Stralci di vita, un racconto di Dora Barbato, segnalato tra i meritevoli alla terza edizione del Premio Maschera di Pulcinella – Città di Acerra

Ricordo la sua prima percossa come fosse l ultima. Nemmeno una lacrima versata, non davanti alla mia bambina.
Lucia, facendo capolino da dietro al divano, se ne stava rannicchiata sul pavimento: un attimo prima persa in quel libro a figure che le piaceva tanto, l’ attimo dopo stordita da urla maligne, bugiarde, stridule.

«Che fai, abbassi la testa? Ti ho detto che quando parli con me mi devi guardare in faccia, gli occhi o’ pataterno te li ha dati per questo’».
«Ti guardo, ti sto guardando».

«Ti rendi conto di che ore sono, sì o no?».
Diedi uno sguardo fugace all’orologio che avevo di fronte.«Sono esattamente le diciotto e trenta minuti, non uno in meno, non uno in più».
«Tu alle sei dovevi stare qua, e lo sai meglio di me. La spesa, l’hai fatta?»
«Perdonami, il fatto è che non ho avuto il tempo materiale per passare al supermercato. È dalle otto di mattina che non faccio altro che sistemare pratiche e riguardare atti. Nel frigorifero ho mseso l’insalata di riso di ieri, per stasera dovrebbe bastare».
«Tu solo questo sai fare, giustificarti. Stamattina te l’avevo detto. E se ti permetti di dirmi non è vero, te lo giuro, stasera ti mando davvero ‘o campusanto».
E così è stato, o quasi.

Lividi ovunque.
Non sto nemmeno qui a descrivere le dinamiche, mi sembra tutto così inutile.
Tanto i lividi restano lo stesso, che lo si voglia o meno.

«Soltanto qualche punto sulla fronte. Per quanto riguarda il rigonfiamento sulla zona facciale basterà l’utilizzo rigoroso e giornaliero dei farmaci che le ho prescritto, deve alternare ambedue le pomate. Non risultano fratture dall’ecografia, per la caduta che ha preso deve ritenersi una persona davvero fortunata».
La dottoressa riprese a parlare a vuoto.
L’unica immagine che continuava a rimbombarmi nella testa era quella di Lucia ed il suo libro illustrato, come se glielo avessi stracciato sventolandoglielo di fronte agli occhi fingendolo un trofeo, come se le avessi imbiancato ogni pagina con una lite che avrei potuto evitare facendo quella stramaledetta spesa al supermercato.
Era così che mi sentivo.
«Papà, ti ha fatto tanto male?». Esordì vedendomi rientrare dal pronto soccorso Lucia.
«No, Amore mio, non è successo nulla».
«Sei tutto viola».
«Il viola è il tuo colore preferito».
«Ma non quando è sulla tua faccia».
Credo quella sia stata l’ affermazione più forte abbia mai sentito in vita mia e, per giunta, l’aveva fatta una bambina di otto anni.
Non ho mai dubitato dell’amore che provassi per mia moglie: è sempre stato un chiodo fisso trovare una donna che sapesse tenermi testa.
Un’eccellenza tra i banchi di scuola, ragazza brillante, docilmente combattiva, in sintonia con il mio pensiero ed il mio modo di ragionare.

L’amai sin dal primo giorno di Ginnasio quando, con gli occhioni neri che si ritrova, mi chiese in cortile «Non è che per caso hai da accendere?».

Fumatrice accanita, ho sempre pensato preferisse le sue sigarette a me.
Eppure mi accontentai di farle da fiammifero: quel primo giorno di liceo così come per tutta la vita.

Quella sera andai a dormire presto, niente cena, ero talmente dolorante che l’unica cosa che riuscivo a desiderare era un po’ di riposo.
In camera c’era anche lei, sfogliava un libro appoggiandosi al comodino.

Muto, mi ficcai sotto le coperte.
«Perdonami». Sussurrò. «Perdonami, a volte non mi controllo, non so neanch’io cosa mi prenda. Ma te lo meritavi».
Mi svegliai puntuale per il lavoro, mi guardai allo specchio togliendomi la benda che avevo sul mento.
Quasi mi vergognavo di farmi vedere in quelle condizioni, il solo pensiero sembrava volesse sbranarmi.
Pensavo a quello che la gente avrebbe potuto supporre sul modo in cui ero ridotto.
«Sono caduto dalla scala mentre cercavo di risolvere un problema sul tetto». Risposi all’invadente domanda della signora Concetta, la vicina settantasettenne esperta in spionaggio seriale dal balcone di casa sua, paragonabile al miglior detective presente sul territorio.
«Si vede che siete proprio un bravo marito, quando si dovevano fare questi fatti la buonanima di Pasquale, mio marito, si levava proprio da mezzo». Disse facendo trasparire la sua voracità Acerrana.

Mi sentivo proprio un bravo attore, l’impeccabilità del mio copione mi faceva da antidolorifico.

Passarono ore, giorni, settimane, mesi ma, purtroppo, le ferite si sanavano lasciando il dovuto spazio a ferite nuove. Cambiavano di posizione senza scomparire mai completamente.
La cosa che, durante tutto questo tempo, mi ha fatto più male è stata l’instabilità psicologica.
Il corpo puoi percuoterlo quanto ti pare, puoi lasciare tutti i segni che vuoi, puoi graffiarlo, puoi sbranarlo come una iena, ma nulla sarà mai comparabile ad una parola che non ti aspettavi, ad un insulto, ad una cattiveria gratuita, ad un “te lo meritavi”.
Le parole vanno ben dosate. Chi ne conosce troppe e scollega il cervello quando parla, finisce sempre con il farne un utilizzo spropositato.
La gioia mia è Lucia, la mia bambina dagli occhi neri neri come sua madre, la pelle chiara chiara come suo padre.
Non smetterò mai di ripetere quanto sia stata la mia unica ragione allora e lo sia anche adesso, non smetterò mai di ricordare la forza che sia riuscita a trasmettermi: la forza di urlare anch’io, quella di parlare anch’io.
«Te lo ricordi, papà? Te lo ricordi quando mi hai portato a calcio? Grazie per aver convinto mamma che non era da maschi».
Le sorrisi istintivamente.
Lucia sapeva che quell’iscrizione alla scuola calcio mi era costata cara e amara con la mamma, discussioni che sfociavano sempre lì, ed io, impotente, non mi difendevo, o meglio, non sapevo ancora come fare a difendermi.

È molto comune, nella società, pensare sempre e solo alla violenza fatta da uomini, ideata da uomini, messa in pratica da uomini.

Questo è il motivo per cui trovare uno sportello ascolto o un’associazione che tenda la mano agli uomini vittime di violenze domestiche sia una vera e propria impresa.
Gli uomini piangono proprio come piangono le donne. Le donne potrebbero usare la violenza proprio come potrebbero usarla gli uomini. Gli uomini possono dedicarsi alla cura della casa proprio come possono farlo le donne. Le donne possono avere una vita sessuale attiva proprio come possono averla gli uomini, non sentendosi dare continuamente della meretrice. Gli uomini possono essere sensibili proprio come possono esserlo le donne. Le donne possono essere forti proprio come possono esserlo gli uomini,
le persone possono essere persone in quanto libere di essere persone.
Una delle prime cose che, da piccolo, mi sentii dire da mio padre fu ”Le donne non si possono picchiare in quanto donne”.
Su questa frase ci ho riflettuto una vita intera.
L’unica cosa che so è che il bambino che porta in grembo la donna di cui, adesso, mi sono innamorato si sentirà dire ”Le persone non si possono picchiare in quanto persone”. Lucia mi sorride, distoglie lo sguardo dal suo amato libro.«Hai proprio ragione, papà». Dice accarezzando il pancione di lei. «Hai proprio ragione, prima di essere uomini e donne siamo persone».

 

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