Il racconto vincitore del Premio Pulcinella della città di Acerra pubblicato su Terre di Campania

Davide Pascarella, giovanissimo scrittore campano, originario di Acerra, è il vincitore assoluto del Premio Pulcinella – città di Acerra grazie al suo racconto Reykjavik. L’autore, collaboratore per Terre di Campania, ha deciso di pubblicare, dopo la vittoria, il suo racconto sulle nostre pagine on-line.

ljós (luce)

Reykjavik non era quel tipo di città che si alzava, di mattina. Sembrava perennemente addormentata, come fosse congelata dalla brina che soffiava dall’Atlantico sulle sue coste. Era una città che sembrava vivere e plasmare la sua esistenza giorno per giorno intorno a fulcri sempre diversi. E chi ci viveva era come trascinato con lei in questo vortice di estasi.

Era una di quelle mattine in cui quando ti alzi la prima cosa che vedi è l’alito che condensa per il freddo, e la prima cosa a cui pensi è a bollire l’acqua per il tè.

La finestra era socchiusa, e dalle fenditure si intravedeva l’acqua semighiacciata del Tjörnin riflettere i raggi del primo sole invernale.

Ora, non so se hai presente il sole in un campo di fiori il venti di maggio.

Lei.

Aveva un modo tutto suo di stare seduta sul davanzale della nostra finestra. Era come se ci fosse delicatamente poggiata sopra, e sembrava un cristallo colpito dal debole raggio di un’alba.

«Buongiorno», mi sussurrò frapponendo l’indice fra le due pagine aperte e chiudendo il libro che aveva in mano.

E un buon giorno lo era davvero.

vón (speranza)

 

A volte uscivamo.

Io andavo da lei e mi toglievo il giubbotto rattoppato e dalle tasche cacciavo un libro vecchio, di quelli piccoli con la rilegatura in pelle marrone e una data degli anni ’80 scritta in pedice sul frontespizio con una biro blu.

Poi ci sedevamo e leggevamo.

«Oggi pomeriggio dove andiamo?»

«In Cina.»

E io le leggevo la Cina.

Sentivamo i venti ghiacciati dell’Himalaya sulla schiena e ci coprivamo tanto per non sentire freddo, e poi dentro la Città Proibita stavamo in silenzio perché tanta imponenza ci strozzava le parole in gola. Passeggiavamo per i vicoli di Shanghai nei risciò e mangiavamo riso al pollo con le bacchette, bevendo liquore.

Poi, quando iniziava a farsi scuro, tornavamo a casa. Era come tornare davvero, fare le valige e salutare la città dov’eravamo vissuti durante la lettura, e le strade che avevamo camminato, e i cieli che avevamo visto.

Se c’era abbastanza luce restavo a guardare il tramonto fuori dalla nostra finestra con lei di fianco; altrimenti mi preparavo ad affrontare un’altra notte, nel freddo sottozero di quella città.

Viaggiavamo puri, assoluti. Sembrava non ci fossero tempo e spazio.

Ed era solo grazie a Reykjavik.

sàl (anima)

E allora è questo che forse vuol dire Reykjavik. Che forse vuol essere, Reykjavik.

Quell’incredibile ed intima salvezza delle storie raccontate.

Un’evasione, un salto carpiato, un verso sciolto, una rivoluzione. Per rompere le catene con un mondo, per ricostruirne mille.

Io non so se esisterà per noi, o se rimarrà una storia sognata di notte, o se la vedremo da lontano, o se noi la stiamo inconsapevolmente già vivendo. Ma saremo a Reykjavik quando la nostra umanità ci dirà: «È troppo». Quando sentiremo di non appartenere, quando una parola ci porterà oltre.

Esistono persone che hanno trovato la loro Reykjavik in una poesia. Altre in una filastrocca, o in un dipinto. Alcune vivono un viaggio di armonie e ballate, ed altre di vino e sincera ubriachezza. Alcune di politica, o finta compassione. Altre ancora di palcoscenici ed assi di legno. E tutti, tutti quanti, spiccando un volo per iniziare un viaggio.

Perché Reykjavik? Per la sua capacità di essere magicamente distaccata dal mondo. Calda della lava dei vulcani, fredda del ghiaccio del nord. Vera, eterea, nella sua armonia, nella sua contraddizione. Un luogo sospeso dove vivere davvero.

E possono passare gli anni. Possono passare i libri, i pensieri, le parole, gli scrittori, addirittura le idee.

Ma fin quando qualcuno sentirà di dover raccontare, in maniera libera e incondizionata; vorrà ascoltare il mondo che gli danza intorno; vivrà per emozionare qualcun altro…

si viaggerà ancora e sempre.

A F.S., sempre e comunque

A Valentina, per cui nacque

A Tonia, per esserci

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