Continua la nostra vetrina per i talenti campani. Ecco Tigre bianca (seconda parte), un racconto di Valentina Barile

Abbasso le tende. Le chiedo se mi va a prendere acqua e limone. Con la testa tra le mani comincio a leggere tutti quei documenti sparsi. Dopo un po’, vedo una processione di gente che si avvicina a quelle bestie e alle imbarcazioni.

Donne che trascinano i propri figli mentre piangono. Coperti con uno straccio solo. O nudi e con i sandali. I più piccoli tenuti per mano dai più grandi e così via fino a fare una catena con la mamma. Magri. Gli occhi sgranati e neri. Il muco pendente. Uomini scalzi. In cerca di qualcosa. Pensano di correre verso la salvezza. Non se ne importano di quello che gli aspetta. Non hanno bagagli. Solo dei fogli stretti tra le mani. Sotto il sole tunisino restano lì. Immobili. Impassibili. Hanno gli occhi verso il mare. E sulla pelle delle mosche vaganti.

Ecco che arriva un altro animale feroce. Bianco. Nadia arriva, apre la porta e mi dà il bicchiere.

«Prendi. Con ghiaccio.»

«Grazie. Ma chi è quello?»

«È lui. Il più cattivo.»

«Non doveva starsene a casa oggi?»

«Non lo so. Fa come vuole.»

«Ah… adesso gli dico due parole.»

«È cattivo, Toni.»

«Nadia…»

Bevo tutta la limonata ed esco. Non riesco a stargli dietro per quanto corra da una parte all’altra a controllare ogni povero dannato. Da lontano gli faccio un fischio e gli urlo contro.

«Tu. Chi sei?»

«Chi sei tu che stai qua tutto incravattato» e si avvicina.

«Da oggi prendi ordini da me.»

«Buffone! Da dove diavolo sei uscito?»

«Lavoro per Yilmaz. Qua, devi fare quello che dico io.»

«Come ti chiami?»

«Toni.»

«Cravatta. Così ti devo chiamare.»

«Fai come cazzo vuoi, ma qua comando io.»

«Cravatta, non sparare a zero. Io qua vengo a controllare i miei affari. Tutti questi falliti pagano. Io devo vedere quanto mi arriva dall’altra parte. Quanto si fotte Yilmaz per ogni carico.»

«Se ti scoprono, ti faranno saltare le tempie. Lo sai? Non ci devi stare qua.»

«Yilmaz deve stare molto attento con me. Gli faccio arrivare fiumi di denaro. Gli conviene stare zitto.»

Torno dentro incazzato. Nadia mi viene vicino e mi accarezza.

«Toni, andiamo.»

«Nadia, io devo stare qua.»

«C’è Tigre bianca, adesso.»

«Tigre bianca… quello?»

«Così si fa chiamare.»

«Io devo stare qua.»

«Dai, andiamo in albergo. Ti faccio un massaggio e ti racconto tutto.»

«Fai partire prima le barche.»

Mi siedo di nuovo. Nadia finisce finalmente di rompere i coglioni e si mette a ricontrollare il materiale che ho portato.

I due scafisti aiutano le persone a salire. A un certo punto, finisce lo spazio e vedo un altro migliaio di persone ancora fuori. Tigre bianca insiste per farli entrare. I bambini strappati dalle braccia delle madri e messi sulle gambe di altra gente, a caso. Persone ammucchiate in un posto che litigano e rivendono i biglietti. Altre finite in un angolo della barca, addossate e in bilico. Le urla disperate e i pianti coprono lo spazio intorno.

Non ne posso più. Quelli sono due animali. Gli mancano i denti in bocca e quando parlano, sputano. Mi fanno pena. Farabutti. Hanno la faccia cattiva. Vivono sulle disgrazie degli esseri umani. E la cosa grave è che sono comandati. Mi sento perso, ma è il mio lavoro. Al diavolo.

 

Gli scafi stanno per partire. Tigre bianca ricorda ai soggetti che devono venire a firmare da me, dentro.

Arrivano. Puzzano peggio dei cani.

«Pulisciti la faccia che sei sudato.»

«Scusa, signore. Fa caldo.»

«Come ti chiami?»

«Sabri. Sabri El Bachir. Sto nella lista dei viaggi.»

«Firma. E vattene.»

«Anch’io ci sto, signore. Sono Tarek.»

«Smammate da qua. Andatevene!»

Tigre bianca aspetta fuori e mi guarda attraverso il vetro della guardiola. Che figlio di puttana. Eppure penso che sia tutta una farsa. Feriha gli avrà detto di controllarmi. Lo scoprirò presto. Brutti infami.

Quei due partono con le due zattere scassate.

«Cravatta, vattene. Per oggi hai fatto troppo.»

«Cazzo, ma ancora parli?»

«Mi piace come scalpiti, ragazzo. Ma non ti innervosire. Devi imparare tante cose ancora.»

«Quello che dovevo vedere, l’ho visto. Me ne vado in albergo.»

«Fatti trovare all’alba. Fresco e sazio.»

«Perché all’alba?»

«Ci sono altri carichi.»

«E quanti ne facciamo in un giorno?»

«Dipende.»

«Da che?»

«Quando va male, due.»

«Quando va male? Che cazzo dici…»

«Oggi è andata male. Ne sono partite solo due.»

«Tigre, tu stai qua fisso?»

«No. Io sto a Lampedusa. Poi vado in giro. Ogni tanto vengo qua a controllare le partenze.»

«Ti saluto.»

«Hai capito allora? Ci vediamo all’alba. Fatti curare da Nadia.»

«Tu, fatti fottere.»

Lascio Tigre bianca ridere come un isterico seduto su una panchina mezza rotta e mi faccio accompagnare in albergo.

Continuo a sudare. Non mi sento per niente tranquillo. Il sole è meno forte ma l’afa sempre uguale. Ho la cravatta in mano e la camicia che si è fatta tutt’uno con la pelle. Ho voglia di togliermi questi luridi panni e lasciare tutto per terra. Ci fermiamo, e per fortuna arriva l’autobus. Una lamiera sfasciata senza finestrini. Saliamo. Non vedo dove sta il coso per timbrare il biglietto. Neanche mi preoccupo di chiederlo. Fatevi fottere, tutti. Oggi non me ne frega un cazzo di niente. Devo farmi una schifosa doccia. Tra meno di un’ora impazzisco.

Arriviamo. È un resort di lusso. Nadia scende e mi prende la mano. Mi lascio trasportare.

Entriamo. Io guardo in alto, i lampadari. Nadia mi continua a tirare e andiamo verso l’ascensore.

«Ma che fai?»

«Toni, no. Vieni. Loro già sanno.»

«Che dici?»

«Toni, c’è una prenotazione per te.»

«I documenti, Nadia.»

«La Yilmaz. Feriha ha buoni rapporti qui. Se ti disturbano è un’offesa per lui.»

Sono ancora più sconvolto. Lei tenta di sedurmi già in ascensore.

«Nadia, sono stanco. Voglio dormire.»

«Adesso ti fai una doccia. Poi ci penso io. Con le mie mani.»

Rido e apro la porta. Lei entra e mi tuffo sul letto. Si spoglia. Mi viene vicino e comincia a massaggiarmi. Sono stanco ma è fottutamente sensuale. Sono tutto appiccicoso. Lei mi ciba come un bambino.

Esco dalla doccia rinato. Nadia è la mia salvezza. È sul letto che mi aspetta. Vado a mettermi tra le sue gambe e comincia a raccontare.

«Devi stare attento, Toni. Tigre bianca e Feriha fanno buoni affari insieme. Non fidarti. Sabri e Tarek sono due bastardi. Non hanno di che campare e fanno bene il lavoro per Yilmaz.»

«Nadia, io non ci capisco un bel niente. Tigre bianca è amico di Yilmaz. Yilmaz si fida di me però manda Tigre bianca a vedere quello che faccio. Tigre bianca fa il pezzo di merda alle spalle di Feriha. Gli scafisti fottono Yilmaz e Tigre bianca. Poi ci stai tu che mi porti in albergo, mi scopi, e mi racconti i retroscena. Ma che cazzo volete da me?»

«Tu fai il tuo lavoro. Tutto quello che vedi, devi dirlo a Feriha. Lui deve sapere i suoi affari.»

«Nadia, io so quello che devo fare. Ma tu come ci sei finita in questa merda?»

Lei non risponde. Mi alzo e mi vesto. Scendiamo per la cena. Passiamo una bella serata. Si comporta come se fosse la mia donna. È composta e mi vuole. I suoi occhi mi spogliano.

Mangiamo ottime prelibatezze tunisine. Tante spezie e tanto vino. Interrompiamo la cena sul dessert, ci vogliamo spudoratamente. Saliamo in camera, mi tira per la cravatta e mi spinge sul letto. Buio totale. Odore di oriente e dimentico perché sto là. Per tutta la notte.

 

Mi giro e rigiro tra le lenzuola. Sono le cinque. Mi sveglio di soprassalto. Tigre bianca mi aspetta già al porto.

Mi vesto velocemente. Scendo. Prendo un caffè al volo e corro verso la strada per prendere un autobus. Non ne passano. Dannazione. Sto in ritardo. Comincio a camminare a piedi. Un tizio con una macchina rotta e insabbiata si ferma e mi carica su. Gli indico verso il porto.

Arrivo. Ho dei soldi in tasca ma non ricordo quante monete sono. So solo che il tipo non la finisce più di ringraziare e viene vicino a insistere di portarmi le cose che ho in mano.

«Che cazzo vuoi! Mi hai fatto prendere un colpo.»

«Porto io! Porto io!»

«Ma no. Questa devo portarla io. Vattene.»

Arrivo in guardiola. Nessuno. Niente uomini. Niente barche. Continuo a mettere ordine sulla scrivania. Non fa ancora caldissimo, ma l’afa è già insopportabile. Sono di nuovo sudato.

Entro nel programma gestionale. In una delle cartelle recenti, trovo un file aggiornato di un database di partenze che mi fa rizzare i pelli sulle braccia. Per un attimo mi prende un freddo per tutto il corpo e il sudore si asciuga.

Quei dati lasciati così, in un computer acceso. Sempre. In una guardiola con la porta aperta. Penso che ci sia sotto qualcosa di grosso. Ma di così grosso da non tenere i dati custoditi.

Arriva Tigre bianca con un altro dei suoi vestiti chiari. Mocassini invernali, sotto. Avrà scolato la boccetta di profumo. Sembra elegante ma si muove come una bestia feroce. Piomba in un posto con la stessa crudeltà di un felino.

Entra come una furia e chiudo le cartelle. Tigre è ignorante. Non sa un bel niente di computer però è scaltro. Sa contare solo i soldi.

«Tu… devi stare attento a quello che vai a dire a Feriha.»

«Ma che cazzo vuoi! Pensa a quello che fai. Feriha sa tutto anche quando non c’è. Stai attento al tuo culo.»

«Brutto stronzo di un italiano imbastardito. Sono tuo fratello.»

«Io non ho fratelli. Stai attento a quello che fai.»

«E tu a quello che dici.»

«Allora? Che vuoi… mi hai fatto arrivare fino qua.»

«Per salutarti, Toni. Me ne torno alla base. Ci vedremo tra qualche tempo. Oggi non ce ne sono partenze.»

«Fanculo! E chi lo sa se ci vedremo… »

«Che c’è… hai paura che ti faranno fuori?»

«Stai attento tu, Tigre… », così dicendo faccio un mezzo sorriso, mi tocco il gioiello e gli do una spinta.

Lui si allontana. Me ne ritorno in albergo. Salgo in camera ma Nadia non c’è. Prendo il biglietto che sta sul letto e leggo: “Per il tuo servizio svolto, la Yilmaz ti ringrazia così.” Un elogio alla merda praticamente.

Penso a Nadia. Mi dispiace. Divento scemo tutto d’un colpo. Preparo le mie cose e scendo. Mentre mi avvio fuori, mi fermano per dirmi che ho una macchina per l’aeroporto.

Ha le bandierine ai lati. Mi sembra quella dell’ambasciata. E così è. Capisco che la cosa diventa interessante. Parecchio.

Arrivo all’aeroporto. Mi portano i bagagli e si occupano anche dell’imbarco. Mi sento quasi un interdetto. Faccio il viaggio di ritorno completamente in coma. Sono sconvolto.

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