Continua la nostra vetrina per i talenti campani. Ecco Tigre bianca (Prima parte), un racconto di Valentina Barile

È novembre. Ho da poco finito di lavorare e sto tornando a casa. C’è tanta nebbia che non riesco a vedere a un passo da me. La strada non è molto frequentata. La faccio da più di dieci anni. Sono solo. Con i miei pensieri. Ho l’ansia.

Respiro profondo. Non mi rilasso. Mi aumenta il battito cardiaco. Apro la bocca per prendere fiato. Mi allargo la cravatta e sbottono la camicia. Mi calmo, ma resto teso.

Non sono stato capace di salvare questo stato. E la mia libertà.

Mi laureo con il massimo dei voti e con la lode. Studio sei mesi all’estero. Dopo il master in management aziendale e il superamento del concorso decido di restare a lavorare in Turchia.

Istanbul è uno splendore. Sono anni favolosi. Studenti, stagisti, serate eccezionali. Le donne turche sono affascinanti. Sono il massimo. Le adoro. Ce la spassiamo ogni sera. Gli affari vanno alla grande. Lavoro nel direttivo di una multinazionale di import ed export. Il capo è un turco. Uomo pulito. Astuto. Colto. Di grandi vedute. Cafer Kaya.

«Figliolo, qui sei a casa. Per ogni difficoltà Kaya ti darà il suo braccio.»

Mi fa entrare in casa sua e mi accoglie come un figlio. Mi caccerà fuori quando scoprirà che mi scopo la sua primogenita. Una ninfomane, che dopo avermi reso la vita impossibile mi denuncia quando la lascio con un occhio sanguinante sulla porta di casa.

«Gran figlio di puttana! Ti ho accolto in casa mia, ti ho dato tutto…»

«Attento a come parli, Kaya… attento a quello che dici… io lavoro per te e mi paghi per questo. Tua figlia è malata. Falla curare.»

«Fuori! Non farti più vedere. Raccogli le tue cose e sparisci dalla mia vista. Pezzo di merda!»

Esco dalla vita dei Kaya e ne comincio una più trasgressiva. Gli amici di prima non li perdo ma cerco legami con altri del posto. Entro in alcuni giri ad alto livello. Mi presentano degli imprenditori italiani che fanno affari lì. Faccio consulenza aziendale esterna per tutte le aziende che lavorano in campo internazionale. Va tutto liscio. Sono indipendente, non ho orari. Sono rientrato nella mondanità e nel vizio. Donne, alcol, cocaina. Bella vita, insomma.

Un bel giorno finisco per essere ricevuto da un grande magnate. Con questo avrei fatto il colpo.

Feriha sniffa coca quotidianamente. Eppure ha una calma sorprendente. Un grande carisma. Uomo potente. Feroce. Una tigre del Qatar. I suoi dipendenti lo adorano. Nessuno è in schiavitù ma lo temono tutti tranne sua moglie. Ha un harem e lei lo sa. Gli spilla parecchi quattrini. Lui obbedisce e pende dalle sue labbra. Ha tre figli che studiano nelle migliori università europee.

Mentre aspetto di essere ricevuto le segretarie mi fanno continui sorrisi, mi offrono una decina di caffè e faccio anche uno spuntino.

«Questo cazzo di soggetto vuole tenermi inchiodato ai suoi piedi, oggi. Dannazione!»

«Prego, Signore… Yilmaz è disponibile per lei.»

Suna mi accompagna dentro, scosta la sedia dalla scrivania e mi fa sedere. Mi sento un coglione. Non sono abituato a tanta gentilezza nel mio lavoro. A parole di merda, sì.

«Benvenuto nel mio impero, caro Toni.»

«Grazie, Yilmaz!»

«Vedi… ho letto di te. È da un po’ che ti seguo.»

Resto scandalizzato e gli rispondo: «Questo mi lusinga!»

Allunga verso di me la sua mano, mi prende il polso e dice: «Toni, lavorerai per me. Ti farà onore.»

«Ci penso un attimo…»

«Questa risposta potrebbe offendermi. Io ti ho scelto.»

Comincio a lavorare per lui.

«Ma quanto cazzo è buona, Feriha!»

«Il sole e il clima sono perfetti.»

«Dove diavolo la prendi?»

«Toni, fai troppe domande. Ti porterò con me un giorno.»

Feriha ha una grande tenuta. Tutt’intorno una coltivazione di coca. Mi fa chiamare ogni giorno da Suna per il caffè. Scendo e trovo la polvere bianca. Assaggio e intanto lo aggiorno sul lavoro che faccio.

Col tempo premo per diventare gestore delle risorse umane e coordinatore della rete commerciale esterna. Feriha non ci pensa due volte a promuovermi. È servito a qualcosa essermi fatto con lui per tre mesi.

Vado subito a fare un sopralluogo a Monastir e ci resto per una notte e due giorni. Porto del materiale cartaceo e multimediale al nostro punto di riferimento tunisino e controllo la situazione.

Quando scendo all’aeroporto mi vengono a prendere con una macchina ministeriale. Mi preoccupo. Entro disinvolto e mi accorgo che sono nel vivo della Yilmaz.

Mi accompagnano al porto. Tolgo la cinta. Scendo. Mi allargo la cravatta e sbottono la camicia. L’afa è sfiancante. Chiedo dove posso prendere da mangiare. Vedo un chiosco e mi avvicino. Mi giro e da lontano adocchio i miei subordinati. Li riconosco. Ho una tale ripugnanza che resto con mezza baghetta in mano. Mi appoggio a un secchio arrugginito e butto il pane, mentre ne ingoio disgustosamente l’altra metà. Aggiusto la cravatta e vado da loro mentre urlano alle persone.

«Che diavolo stai facendo?»

«Che vuoi tu?»

«Non parlarmi così, animale!»

«Chi sei? Vattene…»

«Figlio di puttana, devi dirmi che stai facendo…»

«Toni?»

«Hai capito… dopo, tu e il tuo amico dovete venire a firmare.»

«Sì, signore.»

«Da oggi dovete fare tutto quello che vi dico senza fiatare. Dipendete da me. Vi aspetto tra due minuti dentro. Non partite se non vi siete registrati.»

«Va bene, signore.»

Me ne torno in guardiola. Il sole è cocente. Nell’angolo, un’altra postazione. C’è una ragazza. Esile. Bella. Ferma e terrorizzata. Gli occhi fissi su di me. Mette a posto le carte. Mi siedo, accorcio le maniche della camicia. Fa troppo caldo.

«Scusa. Ho dovuto domare quegli animali.»

«Sì, lo so.»

«Chi sei?»

«Sono Nadia.»

«Nadia. Bel nome. Io sono Toni.»

«Sì. Ho sentito parlare di te.»

«Tu lavori per noi?»

«Sì. Ma non sempre.»

«Ecco perché non so di te. Non pensavo di trovarti.»

«Toni, qua fa caldo. Devi riposare. Andiamo, ti accompagno in albergo.»

«Devo lavorare Nadia. Dopo. Quando sono arrivato ho lasciato delle fatture sulla scrivania… le hai registrate?»

«Sì.»

«Che tipi sono quei due?»

«Sono cattivi. Ma ce n’è un altro peggiore.»

«E dove sta?»

«Oggi non c’è.»

Continuo a sudare. Nadia mi fa pena. È troppo bella. Il suo fascino mi fa pensare a come cazzo ci sia finita in questo marciume.

Terre di Campania è un progetto in continua evoluzione che si occupa di promuovere il buono e il bello della regione Campania attraverso la conoscenza e la diffusione di bellezze paesaggistiche e artistiche, di bontà culinarie, della cultura, di news, di eventi e azioni mirate sul territorio.

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