che accanto alla fontana, sul banchetto del panettiere c’era una grossa cesta di vimini con un biglietto lasciato da Colombina. Arlecchino, Pulcinella e tutti i paesani accorsero in massa, temendo qualcosa di scabroso, ma nella cesta non trovarono che dolcetti dalla forma allungata e spigolosa. Il biglietto diceva – e Mò mangiatevell sti chiacchier invec e rè fa’-

Colombina aveva dato il via ad una tradizione senza era, perché a Carnevale invece di farle le –chiacchiere- a Napoli si mangiano pure.

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